Serata Panathlon su "I ragazzi del dottor Brolis", il modello educativo dell'Atalanta
Il Panathlon Club di Cremona ha presentato il libro che raccoglie storie di crescita e formazione nel calcio, evidenziando l'importanza del modello educativo di Brolis
Un modello educativo prima ancora che sportivo. Alla Sala Zanoni di Cremona, si è tenuto un incontro, organizzato dal Panathlon Club Cremona, dedicato alla presentazione del libro “I ragazzi del dottor Brolis” con l’obiettivo di raccontare una figura e un’idea di calcio che vanno oltre il campo, mettendo al centro la persona prima dell’atleta. Il punto di partenza proprio il volume firmato da Maria Teresa Brolis e Marco Carobbio, costruito non come biografia ma come raccolta di testimonianze di quello che è stato ed è ancora oggi il modello educativo dell’Atalanta. Al momento pubblico ha fatto seguito una serata a Cascina Moreni con ospite Giancarlo Finardi, ex calciatore di Atalanta e Cremonese e oggi tecnico nella società nerazzurra.
“Questo non è un libro che racconta una storia in senso stretto, ma raccoglie una sessantina di interviste a ragazzi cresciuti con il dottor Brolis. Non volevamo fare una celebrazione, ma capire perché questo modello è ancora attuale oggi – ha spiegato Marisa Vicini, docente di scienze motorie presente in entrambi i momenti -. Brolis è stato un preveggente dell’importanza del settore giovanile nel calcio. È stato il primo a utilizzare un sistema organizzato rivolto ai giovani e a costruire quello che oggi chiamiamo modello Atalanta. Il settore giovanile è il luogo dove il risultato è una conseguenza del gioco. Ma prima viene la persona. Se ho davanti un bambino di otto anni, devo sapere come funziona un bambino di otto anni, non chiedergli subito la prestazione perché è talentuoso”.
A portare una testimonianza diretta è stato anche Giancarlo Finardi, che ha ricordato il rapporto umano costruito nel tempo e un’attenzione che andava oltre il campo e coinvolgeva scuola, famiglia e crescita personale: “Era molto esigente anche con la scuola. Se volevi giocare dovevi studiare. E aveva rapporti continui con le famiglie. Era una figura sempre presente. Dall’esperienza degli ultimi dieci o dodici anni si potrebbero creare due squadre di ragazzi cresciuti lì che oggi giocano in Serie A, alcuni anche in nazionale. Questo dimostra quanto quel modello sia stato educativo ma anche efficace dal punto di vista sportivo. Molti lo consideravano un padre. Era una persona generosa, gentile, che ascoltava”.
Ma il punto, emerso più volte nel corso dell’incontro, resta un altro: “Era consapevole che solo pochi sarebbero arrivati al professionismo. Per questo voleva che tutti facessero un’esperienza formativa vera, che lasciasse qualcosa anche a chi non avrebbe fatto il calciatore – ha spiegato ancora la docente -. Lui creava reti, osservava, prendeva appunti, seguiva i ragazzi. E lavorava anche sulla formazione degli allenatori e dei dirigenti. Era un sistema”.

