Un commento

Tentacoli di 'ndrangheta su Cremona 'Pizzo', estorsioni, minacce e soldi Gli ultimi sviluppi dell'inchiesta

carabinieri-pizzo

Gli affari della mafia calabrese e della criminalità pugliese, con soggetti ormai abituati a vivere al Nord, arrivano fino alla provincia di Cremona. Nell’inchiesta milanese che nelle scorse ore ha portato all’arresto dell’assessore regionale del Pdl Domenico Zambetti, con l’accusa di aver comprato voti dalla ‘ndrangheta, emergono rapporti tra cosche e politica ma anche più ‘rozzi’ scenari fatti di ‘pizzo’ ed estorsioni. E sono scenari, questi, che portano dritti al nostro territorio. Le indagini descrivono un imprenditore di Crema taglieggiato da alcuni pugliesi (non mafiosi) e il successivo intervento di calabresi del gruppo Di Grillo in sua difesa (in cambio di pagamenti e di un’assunzione finalizzata a ottenere anche benefici penitenziari). Le carte dell’operazione, poi, delineano una ulteriore ‘intermediazione’ messa in atto nel Cremasco sfruttando di nuovo la forza di intimidazione mafiosa (ovviamente sempre in cambio di denaro): questa volta necessaria per ‘azzerare’ un debito di 200mila tra due persone.

I CAPI COSTANTINO E DI GRILLO E L’INFLUENZA SULL’AREA DI CREMONA

Tra le figure più ‘importanti’ di queste vicende c’è Eugenio Costantino, cosentino classe 1961 ma domiciliato in provincia di Milano, ritenuto dagli investigatori, nell’ordinanza di custodia cautelare che lo ha portato in arresto, come “partecipe, seppure con ampi margini di autonomia e di responsabilità, dell’associazione mafiosa”, vicino a vertici della famiglia di Giuseppe d’Agostino detto ‘Zio Pino’ e al gruppo Di Grillo-Mancuso.

E c’è soprattutto Sabatino Di Grillo, alias ‘Tino’, di Vibo Valentia (classe 1975) ma anche lui con casa in provincia di Milano. Di Grillo (pure lui destinatario di arresto) viene definito dall’ordinanza uno dei capi, dei promotori e degli organizzatori dell’associazione mafiosa. La sede decisionale del suo clan, stando all’inchiesta, è a Cuggiono (Mi), da dove “viene esercitato potere e controllo nell’area del Magentino, con sconfinamenti nelle province di Bergamo, Brescia e Cremona“.

“DEVI PAGARE O BRUCIAMO E FACCIAMO SALTARE TUTTO” E IL SOCCORSO DELLA COSCA.
AGGIORNAMENTO – DOPO LA DENUNCIA AI CARABINIERI

Ordini di custodia cautelare in carcere sono stati emessi per Fortunato Marzio (classe 1954), Carmine Palmieri (1967) e Francesco Russi (del 1951). Due pugliesi e un calabrese (Palmieri) residenti nel Milanese. Non vengono ritenuti membri della consorteria mafiosa. Sono accusati di tentata estorsione aggravata ai danni di Valentino Gisana, ristoratore nato nel 1973 a Siracusa ma trapiantato a Crema e con un’attività nota nella zona. L’ordinanza del giudice Alessandro Santangelo evidenzia l’intenzione di ricevere il pizzo a cadenza mensile. Soldi destinati a “non meglio precisati soggetti in carcere”. Tra le minacce utilizzate dai tre secondo i documenti dell’indagine: “Gli amici in carcere vogliono i soldi… bisogna pagare altrimenti facciamo saltare e bruciamo tutto“. Il piano di Marzio, Palmieri e Russi è saltato per l’intervento “sollecitato da Gisana Valentino dei ‘calabresi’ appartenenti al clan Di Grillo-Mancuso”, nonostante una denuncia per estorsione contro ignoti presentata comunque dal cremasco ai carabinieri. Gisana, si legge infatti nelle carte dell’operazione, avrebbe chiesto l’aiuto di esponenti di questo sodalizio per risolvere la questione. E anche per ‘azzerare’ un debito di 200mila euro che aveva nei confronti di un altro imprenditore (una situazione che ha portato a emettere un ordine di custodia in carcere anche per lui). Un passaggio da vittima di criminalità ‘semplice’ a ‘utilizzatore’ di criminalità più raffinata e pericolosa come quella delle cosche.

L’ESTORSIONE, IL PAGAMENTO E IL POSTO DI LAVORO

Il già citato Eugenio Costantino, poi Vincenzo Evolo (classe 1962), Alessandro Gugliotta (1975) e Salvatore Etzi (1973), tutti calabresi con abitazioni tra la provincia di Milano e quella di Novara (tranne Etzi residente vicino Reggio Calabria), arrestati nell’operazione per associazione mafiosa, sono anche accusati, assieme a Marzio e Palmieri menzionati poco fa, di estorsione. I due (non accusati di mafia e che avevano preso di mira l’imprenditore-ristoratore cremasco) e i calabresi (giunti ‘a difesa’ del cremasco), scrivono gli investigatori, hanno trovato una sorta di accordo per risolvere e chiudere il “caso Gisana”: (con minacce e costrizioni) i primi hanno ottenuto da Gisana l’assunzione di Palmieri “in una delle società cooperative da lui controllate con sede a Crema” (ma niente ‘pizzo’) e i secondi, per l’intervento ‘di soccorso’, 7mila euro, consegnati a Costantino.

IL DEBITO DA 200MILA EURO, L’AIUTO DEL CLAN, L’ARRESTO DEL CREMASCO. AGGIORNAMENTO – E IL ‘CONCORSO ESTERNO’

C’è infine l’accennata questione dei 200mila euro (della prima metà del 2011) collegata a una ulteriore accusa di estorsione. E’ in questo quadro che è scattato l’arresto per l’imprenditore cremasco Valentino Gisana. L’ordinanza di custodia cautelare descrive una sua richiesta di aiuto al “gruppo criminale capeggiato da Di Grillo Sabatino (arrestato per associazione mafiosa, ndr)” contro un altro imprenditore che vantava “nei confronti di Gisana Valentino un credito di 200mila euro” (somma giudicata dagli investigatori di origine sospetta). L’intervento del clan Di Grillo ha costretto l’uomo che avrebbe dovuto ricevere i soldi a firmare una ‘liberatoria’ per rinunciare. In cambio, ai calabresi, stando alle carte dell’inchiesta: 54mila euro da Gisana. Per chiudere la vicenda in suo favore, l’imprenditore che vantava il credito ha cercato “di rivolgersi a diversi soggetti e gruppi della criminalità organizzata calabrese e campana”, ma tutto è stato inutile. Gisana risulta indagato anche per l’ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa alla luce di ulteriori rapporti da approfondire con i Di Grillo-Mancuso; il giudice Santangelo non ha però ravvisato gravi indizi in questo senso fino ad oggi e su questo punto non ha accolto la richiesta cautelare del pm, a differenza dell’altra accusa. Durante la perquisizione domiciliare dei carabinieri contestuale all’arresto del cremasco, sembra siano state trovate pistole con matrice abrasa non denunciate, carte di credito (in corso verifiche per valutare se sono clonate o meno) e banconote.

Michele Ferro

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© Riproduzione riservata
Commenti
  • politici al rogo

    e Maroni diceva che al Nord era immune dalla mafia ndrangheta ecc ma per favore Maroni ci hai rotto i Maroni.