Un racconto di Anna Priori

L’appuntamento

Un racconto di Anna Priori

Il rumore delle madri che preparano il pranzo. Non si sente altro dalle finestre delle case: solo posate che urtano i piatti e il brusio delle televisioni accese. 

La piazza è deserta per il troppo calore che si solleva a ondate dal cemento e oscilla a mezz’aria come avesse una sagoma e un paio d’ali. La ragazza sente il rivolo di sudore colarle sulla schiena, prova a staccare il vestito dalla pelle per far passare l’aria ma è uno sforzo inutile perché altre gocce stanno già scivolando dalle tempie, lungo il collo, nella fossa dei seni e giù a raccogliersi nella piccola pozza dell’ombelico. Vorrebbe essere bella, non con i capelli incollati alla fronte e gli aloni scuri che fanno appassire i fiori stampati sul vestito.  

All’una in punto davanti al bar del greco, ha detto lui. E l’una batte con il tocco definitivo della campana della chiesa parrocchiale. 

Il bar del greco è l’unico locale aperto. Tutte le botteghe sono chiuse, i pochi uffici inaccessibili, per il caldo, per il pranzo, per le ferie.

Non c’è un’ombra a parte quella tonda dell’ombrellone che copre appena l’unico tavolino fuori dal bar. Dei platani tagliati di recente restano ceppi grandi come ruote di carri che servono solo a smorzare mozziconi.

La ragazza getta lo sguardo all’interno del locale. Lui non c’è. Sceglie di fermarsi all’angolo, poco distante dalla porta d’ingresso, dove può vedere ed essere vista. Si guarda attorno inquieta e ripete tra sé: al bar del greco, all’una, tra un mese esatto.

Non fosse per il cameriere che è uscito sulla soglia per accendersi una sigaretta, la camicia bianca sgualcita con le maniche arrotolate e lo sguardo obliquo con cui la osserva, le verrebbe da pensare che ha sbagliato luogo e tempo, e che nulla esista al di fuori di lei e della sua immaginazione. 

Sposta il peso da un piede all’altro, si agita.

Il cameriere la guarda senza parlare perché vuole guardarla e non vuole parlare. Sono passati due minuti dall’una.

Cerca nella borsa un elastico per legare i capelli. C’è troppo caldo, troppo sole, troppa attesa, è troppo anche lo sguardo non desiderato che sente puntato addosso. Sono passati cinque minuti dall’una.

Forse lui non ha detto un mese ma due, forse la frase era: tra due mesi esatti all’una di notte al bar della stazione. Il cuore le smorza il respiro, il vestito incollato addosso la rende impacciata. Non potrebbe sentirsi più stupida. 

Sono passati dieci minuti dall’una. Vuole solo andare via da quella piazza vuota e smettere di sentirsi così. 

Sono passati quindici minuti dall’una quando decide di infilarsi in un vicolo alle sue spalle. È così determinata, le mani che sollevano l’abito per non inciampare, lo sguardo basso, i passi affrettati, che non si accorge dello squillo di un telefono e del cameriere che spegne la sigaretta e si affretta a rientrare nel bar. Non lo vede mentre afferra la cornetta e ascolta parole che lei non conoscerà mai. Quando, con passo svelto, lui torna sulla piazza e la cerca all’angolo, lei non è più visibile. Troppo distante per sentire qualcuno che grida il suo nome, che urla di tornare indietro. 

Lei vuole solo uscire dall’illusione e anche se forse ha sentito quel grido, pensa che la sua mente la stia ingannando.

Ha solo un attimo di ripensamento, un cedimento, ma non si ferma.

Il cameriere urla, un’ultima volta, poi smette. Rientra nel bar e chiude la telefonata.

La piazza è tornata deserta. Rimane solo il rumore delle madri che servono il pranzo e il brusio delle televisioni accese che si sparge nell’aria dalle finestre aperte.