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Poliziotto che salvò gli ebrei, a Palatucci giardini e scultura

Palatucci

Sopra, i ragazzi al Manin (foto Francesco Sessa) e Palatucci

Acquaviva, Castellani e Bellisario

Al piazzale della stazione di Cremona, venerdì, ci sarà la cerimonia di commemorazione di Giovanni Palatucci “Giusto tra le Nazioni”, funzionario di polizia che salvò la vita a numerosi ebrei e morì deportato a Dachau perché accusato di cospirare con i partigiani. L’evento è stato organizzato e dal Comune di Cremona e dalla Questura e prenderà il via alle 10,45 con l’arrivo delle autorità. Alle 11 seguiranno gli interventi del questore, Antonio Bufano, del sindaco Oreste Perri, del rappresentante della Comunità ebraica della Lombardia e di uno studente del Liceo Classico “Daniele Manin” . Alle 11,30 il saluto del vicedirettore generale della pubblica sicurezza con funzioni vicarie prefetto Nicola Izzo. Alle ore 11,45,  lo scoprimento della scultura dedicata a Giovanni Palatucci e della targa che indicherà la nuova intitolazione dei giardini davanti alla Stazione proprio a Giovanni Palatucci “Giusto tra le Nazioni”. Prima della cerimonia delle 11, Izzo sarà atteso in Questura e in Comune. Nella mattinata di martedì, al Manin,  si è tenuto un incontro con Renata Castellani dell’Università di Verona, il vicequestore vicario Gerardo Acquaviva e il preside Pietro Bellisario alla presenza di circa 60 ragazzi per ricordare la figura di Palatucci.

CENNI BIOGRAFICI SU PALATUCCI

Giovanni Palatucci, ultimo questore reggente di Fiume, è nato a Montella (AV) il 31maggio 1909 ed è morto nel Lager di Dachau, il 10 febbraio 1945. La sua formazione fu influenzata dai famigliari, in particolare la nonna e gli zii gli trasmisero i valori della carità cristiana.
Durante l’adolescenza visse il dramma della Prima Guerra Mondiale, che lo portò a riflettere sull’assurdità della guerra e su come poter agire per ridurne le tragiche conseguenze. Dopo la maturità svolse il servizio militare a Moncalieri, nella Scuola Allievi Ufficiali. Nel 1932 si laureò in giurisprudenza a Torino, superando successivamente gli esami di procuratore legale; in questo modo, pareva realizzarsi il sogno paterno, che lo avrebbe voluto avvocato in Irpinia. Tuttavia, Giovanni riteneva che la via migliore per attuare i suoi ideali fosse quella della Polizia di Stato.
Il suo primo incarico fu alla Questura di Genova con il grado di Commissario, dove rilasciò un’intervista nella quale denunciò le disfunzioni della Polizia rifiutando così di tradire i valori nei quali credeva; la conseguenza fu il trasferimento alla Questura di Fiume come responsabile dell’Ufficio Stranieri nel 1937. Quella che doveva essere una punizione si rivelò un’opportunità unica per realizzare quell’umanesimo cristiano nel quale fermamente credeva; fu in questi anni che Giovanni venne per la prima volta a contatto con la comunità ebraica, con la quale strinse buoni rapporti senza essere influenzato dal crescente nazionalismo fascista. La città di Fiume costituiva l’ultima via di salvezza per quanti fuggivano dai Balcani. Palatucci attivò subito una rete di assistenza che, invece di contrastare la fuga degli ebrei, li instradava con documenti falsi verso la Svizzera e Israele o li smistava nei campi profughi italiani.
In questa sua opera umanitaria, Giovanni Palatucci fu coadiuvato dai suoi poliziotti, una squadra di uomini coraggiosi e fidati che nutrivano in lui una fiducia totale ed ai quali egli aveva trasmesso l’importanza di una reazione concreta contro il male, nonché da una rete di famiglie e conventi, sia a Fiume che a Campagna (Salerno), disposti a rischiare per aiutare gli esuli, la cosiddetta “via di Fiume”.
La situazione precipitò con l’8 settembre 1943, quando Fiume fu occupata dalle truppe tedesche del Terzo Reich. Nonostante la situazione fosse disperata, Palatucci rimase a Fiume per continuare l’opera di salvataggio, rifiutandosi sia di consegnare ai nazisti anche un solo ebreo, che di abbandonare la città per rifugiarsi nella Confederazione Elvetica, come consigliatogli dall’amico console svizzero a Trieste. Al contrario, si impegnò per distruggere i documenti relativi agli ebrei, mandando così a vuoto le retate naziste e finendo nel mirino dei nazifascisti.
La notte del 13 settembre 1944, fu perquisita la sua abitazione e venne trovata copia del piano riguardante lo Stato libero e autonomo di Fiume, progettato insieme ai partigiani italiani con l’intenzione di farlo giungere agli alleati. Accusato di cospirazione col nemico, fu condotto nel carcere Coroneo di Trieste e, nell’ottobre 1944, deportato a Dachau, dove morì di stenti e privazioni, a soli 36 anni, il 10 febbraio 1945.

