Cronaca

"La guerra è il fallimento della politica. L'art. 11 obbliga a cambiare strategia"

Le parole di don Bruno Bignami nell'ultima conferenza organizzata dalla Prefettura di Cremona per approfondire la conoscenza della Costituzione

Al centro, don Bruno Bignami
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Undicesimo appuntamento giovedì pomeriggio, della serie di conferenze sugli 80 anni della Repubblica, un “cammino nella Costituzione” promosso dalla Prefettura di Cremona. A parlare delle implicazioni dell’articolo 11, “l’Italia ripudia la guerra”, Don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale CEI per i Problemi sociali e il lavoro, postulatore della causa di beatificazione di don Primo Mazzolari.

Introdotto dall’assessore alle Politiche Sociali Marina Della Giovanna, da Giusy Rosato curatrice del ciclo di conferenze, dal giornalista Paolo Gualandris e dal prefetto vicario Giulia Vernizzi, don Bignami ha posto l’accento sul valore del verbo “ripudia”, scelto dai costituenti per esprimere un’idea definitiva ed inequivocabile, una presa di distanza netta da quello che era stato vissuto durante i due conflitti mondiali. Con questo verbo “attivo”,  “il Paese afferma che le controversie si risolvono con la politica, non con la guerra”, ha detto il sacerdote, che nei suoi scritti su don Mazzolari ne ha evidenziato i tratti di “artigiano della pace”.

“Dobbiamo guardare alla situazione attuale con realismo”, ha spiegato a margine della conferenza. “I conflitti nel mondo ci sono sempre stati, il problema è quando si decide di utilizzare la violenza e la forza come soluzione. Il conflitto fa parte delle relazioni umane, il problema è che siccome siamo poveri dal punto di vista relazionale, pensiamo che la forza sia lo strumento più veloce per risolvere i conflitti. E’ li che nascono le guerre. Invece abbiamo bisogno di cambiare completamente strategia, l’articolo 11 ci obbliga a cambiarla. Non sono le guerre la parte risolutiva dei conflitti internazionali, ma è la politica.
Le guerre rappresentano il vero e proprio fallimento della politica”.

Ma come può il cristianesimo interloquire e fare pressioni sui chi scatena le guerre? “Papa Leone si sta prodigando tanto in questa situazione, forse in questo momento non è così amato dai grandi della terra, come non lo era papa Francesco.
Sappiano che le Chiese possono diventare strumento dentro le guerre: nella storia questo è successo e ancora oggi c’è chi va a beatificare chi fa le guerre e a pregare perché vinca. Questo è l’esatto contrario di quello che è il senso delle religioni. Lo dico a 800 anni dalla morte di Francesco, figura straordinaria che travalica il Cattolicesimo: nel momento in cui tutti partivano per le crociate lui è partito per incontrare il sultano e per condividere una spiritualità. Le religioni non devono prestarsi alle guerre, quando questo accade screditano se stesse”.

Che giudizio dà del modo in cui la comunicazione racconta la guerra in Iran? “La guerra è sempre stata portata avanti attraverso menzogne e questo è anche comprensibile, perchè se devo motivare l’uso della violenza devo portare tutte le possibili carte a favore della mia scelta.
Se invece porto avanti l’idea di un dialogo e della diplomazia, allora ho bisogno di fare i conti con la realtà.

La comunicazione dovrebbe fare un esame di coscienza sul modo in cui racconta le cose; sulla veridicità, ma anche sul senso di quello che accade; a volte dovrebbe spegnere i microfoni quando qualcuno è troppo in prima pagina e sempre e comunque in prima pagina.

Quando uno  è negativo nel modo di parlare e affrontare i temi, non merita di essere in prima pagina; quando invece ha soluzioni belle e propositive merita di essere al centro dell’attenzione. Invece vediamo il contrario”.

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