Si è spento don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore e fondatore della comunità Exodus, figura simbolo dell’impegno nel recupero dei giovani in difficoltà e delle persone segnate dalle dipendenze. Aveva dedicato oltre quarant’anni della sua vita a costruire percorsi di rinascita, diventando uno dei volti più conosciuti del volontariato e dell’impegno sociale in Italia.
Anche Cremona conserva un ricordo particolare del “prete di strada”. Nel corso degli anni don Mazzi aveva infatti fatto tappa in città in almeno due occasioni, incontrando studenti, educatori e cittadini con il suo stile diretto, spesso provocatorio, ma sempre capace di lasciare il segno.
La prima visita risale al 2014, quando intervenne davanti a centinaia di studenti affrontando il tema dell’educazione, della responsabilità e del futuro delle nuove generazioni. In quell’occasione invitò i ragazzi a non accontentarsi di una vita senza ideali, sottolineando come il coraggio delle scelte fosse l’unico antidoto all’indifferenza.
Tre anni dopo, nel 2017, tornò a Cremona per un nuovo incontro pubblico organizzato anche da Mondo Padano. Fu allora che pronunciò una delle frasi rimaste più impresse: “La vera disabile è una società senza obiettivi”, riflessione con cui denunciava una comunità incapace di offrire prospettive ai giovani e di accompagnare le persone più fragili. Un intervento che suscitò grande partecipazione e che mise al centro il valore dell’educazione, dell’ascolto e della responsabilità condivisa.
Fondatore di Exodus nel 1984, don Mazzi ha sempre sostenuto che nessuno fosse irrecuperabile. Per lui il recupero passava prima di tutto attraverso la fiducia, il lavoro, la relazione umana e la possibilità di ricominciare. Una visione che ha trasformato la sua comunità in una rete presente in tutta Italia, diventando un punto di riferimento per migliaia di persone. Con la sua scomparsa l’Italia perde una delle voci più autorevoli nel campo dell’educazione e dell’inclusione sociale. A Cremona restano il ricordo delle sue visite e di un messaggio che continua a interrogare anche oggi: una società che smette di indicare obiettivi ai giovani rischia di perdere il proprio futuro.