Liberazione, corteo e cerimonia: "Una festa per tutti, per non dimenticare"
Una piazza affollata ha accolto il corteo del 25 aprile, con momenti di teatro e discorsi che hanno rievocato il valore della libertà e della Costituzione
Una piazza gremita, le bandiere tricolori, i gonfaloni e le note di “Bella Ciao” a fare da cornice: così Cremona ha celebrato l’81esimo anniversario della Liberazione, in una giornata di memoria condivisa.
Dopo il passaggio al cimitero, dunque, la festa per il 25 aprile è proseguita con il raduno dal piazzale della chiesa di San Luca. Da qui è partito un corteo, preceduto dal Complesso Bandistico “Città di Cremona”, dalla storica bandiera tricolore, dai labari delle Associazioni partigiane e dai Gonfaloni del Comune e della Provincia, che si è snodato lungo corso Garibaldi, corso Campi, corso Cavour, piazza Roma, via Solferino, fino a raggiungere piazza del Comune.
Qui è di nuovo stata intonata Bella Ciao, con il supporto della banda a lato del palco. E’ quindi seguito un momento recitato con la “La Compagnia dei Piccoli”, che ha ripercorso la storia che ha portato alla vittoria sul fascismo. Due attori (Daniele Carrara e Alessia Bianchi) hanno rappresentato Farinacci e Tina, una partigiana. Tra loro un botta e risposta ideologico che ha riassunto le atrocità del fascismo e i sacrifici della resistenza.
Quindi Mattia Cabrini ha preso parola per parlare della Costituzione e di come questa abbia bisogno di impegno tutti i giorni: “La politica non è piacevole, ma l’indifferenza è peggiore” ha detto, ricordando poi le parole di Piero Calamandrei.
Nel suo intervento, il presidente della Provincia Roberto Mariani ha ricordato come il 25 aprile sia “una giornata importante, che va celebrata. E’ importante esserci, per tutti. Ritengo che sia la festa più importante per il nostro Paese. È una festa per non dimenticare che se abbiamo quello che abbiamo oggi a livello di libertà, a livello di democrazia, lo dobbiamo a chi ha fatto una scelta, di schierarsi da una certa parte per darci la libertà”.
Mariani ha poi voluto riportare l’attenzione su una figura emblematica dell’antifascismo italiano, Giacomo Matteotti, ricordando il suo coraggio e il prezzo pagato per aver denunciato le violenze del regime, ed evidenziando come “il 25 aprile sia sì divisivo, ma solo per chi ancora oggi si dichiara fascista”.
E’ toccato poi al sindaco Andrea Virgilio, che ha evidenziato come “sarebbe sbagliato concepire la prima parte della nostra costituzione come qualcosa da comunicare semplicemente alla storia. Il 25 aprile è sempre attuale e penso che il compito nostro, come istituzione, sia quello di renderlo ancora più attuale, cercando di essere più coerenti, anche nel contesto locale, con quelli che sono obblighi costituzionali”.
Virgilio ha ricordato come”il fascismo ha soffocato questo Paese. Non gli ha concesso più l’aria per respirare. Lo ha fatto in tanti modi: quando escludi un bambino dalla sua scuola, dai suoi amici, stai togliendo ossigeno al futuro”.
Ma il fascismo, ha sottolineato il primo cittadino, “ha colpito anche un’altra cosa: la legalità. Perché l’ha svuotata. L’ha separata dalla giustizia. Perché anche le leggi possono essere ingiuste. Il fascismo svuotava il senso delle istituzioni, le divorava da dentro. Escludeva chi non rientrava nei suoi recinti.
Il fascismo, per il sindaco, “è stato violenza. Violenza fisica, quella dei picchiatori. Ma non solo. E’ stato l’ipocrisia della classe economica di questo Paese, quei padroni che non volevano concedere terreno alla dignità del lavoro di contadini e operai. È stato pressione sulla vita di tutti. Perché il controllo entrava nelle case. Entrava nell’intimità. Entrava nelle scuole”.
È da qui, dunque, “che bisogna partire per capire il 25 Aprile: non è solo la caduta del regime, è il momento in cui l’Italia si è liberata da un potere che entrava nelle vite delle persone, in quella pubblica e in quella privata”.
Questa giornata quindi, ha concluso Virgilio, “ci ricorda che la democrazia nasce quando donne e uomini, decidono di non vivere dentro la menzogna, di non piegarsi alla paura, nasce quando scatta la consapevolezza di avere una postura, che c’è la dignità sopra a ogni cosa. Tutti conosciamo le gesta dei partigiani, tra le montagne e nelle città, e le molteplici forme di solidarietà popolare.La Resistenza è stata questo. È una scelta morale. E quella scelta è passata attraverso gesti concreti. Un messaggio portato di nascosto. Un rifugio offerto. Un foglio clandestino distribuito. Un silenzio tenuto sotto interrogatorio”.
