Artigianato in crisi: a Cremona e provincia perse oltre 400 imprese in dodici mesi
I dati elaborati dalla CGIA di Mestre. Nel 2024 erano attive 9.010 imprese artigiane, scese a 8.587 nel 2025: una riduzione di 423 attività, pari a –4,7%
In questi giorni di Ferragosto molte attività artigiane hanno abbassato le serrande per ferie. Per tante botteghe, però, quelle saracinesche si sono chiuse da tempo e, purtroppo, per sempre.
Non hanno retto la concorrenza sempre più aggressiva, i costi crescenti e una domanda che è cambiata profondamente, penalizzando soprattutto le realtà più piccole. È un fenomeno che riguarda l’Italia intera, ma che tocca da vicino anche la provincia di Cremona.
Secondo l’Ufficio studi della CGIA, dopo il picco del 2008 con quasi 1,5 milioni di attività, il numero delle imprese artigiane è sceso costantemente fino a raggiungere – nel 2025 – quota 1,22 milioni. Anche gli artigiani sono diminuiti: dai 1,7 milioni del 2015 ai quasi 1,3 milioni del 2025, con una perdita di 434mila persone.
Il quadro nazionale trova conferma anche nel territorio cremonese. Nel 2024 erano attive 9.010 imprese artigiane, scese a 8.587 nel 2025: una riduzione di 423 attività, pari a –4,7%.
Cremona si colloca così al 62° posto nazionale per variazione delle imprese artigiane. Un dato che racconta una difficoltà strutturale, non episodica, e che si inserisce in una tendenza più ampia che sta cambiando il volto dei quartieri, dei paesi e dei borghi della provincia.
La scomparsa progressiva delle botteghe non significa soltanto la perdita di un’attività economica: è la sparizione di un presidio di socialità, competenze e identità. “Quando scompare una bottega non si perde soltanto un’attività economica: si spegne un presidio di socialità, di competenze e di identità”, ricorda la CGIA. Lo scenario è critico nelle grandi città, ma anche nei borghi e nelle zone di provincia, dove la contrazione degli artigiani procede di pari passo con lo spopolamento.
RIPARAZIONI SEMPRE PIU’ DIFFICILI E BOTTEGHE IN DIFFICOLTA’
La crisi non è solo numerica: ha conseguenze dirette sulla vita quotidiana. Già oggi, quando si rompe una tapparella, un rubinetto perde acqua o serve un intervento sull’antenna, trovare un professionista è complicato. La CGIA avverte che, con l’invecchiamento degli artigiani e il calo dei giovani che si avvicinano a questi mestieri, entro un decennio reperire un idraulico, un fabbro o un elettricista potrebbe diventare un’impresa quasi impossibile.
Si sottolinea poi la crisi dei negozi di prossimità, legata a diversi fattori che si intrecciano: la concorrenza della grande distribuzione e dell’e‑commerce, capaci di offrire prezzi più bassi grazie alle economie di scala; il cambiamento delle abitudini di consumo, con meno acquisti frequenti e più spostamenti verso luoghi dove “si può fare tutto insieme”; i costi fissi elevati che pesano molto più sulle piccole attività; il declino demografico e l’invecchiamento della popolazione, che riducono la clientela potenziale e impoveriscono le strade commerciali.
A questo si aggiunge il processo di aggregazione e acquisizione che ha interessato alcuni settori dopo le crisi del 2008/2009, 2012/2013 e 2020/2021. Le fusioni hanno ridotto la platea degli artigiani, ma hanno aumentato la dimensione media delle imprese e la produttività in comparti come trasporti, metalmeccanica, installazione impianti e moda.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE E ARTIGIANATO
La CGIA dedica un passaggio anche all’impatto dell’intelligenza artificiale. Secondo l’analisi, l’AI non farà sparire gli artigiani, ma li dividerà in due gruppi: chi saprà usarla come strumento di lavoro e chi invece la subirà come concorrente.
“Il pericolo vero non è che l’AI porti via il lavoro agli artigiani. È che chi la sa usare diventerà molto più veloce di chi lavora solo con le mani”. A salvarsi saranno soprattutto i restauratori, chi lavora nel lusso su misura, chi ripara e chi offre un’esperienza: corsi, botteghe aperte, dimostrazioni dal vivo.
REDDITO DI GESTIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE
La CGIA propone di introdurre un “reddito di gestione” per chi conduce una bottega nei centri minori, almeno fino a 10mila abitanti. L’obiettivo è sostenere attività che svolgono un ruolo fondamentale nei centri storici e nei piccoli comuni, contribuendo all’identità culturale e alla qualità della vita.
Accanto al sostegno economico, serve un investimento serio nella formazione professionale. Da cinquant’anni il lavoro manuale soffre una svalutazione culturale che ha relegato gli istituti professionali a scuole di “serie B”. Eppure, mentre l’artigianato è in crisi, gli imprenditori denunciano da anni la difficoltà nel trovare manodopera.
ALCUNI SETTORI IN CRESCITA
Non tutto è in calo. Acconciatori, estetisti, massaggiatori, tatuatori, sistemisti informatici, esperti di web marketing, video maker e professionisti dei social media sono in espansione. Bene anche il comparto alimentare da asporto: gelaterie, gastronomie e pizzerie al taglio, soprattutto nelle città turistiche.
Nell’ultimo anno le chiusure più pesanti hanno riguardato Pesaro‑Urbino, Mantova, Bologna e Belluno. Le diminuzioni più contenute si registrano invece nel Mezzogiorno.
Cremona, con il suo –4,7%, si colloca in una fascia intermedia, ma il dato resta significativo e conferma una tendenza che sta ridisegnando l’economia locale.