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Madre e figlio morti di meningite, le ragioni della profilassi in ritardo

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Sono tre i medici che a processo devono rispondere di omicidio colposo per la morte di Orsola Contardi, 55 anni, di Scandolara Ripa D’Oglio, la mamma del 20enne Mirko Zanazzi, entrambi deceduti nel febbraio del 2010, lui per una sepsi meningococcica, lei tre giorni dopo per meningite. Gli imputati sono i cremonesi Marco Botteri, 38 anni, e Riccardo Merli, 48 anni, dell’ospedale Maggiore, difesi dall’avvocato di Milano Diego Munafò, e il medico dell’Asl di Cremona Paolo Marconi, 56 anni, di Ligonchio, in provincia di Reggio Emilia, assistito dall’avvocato di Cremona Gian Pietro Gennari. Per l’accusa, la morte di Orsola Contardi poteva essere evitata se la donna fosse stata sottoposta ad una chemioprofilassi tempestiva, e non trenta ore dopo il decesso del figlio. Pierangelo Zanazzi, 60 anni, di Scandolara Ripa D’Oglio, padre di Mirko e marito di Orsola, l’altra figlia Marika e i fratelli di Orsola, Fabrizio, Giovanni e Angelo, si sono costituiti parte civile attraverso gli avvocati Pasquale Nuzzo, Raffaella Bandera, Fabrizio Vappina e Walter Ventura.

Secondo quanto emerso in aula, al pronto soccorso Mirko era stato sottoposto  ad una cura antibiotica e successivamente ad un prelievo che in laboratorio avrebbe dovuto evidenziare la presenza di batteri nel sangue. Gli esami, però, erano risultati negativi. Ad influire sull’esame sarebbe stato proprio l’antibiotico, che, come spiegato in aula da Francesco Bernieri, primario di Microbiologia all’ospedale di Cremona, “tende ad uccidere i batteri”. “E’ sempre bene”, ha ricordato Bernieri, “effettuare prima il prelievo e poi somministrare l’antibiotico. E’ scritto su qualunque manuale di Microbiologia”. Al contrario ad Orsola Contardi, che non era stata sottoposta a cura antibiotica, il prelievo aveva dato esito positivo. Il sospetto che il giovane fosse stato colpito da sepsi da meningococco era rimasto tale, in quanto non supportato da prove di laboratorio. Ecco il motivo, secondo quanto spiegato in aula, dell’attesa prima di procedere alla profilassi.

LE TESTIMONIANZE DEL PROCESSO

SILVIA LORENZOTTI, INFETTIVOLOGA DELL’OSPEDALE.  “ANCHE SOLO COME SOSPETTO, UNA SEGNALAZIONE ANDAVA FATTA”

Davanti al giudice Francesco Sora, in aula ha testimoniato Silvia Lorenzotti, infettivologa dell’ospedale Maggiore. La teste ha ricordato di essere stata contattata sabato 13 febbraio da Margherita Fornaciari, referente della direzione medica, sul caso di Mirko, entrato in ospedale alle 21,49 del giorno prima. “Sono stata chiamata come consulente”, ha spiegato la Lorenzotti. “Merli e Botteri avevano riferito il decesso alla Fornaciari, chiedendole di effettuare un’eventuale notifica di malattia infettiva. Sospettavano uno shock fulminante”. L’infettivologa aveva riferito alla Fornaciari che pensava si trattasse di shock settico fulminante da forma meningococcica”. “Anche solo per un sospetto”, ha detto la dottoressa, “una segnalazione andava fatta”. La testimone ha poi raccontato di aver assistito alla telefonata, effettuata verso le 11, della Fornaciari all’Asl, competente per la profilassi verso tutti coloro che erano venuti in contatto con Mirko (la decisione della profilassi interna dell’ospedale, invece, toccava alla Fornaciari). “Al medico dell’Asl”, ha detto la Lorenzotti, “la Fornaciari ha fornito un quadro clinico esaustivo. Con me l’aspetto della profilassi non è stato toccato”.

LA TESTIMONIANZA DI MARGHERITA FORNACIARI: “SOSPETTO CONFORTATO DAL QUADRO CLINICO MA NON SUPPORTATO DAGLI ESAMI DI LABORATORIO”

