Gli vende un Rolex “patacca” e poi lo minaccia: “Se non paghi ti faccio fare a pezzi”
Estorsione tra le mura del carcere, ma per il giudice, che aveva chiesto la riqualificazione del reato, non si sono prove che l'orologio non fosse originale
Un detenuto napoletano di 45 anni è comparso oggi davanti al giudice per l’udienza preliminare per rispondere di estorsione ai danni di un altro detenuto, un 35enne di Palermo. L’episodio era avvenuto all’interno del carcere di Cremona nel luglio del 2024.
Il 45enne, che è ancora in carcere per reati di associazione mafiosa, aveva venduto al 35enne un Rolex, sostenendo che fosse originale. La vendita era avvenuta fuori dalle mura del carcere. L’orologio era stato consegnato dalla figlia dell’imputato ai familiari del palermitano, che avevano pagato un anticipo di mille euro.
Successivamente, però, la famiglia del 35enne aveva portato il Rolex da un gioielliere per farlo valutare, scoprendo che si sarebbe trattato di un falso. A quel punto lo avevano fatto sapere al parente detenuto, che si era lamentato con il venditore, sostenendo di essere stato vittima di una truffa.
Il 45enne aveva negato che l’orologio fosse falso e se l’era presa con il 35enne, minacciando di morte lui e i suoi familiari, dicendogli che sapeva dove abitavano e pretendendo un pagamento di 8.500 euro, importo maggiore di quanto era stato deciso in precedenza per la vendita.
“Se non paghi”, gli avrebbe detto, vantando conoscenze all’interno del carcere, “ti faccio fare a pezzi da altri detenuti”. Alla fine il 35enne, che effettivamente era stato vittima di un’aggressione in carcere, attraverso la sua famiglia aveva pagato al napoletano la somma di 2.500 euro, denaro che sua madre aveva versato facendo una ricarica sulla postepay intestata alla figlia dell’imputato.
In seguito ai fatti, il 45enne era stato trasferito nel carcere di Pavia, mentre il 35enne palermitano, che attualmente è libero, era stato rinchiuso nel carcere di Bollate.
Nella precedente udienza, il 35enne si era già costituito parte civile attraverso l’avvocato Mario Tacchinardi, ma in quell’occasione il giudice aveva riqualificato l’accusa in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, in quanto mancava la prova che l’orologio fosse effettivamente falso, e aveva ordinato la trasmissione degli atti al pm per l’emissione del decreto di citazione a giudizio, provvedimento che avrebbe portato direttamente l’imputato a processo senza passare dall’udienza preliminare.
La decisione del giudice è però finita davanti alla Corte di Cassazione, che ha stabilito che il magistrato non avrebbe dovuto riqualificare di suo pugno il reato, ma avrebbe dovuto restituire gli atti al pm.
Oggi il procedimento per estorsione è approdato davanti allo stesso giudice che a questo punto si è astenuto, rinviando l’udienza al prossimo 20 gennaio. Se il presidente vicario del tribunale accetterà la sua astensione, il procedimento andrà davanti ad un altro giudice.