Quando il diritto di pochi finisce per impoverire un’intera città
Egregio Direttore,
seguo con amarezza la vicenda che sta coinvolgendo il Caffè San Paolo e le continue contestazioni che stanno mettendo in difficoltà una delle realtà culturali più vivaci di Cremona. Da settimane assistiamo a concerti annullati, iniziative ridimensionate e programmazioni compromesse a causa di ripetute segnalazioni e proteste avanzate da un numero estremamente limitato di persone.
La domanda che molti cittadini si pongono è semplice: è accettabile che la visione di una ristrettissima minoranza finisca per condizionare l’offerta culturale di un’intera comunità? Il Caffè San Paolo non è una discoteca.
Non è un luogo di degrado. È uno spazio che negli anni ha ospitato musica dal vivo, reading letterari, mostre, incontri, presentazioni di libri e occasioni di confronto che hanno contribuito a rendere Cremona una città più aperta, viva e interessante. In un periodo storico in cui si lamenta la fuga dei giovani, la chiusura degli spazi di aggregazione e la povertà dell’offerta culturale, appare paradossale accanirsi proprio contro chi prova a costruire occasioni di partecipazione e bellezza.
La cultura non produce soltanto intrattenimento. Produce relazioni, senso civico, sicurezza, appartenenza. Una piazza abitata da persone che ascoltano musica o partecipano a un evento culturale è una piazza più viva e più sicura di una piazza vuota. Per questo trovo preoccupante che l’energia e il lavoro di chi organizza iniziative per centinaia di cittadini possano essere continuamente ostacolati da una logica che sembra privilegiare il veto rispetto al dialogo. Ogni diritto merita rispetto, compreso quello alla tranquillità.
Ma una città democratica vive anche di equilibrio e proporzione. Quando la tutela delle esigenze di pochissimi finisce per cancellare opportunità per moltissimi, è giusto interrogarsi sulle conseguenze di tale scelta.
Cremona deve decidere quale città vuole essere: una città che incoraggia la cultura, la musica e l’incontro tra le persone, oppure una città in cui basta una continua sequenza di esposti e lamentele per spegnere iniziative che arricchiscono la vita collettiva.
Io credo che la risposta debba essere la prima.
Andrea Garini