Cronaca

Morto ustionato, sfogo della sorella: “Non si sarebbe mai dato fuoco, versione non credibile”

Fatima, sorella di Salaheddine Nekhli, si sfoga, raccontando la verità della famiglia e i mille dubbi su una ricostruzione dei fatti a cui non credono

A sinistra la vittima, Salaheddine Nekhli, a destra la sorella, Fatima
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“Una versione dei fatti a cui non crediamo assolutamente”: è lo sfogo di Fatima Nekhli, sorella di Salaheddine, il 39enne morto dopo essere stato ricoverato una decina di giorni in seguito ad un’ustione nell’80% del corpo. Una tragedia che si è verificata in carcere lo scorso 30 luglio. Versione ufficiale: un gesto di autolesionismo.

Una narrazione di cui però nè la famiglia dell’uomo, nè il suo avvocato difensore, Giovanni Pignataro, credono. “Abbiamo letto di questa versione dei fatti sui giornali, dove si parlava di mio fratello che si dava fuoco da solo e del tempestivo intervento della polizia penitenziaria per aiutarlo” spiega la donna. “Una versione a cui non crediamo. E non si tratta solo della sensazione di una famiglia. Mio fratello sarebbe dovuto uscire dal carcere di qui a una settimana, definitivamente, dopo aver scontato totalmente la sua pena”.

Con questa prospettiva, il suo gesto “non avrebbe avuto senso” continua Fatima. “In più la mattina stessa lui ha telefonato a mia madre, raccontandole che con l’aiuto di un’associazione, una volta uscito dal carcere si sarebbe stabilito a Cremona. Era di buon umore. Aveva progetti. Voleva che nostra madre andasse a vivere per un po’ da lui, una volta che avesse avuto una casa. Ha detto che gli mancavamo e che non vedeva l’ora di uscire”. Insomma, non certo i discorsi di un aspirante suicida.

Non è tutto: anche la versione dei fatti data inizialmente alla famiglia è controversa: “il giorno stesso dell’incidente, il 30 luglio, il comandante ci ha fatto due chiamate, in cui ci hanno fornito tre versioni completamente diverse: la prima è che c’era stato un incendio, la seconda alludeva a una rissa, la terza che ci fosse stata una discussione con un altro detenuto. Nessuno ci ha detto che lui si fosse fatto del male da solo. E neppure al nostro avvocato è stata mai fornita una risposta. La versione dell’autolesionismo è uscita dopo che abbiamo contattato i giornali, e i giornalisti hanno iniziato a fare domande”.

La famiglia di Salaheddine, che lo conosceva bene, è insomma convinta che le cose non stiano come sono state raccontate. “Lui non si sarebbe mai dato fuoco” insiste la sorella. “Nella sua vita ne ha passate tante, situazioni molto più gravi di quella in cui si trovava ora. Senza contare che lui a Cremona, per quanto fosse difficile il clima, stava bene, ha sempre lavorato ed era abbastanza sereno. Per tutte queste cose riteniamo che la versione che ci hanno fornito non sia credibile. E per tale motivo vogliamo andare in fondo a questa storia e scoprire la verità. Mi auguro che vengano fatte indagini e visionate le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Noi non avremo pace finché non scopriremo cosa è successo. Nessuno deve credere a Salaheddine Necli che si dà fuoco, perché lui non l’avrebbe mai fatto”.

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