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Dopo settant'anni la verità sulla morte di Canesi a Cefalonia

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La corrispondenza di Canesi

Sopra: il capitano Canesi, Carla Canesi ed Evaghelìa Maràtu

Solo dopo sessantanove anni Carla, figlia del capitano Giuseppe Canesi, è venuta a conoscenza di alcuni particolari della morte del padre avvenuta nell’isola di Cefalonia nel 1943. E’ una storia che, per certi versi, ha dell’incredibile. A distanza di quasi sette decenni la signora Carla, residente a Cremona, ha udito da parte di una testimone oculare come si sono svolti i fatti che hanno visto la morte dell’amato genitore. A raccontarglieli è stata Evaghelìa Maràtu, una signora greca nativa dell’isola dello Jonio residente a Quinzano d’Oglio, in provincia di Brescia. A far da tramite tra le due è stato Francesco Rabaioli, titolare della farmacia quinzanese di cui è cliente la signora Maràtu. Il farmacista è nipote del capitano Canesi tramite la mamma Ileana, nativa di Annicco, figlia del caduto.
Evaghelìa, nel marzo 1945, era convolata a nozze  con il quinzanese Luigi Giuseppe Locatelli, sergente del 33° artiglieria della Divisione Acqui di stanza nell’isola, che, dopo avere combattuto contro i tedeschi dal 15 al 22 settembre, sofferto la prigionia ed un travagliato naufragio, si arruolò nelle file partigiane greche per non sottoscrivere la collaborazione con i tedeschi. La giovane donna ha portato con sé, e li ha conservati per tutti questi anni, molti ricordi di quei giorni a motivo della guerra e delle stragi operate dopo la resa.
L’ armistizio del 8 settembre, aveva colto impreparati gli italiani ma non i tedeschi che offrirono al generale Antonio Gandin, comandante della Divisione, tre opzioni:  consegnare le armi, allearsi con loro per continuare la guerra fianco a fianco o dichiararsi  nemici. Tutte le proposte vennero respinte e quelli della Acqui scelsero di combattere. Il 15 iniziò la battaglia. Alle truppe tedesche stanziate sull’isola si era affiancata la Divisione Edelweiss, formata perlopiù da ladri, delinquenti e criminali  in gran parte liberati dalle galere austriache: l’invio al fronte in cambio della libertà. Tra loro c’erano numerosi alto atesini. Gli Stukas germanici, provenienti dalla vicina terraferma, erano padroni incontrastati dei cieli. In decine di ondate, scaricarono i loro carichi di morte sulle poche contraeree e sulle batterie italiane.
“A Lakythra, una località a sud dell’isola, – racconta Evaghelìa- ero stata ospitata da mia zia Maria che era venuta a prendermi in collegio ad Argostòli. C’era infatti la probabilità che l’edificio potesse essere colpito da qualche bomba d’aereo tedesca pur avendone contrassegnato il tetto col il dipinto di una grande bandiera greca”.
Fu in quei giorni che Evaghelìa poté constatare, ancor di più, la ferocia dei tedeschi ed essere testimone di fatti che videro coinvolto il capitano Canesi.
Nelle sere comprese tra il 9 e il 14 settembre, mentre le trattative tra le parti erano ancora in atto, Evaghelìa, ebbe il modo di apprezzare i canti e le voci di un gruppo di ufficiali della Divisione Acqui che aveva preso dimora in un’abitazione del paese. Spesso, come altre persone del posto, si fermava, un po’ discosta, ad ascoltarli.
Data la giovane età, Evaghelìa non aveva mai avuto occasione di parlare con loro.
Personalmente non conosceva nessuno di quegli ufficiali addetti al Comando ed ai Servizi del 17° Fanteria stanziati in paese. Di vista, però, conosceva il veterinario, Tarcisio Rota. Che Canesi facesse parte di questo gruppo lo si deduce da quanto scritto su libri riguardanti i fatti di Cefalonia da un cappellano militare della Divisione, don Luigi Ghilardini.
Dopo alcuni giorni di combattimento, i tedeschi erano entrati in paese uccidendo alcuni soldati e catturando tutti i militari del 17° presenti. Il gruppo di ufficiali “amici del veterinario”, tra i quali Canesi, venne fatto uscire nell’orto dell’abitazione che li ospitava.
“Non vennero schierati per la fucilazione – racconta Evaghelìa – ma vennero messi in un angolo e uccisi. Mi riferirono che gli ufficiali, <quelli che cantavano bene>, erano stati tutti fucilati. Mi recai sul posto e li vidi, morti, quasi uno sopra l’altro. Il veterinario aveva una benda sugli occhi. Mi raccontarono che fu lui stesso a chiedere di essere bendato”.
Evaghelìa, dice che si trattava di tredici ufficiali, don Ghilardini scrive (ne “I martiri di Cefalonia” e in “Sull’arma si cade ma non si cede”) che erano ventisei. Data la circostanziata descrizione che ne fa la testimone è da credere che vi siano state due fucilazioni di tredici persone ciascuna. Il sacerdote errava quando scriveva che i ventisei vennero fatti salire su un’autocarretta e trasportati nel paesino di Fokata e là uccisi. In detta località i soldati della Acqui vennero portati in un secondo tempo.
