Deriva violenta tra i giovani, la psicologa: "Non sanno gestire le emozioni"
I recenti episodi di violenza tra giovani pongono interrogativi su responsabilità sociali e educative, evidenziando il bisogno di supporto emotivo. L'analisi della psicologa Cristina Leani
Le recenti vicende che hanno visto protagonisti dei giovanissimi, come il ragazzo che ha accoltellato la professoressa in provincia di Bergamo, ma anche l’episodio verificatosi a Cremona neppure una settimana prima, quando un 14enne ha portato a scuola un coltello e ha minacciato i compagni, riaccendono i riflettori su una deriva violenta a cui si assiste tra gli adolescenti.
“Si nota tra i giovani un forte accumulo di rabbia, un’emozione che fatica ad essere contenuta perché i ragazzi hanno pochi punti di riferimento” spiega Cristina Leani, psicologa clinica. “Non si vuole puntare il dito né sulla scuola né sulla famiglia: bisogna allargare la visione al contesto sociale. C’è una responsabilità condivisa da parte della società di cui dobbiamo prendere atto. Pensiamo ad esempio ai social network: ci sono dei contenuti che propongono modelli di impulsività in spettatori tra i 13 e i 17 anni, privi di un senso critico nel valutarli. Dunque questi ragazzi spesso perdono il contatto con la realtà, e questo li porta a esplodere, non in un raptus, ma in una vera e propria escalation di violenza.
Assistiamo ad un processo, che inizia fin dall’infanzia, di non contenimento e di non tolleranza delle emozioni. I ragazzi di oggi sono quindi molto arrabbiati. Anche per questo intercettare determinati comportamenti fin dall’infanzia è un passo avanti nella promozione di un benessere psicologico. C’è anche un altro aspetto: esistono difficoltà psichiche sempre più diffuse tra i giovani, ma spesso non vengono riconosciute.”.
Ha parlato di “escalation”. Cosa intende?
“Ci sono diversi elementi di cui tenere conto. La disattenzione di istituzioni, famiglia, scuola, l’amplificazione dei social network, unite al non essere contenitori capaci di gestire le emozioni, portano i giovanissimi a queste escalation, che a volte sfocia in veri e propri disturbi psichici. Come nel caso del 13enne che ha accoltellato l’insegnante, che covava pensiedi di vendetta. Come ho detto, i social spesso amplificano tutto questo. Basti pensare che ci sono dei gruppi, ad esempio su Telegram, nei quali si porta avanti il concetto di vendetta come un vero e proprio valore. Il problema è che a 13 anni, o comunque nell’età dello sviluppo, non hai la capacità di discernere questi tipi di contenuti. Anzi, ti senti forte nell’appartenente ad un gruppo in cui la tua rabbia trova un contenitore. Però non è un buon contenitore”.
Lei continua a parlare di un sentimento di rabbia che pervade i giovani. Ma da dove ha origine?
“I ragazzi oggi sono molto arrabbiati perché spesso sono soli e non hanno adeguate occasioni di relazione e di intrattenimento. Ma soprattutto sono arrabbiati perché la loro rabbia, fin da piccoli, non è stata gestita. Il sistema genitoriale a cui siamo abituati ha sempre risposto rabbia con la punizione, ma senza insegnare ai giovani come gestire la frustrazione. Non voglio puntare il dito contro i genitori, perché nessuno nasce con le istruzioni per fare questo mestiere, che è tra i più complessi. Però è evidente che si è creato un sistema che punisce ma non educa all’emotività”.
Questo cosa comporta?
“Che stiamo togliendo sempre più spazio alla gestione dell’affettività e delle emozioni. Questo porta i ragazzi a non tollerare un no, un voto basso o la richiesta di accollarsi un determinato compito. Dobbiamo ricordare che abbiamo a che fare con un sistema nervoso che sta crescendo e con cervelli non ancora maturi, che hanno bisogno di essere guidati. Non possiamo lasciare che ce la facciano da soli o che crescendo tutto si sistemerà. I ragazzi stanno esprimendo un disagio profondo. I ragazzi stanno chiedendo agli adulti di esserci per loro.
