Tornare “piccoli”, sulle orme di Francesco: viaggio nel cuore del Vangelo con Padre Pasolini
Il Predicatore della Casa Apostolica ha riempito la Cattedrale di Cremona con l'incontro "La priorità è il Vangelo: ce lo dice san Francesco d'Assisi"
Mentre una delle prime piogge autunnali bagna le vie del centro, il Duomo di Cremona inizia a riempirsi con largo anticipo di centinaia di fedeli arrivati da ogni angolo della provincia.
D’altronde, per la Diocesi si tratta di un appuntamento straordinario, non solo per la caratura dell’ospite ma anche e soprattutto per la profondità dei temi affrontati.
È stata quindi una Cattedrale gremita, nella serata di mercoledì, ad accogliere Padre Roberto Pasolini, frate minore cappuccino, predicatore della Casa Pontificia e protagonista dell’incontro “La priorità è il Vangelo: ce lo dice san Francesco“.
L’evento, a metà tra meditazione e lectio magistralis, è stato organizzato in occasione dell’ottavo centenario della morte del Poverello d’Assisi, prendendo le mosse da una riflessione che lo scorso maggio Papa Leone XIV ha voluto condividere con i Vescovi.
Un’ora o poco più in cui i presenti sono stati accompagnati — in punta di piedi — in un viaggio verso il cuore del Vangelo attraverso l’esperienza del Santo Patrono d’Italia.
“Ritorno a Cremona dopo 24 anni, dopo aver studiato filosofia con i miei confratelli in via Brescia, percorso che mi ha poi portato allo studio della teologia alla fine del secolo scorso, dal 1999 al 2002 — racconta Padre Pasolini ai nostri microfoni —. Venticinque anni fa la barba era nera e gli anni erano molti di meno; ma, soprattutto, erano 25 anni in meno per me, per la mia vita e per la storia del mondo. Torno qui sia per parlare, in occasione della bella ricorrenza degli 800 anni dalla morte di San Francesco, della sua esperienza cristiana e umana, sia del modo in cui egli ha riscoperto il Vangelo nel suo tempo, il Medioevo. Una riscoperta che può essere significativa anche per noi oggi, che viviamo un’epoca ugualmente complessa e abbiamo bisogno di trovare qualche luce e qualche indicazione“.
“Proprio San Francesco — aggiunge poi — ci insegna che ogni generazione ha la responsabilità di riscoprire il cuore della vita e della cultura cristiana ritornando proprio al Vangelo. Credo che questa sia l’indicazione forte, la provocazione che Francesco ci offre: sgombrare il campo da ciò che non è essenziale — e magari non lo era già da tempo — per ritrovare il centro, che è la Buona Notizia: Dio si è fatto uomo, è morto ed è risorto, e con il suo amore perdona i nostri peccati. Bisogna ricostruire tutto da lì”.
A fare gli onori di casa sono stati il Vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, e mons. Gianluca Gaiardi, direttore del Settore Beni Culturali della diocesi. Ad aprire e chiudere l’incontro, due brani per organo eseguiti dal maestro Fausto Caporali.
Tornando a San Francesco, il percorso per riscoprire la quintessenza del Vangelo è, per il predicatore della Casa Pontificia, un vero e proprio ritorno alle origini.
Un ritorno al sentirsi piccoli, spogli di ogni titolo e gradino sociale: piccoli davanti agli altri, ma soprattutto davanti a sé stessi.
“Dio si è fatto uomo partendo da tre chili e mezzo, un bimbo in fasce — ha spiegato dal pulpito Padre Pasolini —. E San Francesco lo ha scoperto davanti ai lebbrosi: Dio si è fatto piccolo per permetterci di aiutarlo. Per Francesco è questo il cuore del Vangelo: rendersi conto di essere capaci di bene. Il mondo ha bisogno di adulti che sappiano farsi bambini. La ‘piccolezza’ è una posizione anzitutto interiore: significa rinunciare alle fasulle idee di potere in cui crediamo si esprima la nostra umanità. C’è una rivoluzione più gentile e più vera che parte da chi sceglie di mettersi in basso“.
“Chi sono i ‘fratelli più piccoli’ del Vangelo? Siamo tutti noi. Il centro di tutto però non è fare del bene agli altri, ma permettere agli altri di fare del bene a noi. Significa rinunciare a qualcosa che ci fa sentire appagati: il bisogno di sentirci protagonisti. Essere marginali può far paura perché comporta la perdita totale del controllo, ed è proprio questa la gioiosa follia che Francesco ha voluto abbracciare”.
Non sono mancati richiami alla vita di uno dei Santi più amati della cristianità, al suo rapporto con il mondo circostante e con le sue ‘creature’.
“Annunciare il Vangelo significa andare verso gli altri e riconoscerli anzitutto come creature, prima ancora che i ruoli ne definiscano i contorni. Perdiamo di vista che l’altro è una creatura e vediamo solo il ruolo: la moglie, il marito, il figlio, il prete, il vescovo. Ma il ruolo è un’ombra. Io ho un dovere primario di umanità: guardare quella creatura e dirle ‘che bello che ci sei’. È una parola che abbiamo smesso di scambiarci”.
“A me fa paura questo, non l’intelligenza artificiale: abbiamo perso la percezione reciproca di noi stessi in quanto creature. Se riesco a guardare qualcuno, a riconoscerlo come creatura e a dirglielo — non per semplice buona educazione, ma perché ci credo veramente — gli ho già annunciato la Buona Notizia”.
Un appuntamento che è riuscito a offrire profondi spunti di riflessione.
Perché, forse, se l’humanitas vuole davvero restare magnifica, deve ripartire proprio dai più piccoli.