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In dodici mesi, il pittore più importante del Seicento cremonese Al teatro Ponchielli, 'Genovesino 2012'

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Dalla Punizione di Core, Dathan e Abiram conservata a Parma, alla Galleria Nazionale, a Santa Lucia, ammirabile a Castelponzone. Dodici mesi, dodici quadri preziosi del più importante pittore del Seicento cremonese. E’ il “Genovesino 2012”, calendario realizzato da Mino Boiocchi, Giorgio Carboni, Fantigrafica e Ediprima Art&Print project. Un’iniziativa benefica che dura ormai da quindi anni e da due curata per la parte legata alla storia dell’arte dalla studiosa cremonese Lia Bellingeri. Il calendario verrà presentato al teatro Ponchielli di Cremona sabato 14 gennaio alle ore 21. Interverranno il sindaco Oreste Perri, il presidente delle provincia Massimiliano Salini e Lia Bellingeri. Presenterà Claudia Scaravonati e intratterrà il pubblico il gruppo musicale “Miritorninmente” di Castelverde diretto dal Maestro Giorgio Scolari, eseguendo le più belle canzoni di Mina.

Lia Bellingeri by Cremonaoggi2

Un’iniziativa di arte e solidarietà. L’Anffas di Cremona sarà presente all’ingresso con i suoi volontari per raccogliere le offerte che verranno donate all’Associazione. In più, gli organizzatori doneranno calendari all’Associazione Giorgio Conti che, per sostenere le proprie attività, li porrà in vendita a partire dal 16 gennaio presso la propria sede (via Mantova, 40).

Del Genovesino, il più importante pittore del Seicento cremonese, non conosciamo con esattezza la nascita, avvenuta probabilmente nella città ligure all’aprirsi del secolo: origine esplicita nel soprannome e celata nel nome, Luigi Miradori, che evoca le terrazze da cui si guarda il mare di Genova. I suoi esordi in patria, così come il periodo trascorso a Piacenza negli anni trenta, restano in gran parte oscuri data la scarsità dei dipinti rimasti; mentre è abbastanza agevole seguirne il percorso cremonese, che si dipana fra il 1637 e il 1656 attraverso le opere distribuite fra le chiese della città e della diocesi, il Museo Civico e il Palazzo Comunale, con alcuni significativi episodi esterni.

Dopo un avvio incerto, la carriera del Genovesino va in crescendo a partire dal 1642, quando ordini religiosi e nobili cittadini iniziano a rivolgersi a lui per incarichi via via più prestigiosi, anche grazie all’assenza di altri pittori di rango nel panorama locale: verso la fine del decennio è ormai divenuto il protagonista assoluto della scena, favorito per di più dal governatore spagnolo della città, Álvaro de Quiñones. La sua pittura incontra l’apprezzamento delle diverse categorie di committenti e i loro gusti differenziati: passa con pari impegno ed esiti altrettanto felici dalle pale d’altare ai quadri da stanza e ai ritratti; dal tema sacro, svolto di volta in volta con toni solenni o quotidiani, ai soggetti storici e mitologici. Con uguale disinvoltura sa sfruttare registri espressivi differenti: rappresentazione viva della realtà che sfiora la scena di genere, compassione devota, toni ufficiali – ma incrinati dall’affiorare di intimi risvolti di sentimento e di umore – o più accostanti nei ritratti, atmosfere sospese, quasi enigmatiche, nelle rappresentazioni di Vanitas.

Lo stile del Miradori nasce da una vena neocaravaggesca costantemente reinterpretata, in cui gli accenti di insistito naturalismo e la predilezione per la realtà più concreta si intrecciano a un uso magistrale della luce, o meglio del contrapporsi di ombra e luce, rivelando consonanze con la pittura spagnola di Zurbarán e di Velázquez. Ai ricordi genovesi, indirizzati principalmente verso il colorismo di Bernardo Strozzi, si sommano il repertorio di fisionomie ricorrenti, la frequente derivazione dai modelli delle stampe, l’elaborazione di articolate intelaiature architettoniche entro una poetica che, una volta messa a punto nelle sue componenti, si evolve senza scarti sostanziali e in modo appartato, priva com’è di agganci vitali con il contesto artistico degli altri centri lombardi.

In questa rassegna fotografica si affiancano i dipinti più famosi, come il Riposo nella fuga in Egitto di Sant’Imerio (1651), che riassume al massimo grado i lineamenti dello stile del Genovesino, a capolavori meno noti perché meno riprodotti, come il Ritratto di monaco olivetano della famiglia Pueroni (1650 ca.) e la splendida cornice di fiori e putti di Santa Maria delle Grazie a Codogno (1652), qui presentata per la prima volta nel suo insieme a testimoniare il notevole talento del pittore nella natura morta. Fra i quadri da stanza, oltre all’emblematica Vanitas del Museo Civico, compare un’acquisizione recente, il Sacrificio di Isacco di Davenport (Iowa), di datazione più precoce. Una piccola precisazione, infine, sulla tela della Galleria Nazionale di Parma il cui raro soggetto, di solito identificato con un generico sacrificio ebraico, si può riconoscere nella Punizione di Core, Dathan e Abiram descritta nel Libro dei Numeri (16, 15-35).

 

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