Un racconto di Matteo Gilberti

Odio chi non sa ridere

Un racconto di Matteo Gilberti

«Lo scherzo è la più alta dimostrazione di intelligenza, disse Einstein. Non sopporto chi non ha senso dell’umorismo. Io darei la vita per uno scherzo ben riuscito!»

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E’ ancora buio alle quattro di mattina a dicembre. La città è avvolta nella nebbia e nel freddo umido, le strade sono deserte e i semafori lampeggiano. Solo Luigi è sveglio e cammina con le mani in tasca e la testa insaccata nella sciarpa verso l’edicola della stazione. Oggi è il suo trentunesimo compleanno, ma il padre non gli ha concesso di stare a casa a far nulla.

Dopo aver sistemato i quotidiani, si adagia sulle riviste per pisolare ancora un po’ prima dell’inizio della giornata.

Un’esplosione lo sbatte a terra. Tramortito e assonnato, tenta di capire cosa sia successo quando sente picchiare violentemente contro la porta.

«Gigi! Gigi! Esci, muoviti!»

Si alza rapidamente e, sconvolto, apre la porta cadendo di lato. Sono Jack e Franci, amici suoi, che lo afferrano e lo tirano su.

«Sali in auto, stanno venendo a pestarci!»

«Eh, chi?» bofonchia Luigi. «Cosa?»

Lo trascinano sul sedile posteriore dell’auto di Franci. «L’edicola! Ma che cazzo avete fatto!?» urla Luigi vedendo il cofano dentro la saracinesca laterale. «Papà mi ammazzerà!».

Franci sta facendo manovra per ripartire lungo il corso, da lontano nella nebbia Luigi scorge due grossi fari, probabilmente un pick-up, che stanno piombando su di loro.

«Corri Fra!» urla Jack. L’auto parte accelerando e Luigi finisce schiacciato sul sedile posteriore. Dopo diversi minuti Franci sterza nei campi di granoturco, inchioda e scende dall’auto insieme a Jack.

«Aspetta qui» gli dice Jack da fuori «guardiamo dove sono finiti. Ah, e auguri!» Nemmeno il tempo di protestare e sono spariti, Luigi rimane solo al buio con le portiere aperte.

Nel grano un fruscio. Luigi sente il cuore che batte fortissimo e le orecchie che fischiano. Lo sportello posteriore si spalanca e viene trascinato a terra di forza. Non riesce ad aggrapparsi a nulla e ogni tentativo di ribellione è inutile, si ritrova con una torcia puntata negli occhi circondato da persone incappucciate armate con mazze. Il terrore lo pervade, il tremore non gli permette di tenersi sulle ginocchia e forse si è anche bagnato i pantaloni.

«Vi prego vi prego» implora verso la luce della torcia.

«Buon compleanno, stronzo» dice il più grosso di loro mentre fa roteare la mazza.

«E’ per la storia del bar?» ansima Luigi.

«Cos’è la storia del bar?» domanda un altro.

Ladies and gentlemen, this is Mambo Number Five!

Lo squillo di un telefono.

«A… Andre?» domanda deglutendo Luigi. Solo Andre ha Mambo Number Five come suoneria del telefono. Tutti guardano verso la persona mascherata che silenzia il cellulare di fretta.

«Raga? Ma… siete voi?» chiede Luigi.

«Che cazzo è la storia del bar?» domanda nuovamente uno dei mascherati che ha la voce di Ale.

«Non siamo nessuno!» urla un altro in risposta a Luigi, è Jack. «Stai giù!» gli punta la pistola.

«Cosa cazzo è la storia del bar!?» grida nuovamente Ale mettendosi la mano sul lembo del cappuccio per liberarsene.

«Non toglierti il cappuccio!» gli urla Jack, ma Ale se l’è quasi sfilato. «Fermo!»

Nella nebbia esplode un colpo di pistola.

«Ovviamente non la mia di vita!» dico scoppiando a ridere. «Un polso, al massimo…» Non pensavo che sparare fosse così doloroso.

L’avvocato alza lo sguardo dal suo portatile. «Lei ha organizzato un finto rapimento come scherzo di compleanno e ha anche sparato a un suo amico perché, cito, stava rovinando tutto».

Odio chi non sa farsi una risata.