Come ho detto, non è solo una responsabilità della famiglia o della scuola, ma è una responsabilità sociale. Viviamo in ritmi sempre più frenetici, senza tempo, e questo inaridisce la psiche e impoverisce la vita emotiva. I ragazzi non sanno dove mettere la loro rabbia perché nessuno ha insegnato loro ad aspettare, a tollerare, a gestire. E allora quella rabbia esplode. E se non mettiamo in discussione questo tipo di sistema in cui stiamo vivendo, i nostri ragazzi andranno sempre più alla deriva. Ed è quello che ci stanno gridando a gran voce. Se un tempo i giovani si sfogavano con gli atti vandalici, oggi assistiamo a episodi molto più gravi. E’ un loro modo di urlare ancora più forte, per chiedere una cosa molto precisa: dove sono gli adulti? Hanno bisogno di adulti che siano una guida, che sappiano contenere, che siano dei punti di riferimento solidi”.
Dunque a livello sociale cosa si potrebbe fare oggi per arginare questo fenomeno?
“A livello sociale bisogna intervenire, ad esempio regolando meglio l’uso dei social, come avviene in altri Paesi, dove non si può accedere prima della maggiore età. Ma soprattutto bisogna proporre modelli positivi. L’apprendimento avviene infatti per imitazione: se i ragazzi non hanno modelli sani, difficilmente riusciranno a sviluppare comportamenti equilibrati.
Si trovano a vivere in una società che chiede performance continua: dobbiamo essere sempre felici, sempre efficienti. Non è consentito essere tristi o arrabbiati, non ci è concesso crollare. Ma la nostra mente on è fatta per questi ritmi. Si perdono di vista l’umanità e le fragilità. Siamo sempre più impegnati e allo stesso tempo sempre più soli. È necessario fermarsi e chiederci dove stiamo andando. Si tratta di una riflessione sicuramente complessa, perché dobbiamo sottostare a leggi economiche che ci chiedono di essere sempre più performanti.
Allora tutti quanti dobbiamo assumerci una responsabilità educativa. Servono dei modelli comportamentali positivi. I ragazzi sono spugne: assorbono quello che vedono e sentono, e su questo costruiscono la loro identità e il modo in cui esprimono le emozioni, anche la rabbia. Emozioni che si muovono attraverso dei sistemi antagonisti di rivendicazione e di definizione di sé. Ed è qui che bisogna agire: nel saper tollerare la frustrazione, nel parlare con i nostri ragazzi. Dire loro che quello che provano è legittimo, nel bene e nel male, è il primo passo per aiutarli a stare dentro le proprie emozioni senza esserne travolti”.
Torniamo ai singoli episodi di questi giorni: ragazzi di 13-14 anni che finiscono in situazioni come quelle assurte all’onore delle cronache nelle ultime settimane, possono ancora recuperare un equilibrio?
“Non credo che un ragazzo di 13 o 14 anni solo perché ha fatto un errore sia destinato a diventare un delinquente. È probabile però che ci siano stati segnali, come l’isolamento, che non sono stati intercettati in tempo. Intervenire prima è fondamentale. In questi casi serve una valutazione approfondita, anche di tipo psichiatrico, per capire se ci siano disturbi specifici. E serve un percorso di presa in carico con più figure: psicologi, psichiatri, neuropsicologi, educatori e assistenti sociali. Deve essere un lavoro di rete.
Non è il momento di accusare o giudicare, ma di intervenire con competenza. Quei ragazzi esprimono un disagio enorme, portandolo all’estremo. Per questo è importante capire se si tratta di un problema patologico o di un comportamento che può essere corretto, evitando giudizi affrettati”.