Al processo la referente della direzione medica Margherita Fornaciari ha spiegato tutte le tappe della vicenda che l’hanno riguardata: la teste ha riferito di aver incontrato alle 8 di sabato 13 il dottor Merli che le aveva parlato della probabile sepsi del ragazzo. “Ho quindi cominciato ad acquisire informazioni”, ha spiegato. “Con Botteri ho guardato la cartella clinica con la diagnosi di sospetta sepsi fulminea, ma dagli esami di Radiologia non si vedeva nulla. Ho poi chiesto il parere dell’infettivologa e ho cercato il medico reperibile dell’Asl, il dottor Marconi, al quale ho descritto il quadro clinico”. Intorno alle 11 della domenica la Fornaciari era stata chiamata dal pronto soccorso per la madre di Mirko che presentava una forma simile a quella del figlio. “Ho quindi avvertito l’allora  direttore generale Spaggiari e ho richiamato Marconi dell’Asl, al quale ho detto che avrebbe potuto crearsi una situazione di panico. Ho chiesto se non era il caso di partire con la profilassi a tappeto”. “Verso l’una della domenica”, ha ricordato la Fornaciari, “insieme al primario di Infettivologia ho organizzato la profilassi di circa 200 persone arrivate al pronto soccorso”.  “Il sospetto”, ha detto la teste, “era confortato dal quadro clinico, ma non supportato dagli esami di laboratorio”.

LA TESTIMONIANZA DI PIERANGELO ZANAZZI

“Quando siamo arrivati al pronto soccorso abbiamo attesto un paio d’ore. A mio figlio facevano male le gambe”. E’ la testimonianza resa da Pierangelo Zanazzi, padre di Mirko e marito di Orsola, che ha ripercorso i momenti terribili prima della morte di figlio e moglie. “Verso le 11,30 è arrivato il medico che ci ha detto che c’era un sospetto di meningite. Mirko era pieno di chiazze, dopodiché siamo andati al reparto Infettivi. Alle 6 del mattino Botteri è uscito e ci ha dato la notizia della morte di mio figlio. A far visita a Mirko, oltre a me, c’erano mia moglie e mia figlia dentro ad una stanza senza protezione. Poi la gente è venuta a trovarlo, il prete, le persone del paese, parenti e amici. Poi ci hanno detto di andare a casa”. Zanazzi ha raccontato che sabato sera sua moglie aveva cominciato a non sentirsi bene, tanto che al mattino della domenica era arrivata l’ambulanza. “Il personale indossava le mascherine”. La Contardi era stata ricoverata nel reparto di Terapia Intensiva. “Anche al pronto soccorso mi hanno detto che aveva la meningite”. Zanazzi ha ricordato: “solo domenica pomeriggio al pronto soccorso ci hanno sottoposto ad esami, me, mia figlia e la fidanzata di Mirko. Ci hanno messo in una saletta e ci hanno detto che dovevano farci la profilassi. C’era caos. In quella saletta c’erano tutti gli altri. Verso le 18 ho preso l’antibiotico, mentre lunedì mi hanno fatto il tampone nasale”. 

LA STORIA

La mattina del 12 febbraio Mirko comincia a stare male: febbre molto alta, dolori articolari e patecchie su tutto il corpo. La sera, il padre e la madre lo accompagnano al pronto soccorso dove Mirko viene visitato da Merli, che alle 23,36 diagnostica una sospetta sepsi meningococcica e dispone il trasferimento in Terapia intensiva. Il giovane, però, muore alle sei del mattino successivo, sabato. La salma viene esposta nel reparto fino alle 11 e visitata da circa cento persone, tra parenti e amici. La sera stessa è mamma Orsola che comincia a non sentirsi bene. Domenica mattina ha la febbre a 40 e viene visitata a casa dai soccorritori che indossavano le mascherine. Alle 10,30 va al pronto soccorso, poi in Terapia intensiva.

L’ACCUSA E LA DIFESA

Per i legali della famiglia, “solamente dalle 13 di domenica 14 febbraio il personale medico ha iniziato a predisporre la profilassi anti meningite. Erano già passate almeno trenta ore dalla morte di Mirko e solo dal pomeriggio della domenica al pronto soccorso i famigliari e i presenti erano riusciti ad assumere il medicinale per la profilassi”. Per la procura, chi avrebbe dovuto occuparsi della profilassi sulle persone che erano entrate in contatto con il paziente era Paolo Marconi, il medico di pronta disponibilità in servizio presso l’Asl che invece non si era  attivato, nonostante fosse stato informato la mattina del 13 febbraio. Non meno responsabilità, però, avrebbero anche Merli e Botteri, accusati di non aver prescritto la profilassi ad Orsola Contardi. A loro volta gli imputati si difendono dicendo che al momento del ricovero del figlio, la donna si trovava con tutta probabilità già in fase di infezione, e che pertanto un’eventuale immediata profilassi ben difficilmente avrebbe potuto modificare il corso degli eventi. Secondo i consulenti del pm, al contrario, l’omessa prescrizione “ha contribuito a determinare l’evoluzione negativa della vicenda clinica della signora Orsola Contardi, conclusasi con il decesso”. Per gli esperti del pm, in sostanza, un’eventuale tempestiva prescrizione di chemioprofilassi si sarebbe di fatto trasformata in terapia e con elevata probabilità sarebbe valsa comunque a scongiurare il decesso della donna.

Il processo è stato aggiornato al prossimo 7 novembre.

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