Maltrattamenti in famiglia: le vittime ritrattano, ma l'imputato non evita la condanna
Marito e padre colpevole di violenze su moglie e figlia. Inchiodato dalle cimici posizionate in casa dagli investigatori e dai testimoni sentiti a processo
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Nonostante le testimonianze reticenti di madre e figlia, che in aula avevano ritrattato quanto dichiarato in fase di indagini, i giudici hanno condannato a tre anni di reclusione un 53enne indiano accusato di maltrattamenti nei confronti della moglie, una connazionale di 46 anni, e della figlia quindicenne.
Per l’imputato, il pm Francesco Messina aveva chiesto una pena di tre anni e sei mesi, parlando di una moglie “assoggettata sotto il profilo economico e sociale” e di “un clima di sopraffazioni e violenze” testimoniate anche dalle intercettazioni ambientali attraverso le “cimici” che erano state posizionate dagli investigatori nell’abitazione familiare.
Intercettazioni in cui si sentono rumori di botte e le confidenze della madre che aveva confessato alla figlia di essere stata colpita dal marito con un manico di scopa in modo così violento da romperlo.
Il capo di imputazione parlava di violenze fisiche e psicologiche messe in atto a partire dal 2023 dal 53enne, che talvolta abusava di alcol, di ingiurie, di lui che aveva leso la dignità della vittima come madre, moglie e donna. “Cagna, bastarda, sei una tassa, oltre a mangiare non sai far altro, mi hai reso la vita un inferno, non sai far bene un c…, che disastro”.
Alla moglie, l’uomo aveva anche precluso ogni forma di autonomia. E poi le botte: sul suo corpo, lividi, tagli, escoriazioni provocati con un bastone di legno o uno di ferro lungo quanto un manico di scopa. Violenze che avevano provocato ripercussioni sull’udito della figlia e sull’udito e sulla vista della madre.
Oggi l’uomo, in Italia da 25 anni, un lavoro come bergamino, si è difeso, parlando solo di litigi reciproci scoppiati a partire dal 2018 con la moglie, sposata nel 2005. Nel 2023 i rapporti erano peggiorati. “Non faceva da mangiare, non puliva la casa, a volte siamo arrivati alle mani. In un’occasione sono anche stato graffiato”. L’uomo ha ammesso di averla afferrata per un braccio, ma solo una volta, negando gli altri episodi di violenza.
Nel corso del processo sono stati sentiti diversi testimoni, tra cui la volontaria di un’associazione che aiutava la famiglia. La donna aveva raccontato di aver visto la 46enne con un braccio gonfio e con un taglio. “Piangeva. I figli mi hanno detto che il marito l’aveva colpita con il manico della scopa. I bambini venivano a chiedermi anche da mangiare. Dicevano che in casa c’erano solo brioches e che il padre acquistava solo patate e cipolle”.
Da parte sua, l’avvocato Alessandro Vezzoni, difensore dell’imputato, ha sottolineato la mancanza di documentazione medica inerente le lesioni riportate durante i maltrattamenti, di assenza di richieste di aiuto e di una figlia che in aula aveva fatto scena muta “perchè si era resa conto di aver esagerato nella descrizione degli episodi di violenza. Il legale ha parlato di “fantasie” e di “accanimento adolescenziale” da parte della ragazza, che era lei, e non l’imputato, secondo la difesa, ad ingiuriare e ad offendere la madre.