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Chi sta marciando su Tripoli? di Enrico Pirondini

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Inevitabile. Anzi fisiologico. Dietro questi lampi di guerra che stanno squarciando, con un effetto domino, i paesi arabi mediterranei – Siria, Tunisia, Libia, ecc.- ci sono interessi di varia natura. Insomma il denaro. Gli affari. Aveva ragione il filosofo spagnolo Ortega y Gasset (1883-1955): “Non è la fame ma, al contrario, l’abbondanza, l’eccesso di energia, a provocare la guerra”.

Dagli americani ai Fratelli musulmani, dalle sanzioni Onu all’Italia che ha bloccato i fondi promessi (cinque miliardi come riparazione dei danni prodotti all’epoca coloniale;epperò quattrini che sarebbero finiti nelle tasche delle imprese italiane incaricate di costruire laggiù delle infrastrutture); dalla Cina sorniona che segretamente tifa per il Colonnello per avere il (promesso) greggio necessario ad alimentare le centinaia di imprese che Pechino ha avviato in Africa; da Sarkozy che andrà presto a Bengasi (roccaforte dei ribelli libici) per ribadire che i beni tolti a Gheddafi andranno a loro. Le stesse cose le ha già dette l’ex candidato alla Casa Bianca, il senatore John McCain. Insomma quattrini e quattrini. La musica non cambia. Tutti pongono il business al centro delle operazioni.

A proposito: ora che l’Aja ha richiesto un mandato di cattura per il Colonnello (per “crimini contro l’umanità” ), ora che la Nato ha abbandonato la farsesca ambiguità (“eliminare Gheddafi è un obiettivo legittimo”), ora che i raid- già cento giorni di bombe sulla Libia- hanno avuto pure il sostegno del presidente Napolitano (“i raid sono uno sviluppo naturale della scelta fatta a marzo”), ora che gli americani intendono lasciare il cerino in mano agli europei, quale sarà il ruolo dell’Italia? Obama ha bisogno di noi, punta sulla nostra rete di contatti, amici, informatori, ufficiali libici; il 30% dei funzionari dell’apparato statale di Tripoli parla italiano. Se non ci facciamo valere stavolta perdiamo un tram molto importante.

Eppoi c’è il dopo guerra. L’immediato dopo-guerra, quando ancora le ferite sono aperte. Ricordate quel che successe nel Golfo della Sirte il marzo di 25 anni fa? La VI flotta americana affondò un paio di motovedette libiche, Gheddafi rispose con 6 missili di tipo Sam 5 contro i caccia F14 americani che volavano sul golfo, nelle nostre basi scattò l’allarme blu (quello che precede l’allarme rosso previsto in caso di conflitto nucleare). Due giorni di paura e stop. Il presidente Reagan (1911-2004) ordinò alla flotta di restare comunque nei paraggi, “pronti a colpire”; la Libia cantò vittoria e tutto sembrò finito. Ma il 5 aprile un attentato terroristico nella discoteca “La Belle” di Berlino (frequentata da militari U.S.A; morto un soldato, oltre 100 feriti) – attentato attribuito a Gheddafi – innescò la rappresaglia. Nella notte tra il 14 e 15 aprile (1986) scattò infatti l’operazione El Dorado: 18 cacciabombardieri F 111, integrati dai caccia A- 6 partiti dalle portaerei America e Coral Sea hanno bombardato Tripoli e Bengasi. Sono stati undici minuti terribili. Il 15 aprile la Libia ha risposto lanciando due missili contro la basa Nato “Loran” di Lampedusa (finiti in mare senza provocare danni).

Allora il nostro governo si dissociò dalle azioni belliche americane. Oggi è diverso. Allora un generale senso di responsabilità – anche libico – evitò complicazioni maggiori. Gli attentati cessarono ed il mondo tirò un sospiro di sollievo. Sarà così anche stavolta?

 

Enrico Pirondini

 

 

 

 

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