Insieme alla signora Maràtu molti altri anziani  di Lakythra, come personalmente constatato una decina di anni fa, ricordavano l’accaduto. Tra questi un’appartenente alla famiglia Kàgkas. Ghilardini e Alfio Caruso (in “Italiani dovete morire”) riportano i nominativi di alcuni dei fucilati di quel gruppo: il capitano cremonese Giuseppe Canesi, il capitano Rinaldo Benigni, il tenente Luigi Fattori, il tenente Gracco Mosci, il tenente Plinio Petroni, il tenente Antonio Paternò, il tenente Carlo Slucca, i sottotenenti Angelo Flamingo e Giovanni Natile e, infine, il tenente veterinario Tarcisio Rota. I tedeschi dissero di lasciare lì a vista i cadaveri dei soldati quale monito per altri italiani o per chi parteggiava con essi.
Si era all’inizio di settembre e il caldo aveva già cominciato ad intaccare quelle misere spoglie che mandavano odore di cadavere. Un certo Vanias, di famiglia cefallena trasferitasi forse per commercio in Russia, parlava un po’ di tedesco. Si recò dai nuovi comandanti del posto e chiese di poter seppellire i cadaveri.
“Ma sì, sotterrateli quei cani … Ma tutti in una buca” imposero i teutonici.
La fossa comune venne scavata dai greci del posto che ebbero pietà di quei soldati. Era ancora in atto lo scavo della stessa quando i tedeschi dissero che era sufficiente. Le salme vennero collocate nel misero giaciglio che non dava la doverosa dignità a quegli uomini. La buca non era sufficiente ad accogliere tutti. I germanici ordinarono allora di mettere i restanti sugli altri e di coprirli di terra. Così fu fatto. Ma dopo qualche giorno la puzza era aumentata. Toccò ancora a Vanias chiedere se si potevano portare a seppellire in luogo più idoneo. Ci fu il benestare. Un uomo che aveva un carretto si prestò per il servizio. Evaghelìa arrivò lì per caso proprio mentre stavano caricando il primo militare. Vide, a lato del suo viso, una grossa ferita con sangue e terra mescolati. Si spaventò e fuggì.
Con più viaggi, tutti gli ufficiali vennero trasportati in un uliveto in località Stavlo (Carandinata) dove vennero sepolti. I corpi vennero deposti in una buca abbastanza profonda che era servita come percorso di guerra.  Con rami di ulivo vennero fatte delle croci sulle quali vennero posti i nomi di tutti loro, scomparsi col tempo sotto il sole e la pioggia. Ancora una volta vennero sepolti  in una fossa comune.
Fu don Ghilardini a provvedere all’esumazione delle salme il 3 ottobre 1944. Trattandosi di almeno una trentina (altre erano state unite a quelle precedenti) e in avanzato stato di decomposizione, fu difficile riconoscerle. Il sacerdote credette di riconoscere la salma del Canesi in quanto sulla camicia c’erano ancora i gradi di capitano e i pantaloni erano sostenuti dalle bretelle, una caratteristica dell’annicchese. Ma non ne ebbe la certezza assoluta.
“Per la mia famiglia il papà era disperso in quanto non si era trovato il corpo- racconta la signora Carla accanto al figlio Stefano- Fu solo alla fine del 1944 che avemmo la certezza della morte. Toccò a don Mario Benaglio, curato di Annicco, portarci la lettera di don Ghilardini con la notifica della morte. Mia mamma pianse per giorni ed io con lei e la nonna”. Se n’era andato un padre, un marito, un figlio.
Giuseppe Canesi, nato a ad Annicco il 6 marzo 1899, è morto il 22 settembre 1943, data in cui i tedeschi presero possesso di Lakythra. L’atto di morte ufficiale del 13 marzo 1950 riferisce che la morte era avvenuta il giorno prima mentre un’immaginetta ricordo indica la data 23 settembre. Sullo stesso documento è errato pure il nome della località di morte: Satrika invece che Lakithra.
Giuseppe si era sposato con Maria Barbieri dalla quale aveva avuto quattro figli: Luigi, morto bambino, Ileana, Carla (la nostra intervistata) e Luigi. Giovanissimo aveva partecipato alla 1^ guerra mondiale in qualità di sottotenente; alla 2^ guerra prese parte con i gradi di capitano.
“Mio padre- racconta Carla Canesi- proveniva da una famiglia molto religiosa. Ragioniere, aveva lavorato in banca, poi si era dato al commercio ma, al contempo, gestiva i campi che la famiglia aveva ad Annicco. Era podestà del paese quando venne chiamato alle armi. Avevo solo tre anni, nel 1939, quando partì per l’Albania e poi per la Grecia”.
“Era una persona onesta e molto ben voluta- ricorda-  Ad Annicco aiutava i poveri che vedevano in lui una persona su cui fare affidamento”.

Angelo Locatelli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Commenti
  • Arnalda

    … bella storia. Un bel pezzo: complimenti al giornalista Locatelli. Di tanto in tanto è bello leggere di racconti come questi. Brava Cremona Oggi!..

  • Agostino Melega

    Angelo Locatelli inserisce una nuova tessera nel suo prezioso “mosaico storico”, dove locale e globale si connettono sempre sul rigo di un umanesimo militante, ed attualizzano sul piano dei sentimenti una puntuale e precisa narrazione.
    Da bambino sono entrato nella casa dei Canesi di Annicco. Erano gli anni ’50. Nonostante la tragedia conclamata, sembrava che tutti fossero ancora in attesa di un ritorno. Era come se ci fosse stato un errore, ed il papà dovesse prima o poi ritornare.