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Vbc Pomì d'Europa, 10 anni fa... quando anche la luna si tinse di rosa

Nessuna cittadina o paese da 15mila abitanti aveva osato tanto, nessuno aveva volato fino in cima al Vecchio Continente, tanti avevano sfidato – ma nessuno battuto – le metropoli turche del dio denaro

La Vbc Pomì Casalmaggiore alza al cielo la Champions League 2016 (fotogallery Alessandro Osti)
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Non sappiamo in realtà se la luna nel cielo di Montichiari si fosse davvero, anche solo per un attimo, tinta di rosa. Ebbri della partita perfetta alla quale avevamo appena assistito, non avevamo tempo per venature poetiche. Però a dieci anni di distanza da quel 10 aprile 2016 – quando la Vbc Pomì Casalmaggiore divenne regina d’Europa in una final four dove partì come vaso di coccio e arrivò come martello pneumatico (zero set concessi in due match: non accadeva da 11 anni, con l’impresa di Bergamo nel 2005) – il fluire del tempo ha dato profondità e concretezza a un concetto che già allora per tanti era molto credibile.

Quel successo era già allora percepito come irripetibile, sicuramente l’Everest dello sport cremonese e certamente tra i picchi più clamorosi per il mondo pallavolistico europeo e mondiale: nessuna cittadina o paese da 15mila abitanti aveva osato tanto, nessuno aveva volato fino in cima al Vecchio Continente, tanti avevano sfidato – ma nessuno battuto – le metropoli turche del dio denaro.

Fu l’allunaggio del nostro sport. E se qualche complottista, in merito ad Apollo 11, può ancora incolpare Kubrick di avere filmato tutto da uno studio televisivo, beh, possiamo garantire che a Montichiari è stato tutto vero, perché noi c’eravamo. Nessuna fiction.

Fu la bellezza dell’inatteso, lo stupore dentro l’imprevisto, non accompagnato però dal capriccio della casualità. Battere 3-0 Dinamo Kazan e VakifBank è più che sufficiente per mettere da parte il concetto di sorte. Eppure nessuno se l’aspettava.

Perché come insegnavano le funzioni di Propp, in ogni fiaba c’è sempre un punto di crisi: nel 2015, anno dello Scudetto, era stato il crollo del PalaRadi, un fattore esterno; nel 2016, invece, una sconfitta sanguinosa nella semifinale già vinta di Ravenna contro Bergamo in Coppa Italia, un fattore interno, dunque più pesante, perché più pesante doveva essere il successo.

La Pomì arrivava lì dopo avere vinto il suo girone, da tutti definito di ferro, e avere saltato due turni in cambio del dovere di ospitalità. Ma ci arrivava con una Piccinini spesso fuori uso per problemi alla spalla e avendo subito un doppio 0-4 in due amichevoli con Volero Zurigo (storico test match in Baslenga) ed Eczacibasi. Dove vogliamo andare, pensavano i più…

E invece qualcosa cambiò. Del resto, Massimo Barbolini a inizio anno esordì con una frase: “Le medaglie vinte (riferimento allo Scudetto, ndr) le mettiamo da parte, le guarderemo quando saremo un po’ giù di morale”. Servì quella molla, servì riguardarle, servì ricordarsi di essere campioni d’Italia in carica.

E il resto lo fece il muro rosa di Montichiari: la semifinale aveva dato piccoli segnali d’incoraggiamento, via via sempre più percettibili. Le russe della Dinamo Kazan sorprese dalla richiesta Cev di un controllo antidoping diverso dal solito, il vociare sul “doping di Stato” russo, una strana dieta a base di uova (che depurerebbero il sangue), una notte insonne a caccia di un rimedio per dribblare il patatrac. E alla resa dei conti l’assenza di due nazionali, rispedite in patria con volo diretto senza passare dal via a poche ore dall’inizio della semifinale.

Ma non si vince una Champions solo togliendo agli altri. Poi devi metterci del tuo, devi riempire quel vuoto: e il muro rosa trasformò, con la più bella coreografia mai realizzata per la Pomì Casalmaggiore, Montichiari in una novella fossa dei leoni, o delle tigri, così che Tirozzi e compagne, anziché finire sbranate come qualcuno vaticinava, sguainarono gli artigli. Il 3-0 fu cosa facile, così come semplice fu non illudersi: in finale ci sarebbero state le Colonne d’Ercole del VakifBank, passato da (leggero) sfavorito sul Fenerbahce della coreana Kim, all’epoca una sorta di Messi(a) della pallavolo femminile.

Non ci fu nulla di istintivo nell’ultimo atto, ché se una partita perfetta esiste, non può essere che quella finale del 10 aprile 2016: un calcolo maniacale (Barbolini azzeccò l’alfa e l’omega in quella partita contro il collega e concittadino Guidetti) inversamente proporzionale alla passione sprigionata dal PalaGeorge. Un altro 3-0, un 3-0 diverso: sempre in parità fino a quota 20 o 22 e poi lo sprint. L’ultimo dei tre fu clamoroso: attacco vincente, doppio fallo del palleggio turco, Piccinini che a una mano mura l’Europa e se la prende per la sesta (per lei) volta in carriera.

I detective delle statistiche sprecarono il loro tempo e un paio di indizi che parevano buoni (Dokkum, Paesi Bassi, nel 1982, arrivò in finale rappresentando 13mila abitanti appena, meno di Casalmaggiore, ma poi non completò l’opera, finendo “soltanto” vicecampione) nel cercare un precedente. Era la prima volta, la prima volta di una città così piccola regina d’Europa.

Sia consentita una piccola parentesi a chi scrive, ora: in mezzo alla tribuna stampa, ricordo benissimo mentre perdeva il suo tradizionale aplomb alla fine del secondo set, quando il sogno iniziava a prendere forma ma scaramanzia e un certo umano timore imponevano di tenere a freno il sangue, l’amico Nazzareno Condina. Con lui realizzammo lo speciale bilingue che portò a presentare quella sfide, un giornalino distribuito in tutto il PalaGeorge. E lui, in quella finale, era una sorta di maestro cerimoniere in appoggio all’addetto stampa ufficiale Riccardo Negri.

Il finale – in un report che potremo rivivere venerdì sera alle ore 22 su CR1 con lo speciale di “Sottorete” di Lorenzo Scaratti (e in replica martedì alle 20.30) – fu un viaggio insonne, trasferito da Cremona, dove aveva traslocato 11 mesi prima, a Casalmaggiore, vestita di rosa da tempo (una settimana, la settimana rosa, appunto) ma che mai, nel tempo, si sarebbe aspettata una notte così.

Se lo Scudetto 2015 fu rosa shocking, la Champions 2016 andò oltre: una di quelle vertigini da far perdere le parole. E se qualcuno le avesse trovate da qualche parte tra i coriandoli di emozione del PalaGeorge, di certo le avrà intinte nell’inchiostro rosa: eravamo felici e lo sapevamo eccome.

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