Don Bignami: “Ridare valore al lavoro. Non diventi occasione per procurare la morte”
Pubblichiamo la riflessione "A che serve lavorare?" apparsa sul mensile "Vita Pastorale" di giugno
Cos’è il lavoro? A che serve lavorare? Ce l’ha ricordato il Messaggio dei vescovi italiani per il 1° maggio scorso. Nulla è scontato, compreso il fatto che il lavoro migliori il mondo in cui viviamo. La questione si pone nella sua radicalità: una parte dell’economia odierna è al servizio della guerra. Produciamo armi, carri armati, tecnologie militari, droni, navi, aerei, elicotteri… utili per uccidere.
Le bombe atomiche sono in grado di distruggere territori o l’intera specie umana sulla Terra. Il lavoro di molte persone, la ricerca scientifica e l’intelligenza di menti giovani vengono investite per la morte. Le guerre odierne sanno di scempio: ammazzano bambini, bombardano ospedali, università e scuole, sopprimono popolazioni civili… e non per sbaglio. Sono scelte deliberate.
Al contrario, l’altra parte dell’economia soffre di incertezza. La globalizzazione, infatti, esige che le merci prodotte per la vita (prodotti agroalimentari, farmaci, vestiti, automobili…) possano circolare liberamente grazie alla straordinaria arteria che si chiama mare. Più del 90% dei beni commerciali nel mondo si muove grazie ai container di navi. Basta l’ostruzione di un passaggio (Hormuz insegna!) per provocare l’infarto dell’economia.
Così vediamo che, nel contesto attuale, vi è un’economia (e un lavoro) della guerra che gode di ottima salute e un‘economia della vita (e della pace) che sperimenta una profonda crisi. Alcuni dati confermano questa situazione, come attesta la Relazione annuale al Parlamento italiano prevista dalla Legge 185/90 per l’anno 2025: dal 2022 al 2025 le autorizzazioni concesse per l’esportazione di armi dall’Italia a Paesi esteri sono passate da 5,2 a 9,1 miliardi di euro.
Ogni anno l’incremento è di circa il 20%, e la cifra è quasi raddoppiata in soli tre anni. Il 90,4% del valore totale delle autorizzazioni è coperto da 15 società. La sola Leonardo detiene la quota del 54%, seguita da Iveco Defence Vehicles e Mbda Italia. In modo analogo, nel mondo, Rtx e Lockheed sono aziende che hanno rialzato le loro azioni rispettivamente del 67% e del 46%. La logica del riarmo trasforma la spesa militare dei governi nella rendita finanziaria più solida.
Dall’altro lato, basta fare un pieno di gasolio, prendere un caffè al bar, acquistare un libro o il pane… per rendersi conto di come i prezzi di molti beni sono aumentati a dismisura per le famiglie. Eppure, le aziende che producono beni per la vita sono migliaia e coinvolgono i campi dell’agricoltura, dell’industria, del commercio, dell’energia rinnovabile…
Non ha dell’incredibile la scelta di preferire le attività di poche aziende, aggressive nel campo della difesa e degli armamenti, per mettere in difficoltà gli investimenti e la produzione di numerosissime altre imprese che migliorano l’esistenza delle popolazioni? Non è scandaloso? Ecco perché i vescovi dichiarano il lavoro «una forma di amore civile», «la grammatica della società», «il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona».
Nei Paesi devastati dalle guerre si rischia di confondere costruzioni e ricostruzioni: «Una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli». Il richiamo serve per ridare valore al lavoro: l’uomo si degrada quando uccide e distrugge. Per questo, occorre rafforzare le norme di trasparenza e di limitazione della produzione di armi. Oggi sono floride le riconversioni dal civile al militare, mentre è urgente tornare a investire in un lavoro per la vita e la comunità.
Come incoraggiava Giovanni Paolo II: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita». Decostruire le logiche della violenza e della morte è il modo per realizzare la profezia di Isaia di trasformare le spade in aratri, le lance in falci (Is 2,4). Il lavoro esprime la dignità delle persone. Impatta sulle coscienze. Come trascurarlo? Può renderci migliori sapere che il frutto della nostra fatica uccide?
Aveva ragione don Tonino Bello a incoraggiare gli operai costruttori di armi, pur senza costringerli al rifiuto del posto, a battersi per attuare rapidamente «la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita».
È in gioco la responsabilità di tutti, come ricorda la Nota pastorale della Cei Educare a una pace disarmata e disarmante parlando di obiezione professionale: «È il gesto di chi rifiuta di mettere le proprie competenze professionali e lavorative a servizio di aziende orientate alla produzione di armi. Si tratta di una scelta che può essere onerosa in tempi di crisi del mercato del lavoro, ma che proprio per questo va segnalata e sostenuta anche da parte delle comunità».
C’è un paradosso nell’atto di lavorare messo bene in rilievo da Simone Weil nei suoi Quaderni: «Nel lavoro l’uomo si fa materia come il Cristo nell’eucaristia. Il lavoro è come una morte. Bisogna passare per la morte, che il vecchio uomo muoia». Il lavoro associa al mistero pasquale di Cristo, lo rende presente: permette di fare di sé un dono a Dio e agli altri. Per questo, non può mai diventare occasione per procurare la morte. Facciamo sì che i luoghi di lavoro producano beni per la vita. Siano comunità generative, capaci di far morire un’economia che si presta per uccidere. Il lavoro è educazione alla pace. Rende concreta la civiltà dell’amore. «Se vuoi la pace, producila!»
Bruno Bignami