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TALENTI CREMONESI ALL’ESTERO (13) Nepal, Cambogia, Vietnam e Filippine Arnaldo Pellini: «Parlare di Cremona con cinismo è una sorta di auto-difesa»

arnaldo

Una bellissima storia, raccontata con umiltà e con passione. Una vita in viaggio tra paesi e culture. Nepal, Cambogia, Vietnam, Filippine. Una famiglia che, in casa, parla tre lingue. Tutto nel lungo e affascinante racconto di Arnaldo Pellini, 44 anni, cremonese che abita a Dumaguete e lavora nell’ambito della cooperazione e dello sviluppo. «Non tornerei a vivere a Cremona, ma voglio che le mie figlie conoscano la mia città e provino che cosa significhi essere in Piazza del Duomo, ammirare la facciata, il battistero e il Palazzo del Comune. Essere circondati, in un certo senso, dalla storia».

«Premessa: non sono ne un cervello in fuga, ne un cremonese di talento. Ho semplicemente deciso di partire». Attacca così Arnaldo Pellini, 44 anni, cooperatore a Dumaguete, nella provincia di Negros Oriental, sud-ovest delle Filippine. E’ andato via da Cremona quando di anni ne aveva 29, quindici anni fa. «Sono partito da Cremona nel 1996 – racconta -. Decisi di andare via per un anno per fare un Master in economia dei paesi in via di sviluppo all’Università di Glasgow, in Scozia. Dal 1997 lavoro nel campo della cooperazione e sviluppo. Sono stato in Nepal per un anno (1999-2000) in un progetto del governo tedesco che finanziava la costruzione di piccole infrastrutture rurali come scuole, piccole ponti, pozzi, ecc., pianificate con la partecipazioni di rappresentanti dei villaggi in varie provincie del paese. Dal 2001 al 2005 ho vissuto a Kampong Thom in Cambogia dove ho lavorato con varie associazioni Buddiste e comitati di villaggio per aumentare il livello di partecipazione e dialogo con i consigli comunali. Anche questo era un progetto finanziato e gestito dall’agenzia per lo sviluppo tedesca. Dal 2006 al 2008 ho vissuto a Ha Noi, in Vietnam, e ho lavorato per le Nazioni Unite in un progetto con ricercatori vietnamiti nel campo delle scienze sociali». Poi, la scelta di stabilirsi nelle Filippine, dove lavora la moglie Katja, impiegata in un progetto tedesco che si occupa di gestione di risorse forestali nella provincia di Negros Oriental.  «Io, dal 2008, lavoro (in remoto) per l’Overseas Development Institute di Londra, uno dei principali istituti di ricerca per lo sviluppo in Europa (www.odi.org.uk). Mi occupo della gestione di progetti e collaborazioni con ricercatori in vari paesi dell’Asia: Cambogia, Vietnam, Indonesia, Laos, Sri Lanka, India, Nepal, Filippine e da quest’anno anche paesi del Pacifico». In inglese il settore, il settore per il quale lavora Arnaldo si chiama “evidence-based policy development” e riguarda il rafforzamento dell’uso della ricerca nel campo delle scienze sociali per informare le politiche e leggi che mirano a promuovere lo sviluppo. In altre parole, politiche e leggi basate sui risultati della ricerca sono in grado di dare riposte migliori per lo sviluppo di un paese o di una parte di una paese. «In concreto – spiega – nel mio lavoro conduco corsi, seminari, e studi sull’impatto che progetti di ricerca hanno avuto, per esempio, su politiche come le riforme di decentralizzazione della educazione in Cambogia oppure sulla gestione della conoscenza e strategie di comunicazione presso una organizzazione internazionale».
Una nota sull’Overseas Development Institute. «Ci sono varie nazionalità rappresentate tra 140 ricercatori e staff – racconta Arnaldo -. Il secondo gruppo, dopo gli inglesi, sono gli italiani. Tutti con storie simili alle spalle: partiti per un anno di studio all’estero e poi rimasti; difficoltà a trovare un posto in un’università italiana; mancanza di opportunità e remunerazione nel campo della ricerca. Io sono un caso un po’ diverso perché ho iniziato a fare ricerca dopo avere lavorato sul campo. Ho infatti completato il dottorato sui processi di decentramento in Cambogia presso l’Università di Tampere, in Finlandia, solo nel 2007».
La scelta di lasciare Cremona deriva da un istinto di Arnaldo verso il viaggio. «Ho sempre viaggiato, fin da piccolo – dice -. Mia madre é tedesca e da piccolo sono andato  quasi ogni estate in Germania, a Monaco di Baviera. Negli anni dell’università ho continuato a viaggiare: Erasmus in Germania; inter-rail, India, Nepal, Messico, Guatemala, Venezuela. Quei viaggi, soprattutto quello in India, che feci con altri quattro amici e che era stato ispirato da un interesse comune per Notturno Indiano di Antonio Tabucchi, hanno fatto crescere in me la curiosità per l’estero, di culture lontane e diverse dalla nostra. La scoperta di quei paesi, anche se superficiale, mi fece anche scoprire quanto Cremona era piccola e che c’era ‘dell’altro’ non solo da vedere ma anche da vivere». Dunque, perché lasciare Cremona? «Non nascondo . continua – che tra i motivi che mi hanno spinto a lasciare Cremona c’é stato anche un senso, allora non molto chiaro, di fastidio verso la mentalità provinciale e chiusa della nostra città, la divisione tra compagnie della Cremona bene e ‘meno bene’, e il condizionamento che l’opinione degli altri in ogni caso esercita in una città piccola. Riflettendoci ora, penso che la decisione di partire sia stata influenzata più dal lasciami alle spalle questo ambiente, che dalla ricerca del nuovo. Un po’ come quando si esce all’aria aperta da una stanza semi buia che é rimasta chiusa per qualche tempo».