DESCRIZIONE DELLA SCULTURA

La scultura dedicata a Giovanni Palatucci è stata realizzata da Agostino e Anna Ghilardi. Ha forma trapezoidale, inclinata di quindici gradi verso l’alto ed è composta di diciotto pannelli di terracotta,  irregolari, che formano l’impianto della scena.
Sorretta da due pilastri d’acciaio, simboli dei binari della ferrovia di cui il “Giusto tra le Nazioni” si servì per salvare molte vite, è costituita da un bassorilievo in terracotta che racconta, in toni drammatici, la diaspora degli ebrei: corpi nudi e magri evocano la spogliazione materiale, morale e fisica di un popolo defraudato anche nella dignità.
Volti segnati e scavati camminano verso una meta avvolta nell’incertezza; è un lento trascinarsi, senza disperazione ma con la rassegnazione di gente senza futuro, ingobbita sotto il peso del dolore, le mani abbandonate non hanno più nulla da trattenere.
Tutti sono presenti: uomini, donne, madri, vecchi e fanciulli, simboli di futura continuità. Tutti trascinati simbolicamente dalla determinazione e dalla forza d’animo dell’uomo giusto.

PROFILO DEGLI AUTORI DELL’OPERA

Agostino Ghilardi, nato a Crema il 26 giugno 1954 è docente di scultura all’Accademia Santa Giulia di Brescia. Ha esposto in numerose mostre personali in varie città, tra le quali Brescia, Cremona, Monza, Soncino (CR) ed Orzinuovi (BS). Le sue opere sono collocate in diverse chiese del bergamasco e tra le altre “Sant’Omobono” nel Palazzo Vescovile di Cremona, “Scorpione” nella Fondazione Città di Cremona, “Santa Maria Zaccaria” nel Seminario di Cremona, “La Bicicletta” in piazza della Stazione a Brescia, “La Pietà” nel Santuario della Madonna delle Grazie di Monza, “San Francesco” nell’Isola di San Francesco del Deserto a Venezia.
La coautrice è Anna Ghilardi, nata a Crema il 12 novembre 1985. Diplomata in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara. Ha esposto alle seguenti mostre: “Sculture solo donna” di Torano (MS), “Mostra di Scultura” di Isola del Garda (BS), Museo Santa Giulia di Brescia, Museo del Botticino di Rezzato (BS), mostra al Palazzo della Regione a Milano. Ha partecipato a simposi internazionali di scultura in Ungheria, Toscana, Lazio, Lombardia. Alcune opere permanenti dell’autrice sono esposte presso il museo dell’alabastro a Volterra (PI), alla pro loco di Coreno Ausonio (FR) e ad Alsoors (Ungheria).

Michele Ferro

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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