Omicidio di Vescovato, la psicologa Barchiesi: “Soggetti incapaci di gestire frustrazione”
L'omicidio di Nurian Dalipaj mette in evidenza personalità complesse, segnate da insicurezza e reazioni impulsive, in un contesto di gelosia e frustrazione sociale
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In attesa che le indagini e gli interrogatori portino a una ricostruzione più chiara dei fatti sull’omicidio di Nurian Dalipaj, 24enne albanese, e sul ferimento del fratello nel corso della colluttazione con il 32enne cremonese Mattia Miraglia, gli psicologi si interrogano sulle cause e sulla personalità dei protagonisti della vicenda. Per entrambi emergerebbe una marcata difficoltà nel gestire le frustrazioni, l’emotività e il rifiuto.
Santina Barchiesi, psicologa, psicoterapeuta e criminologa clinica, inquadra la dinamica della vicenda dalla sua professione: “La mia è una lettura di tipo clinico. La clinica si occupa di individuare le motivazioni che portano una determinata personalità a muoversi in un certo modo, per poi attivare un lavoro di prevenzione, o quantomeno per affiancare alla dimensione investigativa la componente più legata alla persona”.
La psicologa prosegue: “A mio avviso si sono evidenziate strutture di personalità che condividono una difficoltà ad accettare le frustrazioni. C’è poi l’aspetto del presunto autore del reato, che si sarebbe sentito aggredito: non sarebbe stata la prima volta che la vittima si presentava sotto casa sua cercando un confronto. A un certo punto, pur essendo descritto come una persona tranquilla e pacifica, avrebbe avuto una risposta di impeto, di rabbia, di bisogno di protezione. Andrebbe letta anche alla luce dello stile di attaccamento: una persona tranquilla che si sente aggredita può reagire con una risposta di tutela di sé, della propria relazione o dell’immagine che ha di quella relazione. Si aprono così diversi scenari”.
Da un lato il presunto responsabile, Miraglia, descritto in paese come tranquillo e riservato; dall’altro Dalipaj, che sui social si sarebbe costruito un’immagine da giovane sicuro di sé, dedito alla palestra e agli amici. Due personalità opposte ma, secondo alcune ricostruzioni, entrambe segnate da insicurezza: il primo impulsivo davanti al pericolo, il secondo costantemente alla ricerca di conferme.
Barchiesi allarga la riflessione al piano educativo: “Si apre il tema di come affrontare le difficoltà della crescita all’interno delle diverse istituzioni: la famiglia, la scuola, il contesto sociale più ampio. È una dimensione di realtà che, se osservata oggi, induce a riconsiderare l’intero impianto sociale, perché vicende come questa spingono a chiedersi cosa abbia portato il ragazzo, insieme al fratello che lo accompagnava, a provocare la reazione dell’altro. Se non era la prima volta, significa che in lui era radicato il bisogno di affermare quell’immagine virtuale di sé costruita sui social, che la realtà avrebbe invece smentito: una prima volta l’uomo cremonese, con un atteggiamento più maturo, non avrebbe voluto scendere né considerarlo, e il ragazzo sarebbe tornato una seconda volta. Sembra che in lui, che poi è diventato vittima — e questo rende la vicenda ancora più drammatica — vi fosse il bisogno di rivendicare ciò che la prima volta non gli era bastato: il bisogno, tipico di un bambino, di sollecitare continuamente l’adulto per ottenere la conferma che l’altro sia più forte di sé, oppure la conferma di riuscire a sostenere nella realtà l’immagine che il mondo virtuale gli restituisce. Questo è l’aspetto drammatico”.
La gelosia, a quanto risulta, non sarebbe un tema nuovo nella vita della vittima: alcuni anni fa Dalipaj aveva pubblicato sui social contenuti legati proprio a questo argomento, tra cui uno screenshot di una conversazione fittizia, dello stile diffuso in rete, incentrata sul tema della gelosia.
Barchiesi individua anche un tema legato alla disistima: “La mancanza di stima di sé, e quindi l’insicurezza, porta a mostrare sui social un’immagine di sicurezza, quasi da persona capace di intimorire. In realtà, chi agisce in questo modo non è forse pienamente consapevole di ciò che può scatenare nell’altro”.
La psicologa prosegue interrogandosi sulla personalità della vittima: “Andando a osservare la personalità della vittima, viene da chiedersi quanto per lui fosse difficile accettare un rifiuto, sia da parte della donna sia dell’altro uomo, e quanto pesasse l’immaginario del “maschio ferito” o dell’idea della donna come propria. Si apre così il tema educativo del no. Nonostante l’impegno nel contrasto ai femminicidi e alla violenza sulle donne, resta ancora diffusa una concezione della donna come possesso. Ma la donna non è un oggetto, torna quindi la logica infantile del gioco conteso, che appartiene anche a un altro “.
Il tema era stato affrontato anche in una precedente intervista dalla psicologa Palmigiano, secondo cui la gelosia rappresenta il filo conduttore che lega tutti i protagonisti della vicenda, dalla donna ai due fratelli Dalipaj fino al presunto responsabile Miraglia: “C’è la paura di perdere l’oggetto, in questo caso la donna, che affonda le radici nella paura originaria del bambino di perdere la madre. Quale stile di attaccamento la madre abbia attivato con questo figlio, e come questo si rifletta nelle sue relazioni affettive, non lo possiamo sapere, ma andrebbe approfondito”.