Il giudizio su Cremona è cambiato nel tempo. «Per diversi anni – dice – non sono tornato a Cremona. Come altri italiani che ho incontrato all’estero parlavo dell’Italia e di Cremona con un certo cinismo. Penso sia una specie di difesa che noi all’estero creiamo, perché in fondo l’Italia ci manca. Infatti, da qualche anno Cremona e l’Italia mi mancano davvero. Non tornerei a vivere a Cremona, ma voglio cercare di tornare almeno una volta all’anno. Uno dei motivi è che voglio che le mie figlie conoscano la mia città.  Katja, mia moglie, è finlandese e qualche anno fa abbiamo costruito un piccolo cottage in Karelia.  E’ una piccola casa di legno, immersa nel bosco, che si affaccia su un bel lago. La natura, il verde, le lunghe giornate di luce dell’estate scandinava sono tutte cose belle che è bene che le mie figlie conoscano. Ma voglio anche che conoscano la mia città e che cosa significhi essere in Piazza del Duomo, ammirare la facciata, il battistero e il Palazzo del Comune. Essere circondati, in un certo senso, dalla storia».
«Ho vissuto in vari paesi in Asia, oltre che a Gran Bretagna, Spagna e Finlandia (Katja e’ finlandese) . prosegue -, ogni volta che ero in visita a Cremona qualcuno mi chiedeva: ma resti in Cambogia,Nepal, o Vietnam per sempre? La vita che faccio e il lavoro che faccio in questo momento non hanno questa dimensioni del ‘per sempre’. I progetti nei quali ho lavorato durano due anni, quattro anni, ma poi si cambia. Si cerca o si crea un nuovo progetto. Spesso cambiare significa anche cambiare paese. In questo momento vivo con la mia famiglia nelle Filippine da due anni. Sappiamo che vivremo qui per altri due e poi vedremo. Questo penso sia il cambiamento maggiore nella mia vita: il cambiamento sempre possibile. Per quanto riguarda il quotidiano la vita che facciamo è simile a tante altre: le mie figlie vanno a scuola la mattina e tornano al pomeriggio, lavoro al computer, uso internet, viaggio per lavoro, ogni tanto nel weekend facciamo delle gite al mare. In casa, però parliamo tre lingue (inglese, finlandese, e italiano) il che non è molto comune».
Tornare a Cremona è impossibile? «Non saprei cosa fare – risponde -. Inoltre, so che per mia moglie, che è straniera sarebbe molto più difficile che per me. Tornare in Italia? Questo forse si, anche se vale lo stesso discorso che per Cremona: a fare che cosa? La cooperazione per lo sviluppo è praticamente inesistente rispetto ad altri paesi (l’Italia dà lo 0,16% del PNL, ultima tra i paesi OECD). Fare ricerca è difficile e mi mancano i contatti. Questo per sempre?  Non lo so, vediamo». Partire, per Arnaldo, non è stata una scelta difficile. «Questo perché non penso – dichiara – che si parta con l’idea di stare via per sempre. Non sono come uno degli emigranti degli anni del boom economico. Quelli si che partivano per sempre. E’ il continuare nella scelta che e’ difficile. Ricordo una sera di più di dieci anni fa. Degli amici di Cremona erano venuti per il Natale in Finlandia. Una sera uno di loro mi ha chiesto: “Ma tu come fai? Come fai a cambiare sempre? Io non ne avrei la forza”. In quel momento non capii il senso della domanda e penso di avere riposto qualcosa del tipo: “Tu fai una decisone. Poi la segui. Nel momento nel quale hai deciso ti prendi anche la responsabilità delle piccole decisioni che poi seguono: lavoro, studio, casa, permesso di soggiorno, ecc.”.   Oggi capisco il senso di quella domanda. O meglio, quella domanda ha un senso diverso per me. Viaggiare e vivere all’estero stanca, come ha detto Tiziano Terzani. E si paga un prezzo, aggiungo io: la malinconia. All’inizio è la malinconia legata alla solitudine che si incontra nell’arrivare un una città nuova, un paese nuovo, una lingua che non si capisce. Più avanti è la malinconia legata al tempo che passa e che si sente quando si capisce che la scelta è diventata irreversibile, che non si può tornare indietro. Si capisce che si tornerà a bere un aperitivo verso sera sempre più di rado, che non potremo organizzare all’ultimo momento una cena ad alto volume in una trattoria di campagna. Ma va bene così, almeno fino a quando continuerò a provare una indescrivibile emozione nel camminare nelle viuzze della vecchia Delhi, o mentre visito il tempio Buddista di Gangaramaya a Colombo, oppure quando, come lo scorso agosto, sono rimasto senza parole alla vista del Padiglione d’Oro a Kyoto».
«Non so cosa avrei fatto se fossi rimasto a Cremona – conclude -. Forse avrei continuato con la società che avevo messo in piedi e che ancora oggi esiste. Non lo so. Forse è anche per quello che sono partito».

 

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