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E ora, all’opera!

Ce l’abbiamo fatta! Stentavo a crederci ma ce l’abbiamo fatta, con un discreto margine di vantaggio, grazie al costante impegno delle associazioni locali promotrici dei referendum, dei gruppi di consumatori , delle associazioni ambientaliste, del mondo del volontariato cattolico e di quello “alternativo”, fino ai partiti che, salvo qualche eccezione, sono arrivati più recentemente sul “parterre referendario”, ma ultimamente si sono impegnati a fondo e soprattutto, e giustamente, senza pestarsi i piedi l’uno con l’altro. In questo modo, oltre a dare una risposta precisa ai tentativi della maggioranza di far passare sotto l’uscio scelte fondamentali per il futuro del Paese, senza cercare un consenso fondato nell’opinione pubblica, si è smentita una “nemesi” che circola da troppo tempo sui referendum, spesso anche tra i sostenitori dello strumento referendario: e cioè che i referendum non interessano più alla gente. Ciò non è esatto, se consideriamo il fatto che l’elettorato ha imparato a mobilitarsi solo per i problemi “trasversali”, come può essere quello dell’acqua o del nucleare o per questioni di urgenza democratica (ricordo il referendum del 2006 con il quale un Paese, apparentemente “soggiogato” dal Cavaliere, bocciò sonoramente il tentativo di modificare una notevole parte della Costituzione da parte della maggioranza di centrodestra). Ma, una volta superato lo scoglio del “quorum”, il bello comincia adesso. Siccome si tratta di materie molto complesse che non consentono una “vacatio legis”, come quella che il referendum abrogativo necessariamente produce, sarà compito di un’opposizione propositiva ed unita indicare progetti alternativi in materia di acqua e di fonti rinnovabili oltre che nel campo della giustizia. Sulla prima materia, bisogna, secondo me, rifuggire dalla facile equazione, diffusa in parte del centrosinistra, secondo cui “privato” è sinonimo di “inefficienza e di speculazione” e “pubblico” è sinonimo di “equo ed efficiente”: ci sono casi di società private dell’acqua che garantiscono un servizio dignitoso a prezzi accessibili, come esistono società pubbliche simbolo dell’inefficienza e dello spreco: se “società pubblica” deve essere, che sia adeguatamente finanziata, altrimenti il gioco non vale la candela. E ancora: non basta dire no al nucleare ma bisogna promuovere, con incentivi seri a privati e aziende, la riconversione alle energie rinnovabili in modo così diffuso da renderle economicamente competitive: un parco di pale eoliche può produrre l’equivalente di una centrale nucleare di media potenza con un inquinamento minimo. E infine: non possiamo che essere soddisfatti di aver fermato il tentativo berlusconiano di costruirsi una legislazione giudiziaria ad personam con vari provvedimenti, di cui il legittimo impedimento è solo l’ultimo di una trista serie. Ma ciò detto, che cosa interessa ai cittadini sul problema giustizia? Interessano forse le alchimie costituzionali care a tanti specialisti del settore? Certamente no; una volta garantito nei fatti, e non solo a parole, il principio secondo cui la legge è eguale per tutti, al cittadino interessa il buon funzionamento della macchina giustizia, la “ragionevole durata” dei processi (che non vuol dire la loro cancellazione per avvenuta prescrizione), la chiarezza delle sentenze; e per questo, nonostante il “mantra” di Tremonti delle riforme a costo zero, ci vogliono soldi, tanti soldi. E allora, il nostro impegno deve essere, da domani in poi, di concretizzare i nostri “sì” in articolate proposte di legge, perché su esse si giocherà la credibilità o meno dell’opposizione alle prossime elezioni politiche . Il bello viene ora. “Hic Rhodus, hic salta!”

Vincenzo Montuori

 

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