Per questo la Resistenza non appartiene solo al mito. Appartiene alla responsabilità popolare di avere la schiena dritta. “A un certo punto bisognava scegliere” racconta Nuto Revelli, ne La guerra dei poveri. Perché il fascismo era prima di ogni cosa una scuola dell’obbedienza che ha insegnato a diffidare del pensiero libero. A cercare il nemico. A confondere l’ordine con la sopraffazione, a considerare normale che lo Stato giudicasse le persone per ciò che erano, per chi frequentavano.
Questo è stato il fascismo: un regime che ha ristretto la vita. Che ha impoverito la libertà.
Dunque il 25 Aprile è una domanda sul presente. Perché anche oggi viviamo in un tempo in cui la vita in qualche modo si restringe, in cui la paura viene usata per coltivare rancore. Anche oggi vediamo crescere parole d’odio parole violente. Certo che la storia non si ripete uguale.
Ma i meccanismi, quelli sì, possono tornare. L’idea che i diritti siano un intralcio. Il disprezzo per le istituzioni, per le minoranze, per chi abita lo spazio pubblico in modo diverso da noi, E allora noi dobbiamo riconoscere per tempo ciò che ferisce la democrazia. Non solo quando si presenta in forme estreme, perché è già troppo tardi. Ma quando entra lentamente nelle parole, nei comportamenti, nel linguaggio pubblico. Una democrazia non muore quando crollano le istituzioni. Comincia a indebolirsi molto prima, quando il rispetto viene svalutato.
Quando la libertà di qualcuno viene raccontata come un pericolo per tutti, o ridotta a una mancia di 615 euro per accompagnare uno straniero a casa sua. La Costituzione ridotta a un pugno di soldi e la coscienza a libero mercato. E qui troviamo il senso della memoria, la memoria deve spazzare via questa barriera alle idee. Non basta commemorare. Non bastano lapidi, cerimonie, corone. La memoria serve quando respira quando diventa coscienza. Quando ci aiuta a capire il presente.
Per questo i luoghi della memoria sono importanti e sono gli spazi che abitiamo, che calpestiamo tutti giorni: sono le piazze, i teatri, le associazioni, la cultura diffusa, il lavoro di chi ogni giorno tiene aperto uno spazio pubblico di libertà, sono la scuola di Giulia, non la scuola ridotta a un magazzino di talenti per fornire lavoratori competenti, ma come spazio che alimenta la coscienza civile di un Paese.
La memoria deve vivere nelle comunità. Deve passare tra le generazioni. Diventare un fatto collettivo. Altrimenti si indebolisce. Altrimenti si svuota. E soprattutto, la memoria deve parlare ai giovani. Quando si vede un’ingiustizia. Quando il razzismo viene banalizzato. Quando la violenza entra nel linguaggio pubblico. Quando ci rivolgiamo al popolo palestinese, all’Ucraina, alle donne iraniane, a chi soffre in qualunque angolo del mondo, a chi lotta per i diritti delle persone, a Teresa Mattei, donna della costituente, ragazza madre che difese i diritti delle donne in alula rompendo gli schemi di una società patriarcale.
Dobbiamo essere consapevoli che i valori di pace, sviluppo e libertà non possono essere patrimonio soltanto di alcuni popoli ma riguardano l’umanità intera. Essere fedeli al 25 Aprile significa questo. Significa libertà e giustizia sociale. Perché se la libertà non incontra la vita delle persone, si indebolisce e lascia spazio a chi promette scorciatoie autoritarie. E noi sappiamo dove portano quelle scorciatoie. Lo abbiamo già visto. E lo ricordiamo proprio oggi.
Per questo il 25 Aprile è il giorno in cui l’Italia ha scelto da che parte stare. E allora oggi, qui, in questa piazza, ricordando i partigiani, i deportati, tutte le donne e tutti gli uomini che hanno resistito, dobbiamo dirci in questa piazza bellissima che tocca a noi non sprecare quella eredità. Tocca a noi trasmetterla, tenerla viva.
Non esiste una generazione della Resistenza e una generazione che guarda. Esiste una stessa storia, ed è la nostra storia che continua. noi siamo questa storia, una storia ancora giovane! E i giovani ci sono. Sono qui. quando sentono che questa libertà li riguarda. E capiscono che non è memoria lontana, perché l’antifascismo è una scelta giovane: parla di libertà, parla di diritti, parla di futuro. È giovane ogni volta che qualcuno non accetta un’ingiustizia. È giovane ogni volta che qualcuno non si gira dall’altra parte.
E allora oggi, qui, in questa piazza, diciamolo insieme, con forza: viva il 25 Aprile, viva la Resistenza, viva l’Italia antifascista!