Cronaca
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I Radicali a Cà del Ferro "Il carcere, un ospedale con le sbarre"

Foto Francesco Sessa

Sono attualmente 415 i detenuti ospiti nella struttura carceraria di Cà del Ferro. Ce ne dovrebbero essere 200 in meno. 194, invece, è il numero degli agenti della polizia penitenziaria. Un numero teorico, però, visto che al lavoro ce ne sono 164 (il resto è in sedi distaccate), senza contare i servizi esterni di traduzione dei detenuti. Sono alcuni dei numeri snocciolati oggi dal gruppo dei Radicali cremonesi che per tre ore ha visitato il carcere cittadino per rendersi conto ancora una volta delle condizioni di vita dei detenuti che ormai affollano le celle.

“Il 50% è tossicodipendente”, ha spiegato il deputato Maurizio Turco. “C’è chi è dipendente da eroina e che è sottoposto a protocolli di mantenimento, e c’è chi è dipendente da cocaina”. Un numero, questo, che è in netto aumento e che presuppone “uso di psicofarmaci”. “Questo carcere”, ha continuato Turco, “è un ospedale con le sbarre. C’è molta gente che ha molto più bisogno di cure mediche piuttosto che penali”.

Turco è intervenuto anche sul problema della nuova palazzina. “E’ una vera e propria truffa ai danni dello Stato”, ha detto: “è nuova ed è pronta da un anno, ma mancano gli agenti. Si spera che a breve ci sia l’ingresso di 20 nuove unità, con l’attesa di altre 9”. E’ un problema annoso, quello del personale. 164 agenti effettivi per 415 detenuti. “Di questi”, ha spiegato Turco, “più della metà rinchiusi in tre in una cella da 9 metri quadrati e con a disposizione 12 docce, due per ogni piano (i piani complessivi sono sei). Il 40% è in attesa di giudizio, mentre 262 sono quelli con condanna definitiva”.

Ha poi preso la parola Sergio Ravelli, che ha annunciato i tre giorni di mobilitazione in tutta Italia (domenica, lunedì e martedì) a favore del diritto di voto dei detenuti e dell’amnistia. Ravelli si è detto soddisfatto della partecipazione raggiunta durante i giorni di protesta dello scorso novembre quando i Radicali avevano promosso lo sciopero della fame e si erano presentati davanti al carcere con pentole, coperchi e posate per farsi sentire. Alla battitura delle sbarre avevano partecipato anche gli stessi carcerati dall’interno del penitenziario. “Durante i tre giorni di sciopero della fame”, ha spiegato Ravelli, “in carcere il 90% ha rifiutato il vitto”. Martedì ci sarà ancora la battitura (i Radicali all’esterno e i detenuti all’interno) in attesa della decisione della Commissione giustizia affinchè il ministero dell’Interno, su richiesta dei Radicali, si attivi presso le prefetture e il Dap (Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria) per consentire ai carcerati il diritto di voto. “I detenuti dovranno essere adeguatamente informati”, ha continuato Ravelli, “e sveltite le procedure burocratiche per permettere loro di votare”. Obiettivo primario dei Radicali, anche quello a favore dell’amnistia, “che in generale andrebbe a colpire 9 milioni di processi pendenti riferiti a reati di poco rilievo e di scarsa pericolosità sociale”. “In questo modo”, ha concluso Ravelli, “sul tavolo resterebbero i casi più importanti, con un guadagno di tempo e con meno processi da smaltire”.

In mattinata i Radicali, che si sono fermati anche in palestra, che sta per essere ristrutturata grazie ad una donazione, e in teatro, hanno visitato la sezione dei detenuti protetti, e cioè coloro che hanno commesso i reati più gravi. “Sono più di 50”, hanno raccontato i Radicali, “è una sezione stracolma”. “Dove ci sono tre letti”, ha spiegato Turco, “la direzione ha deciso di mantenere le celle aperte per consentire ai detenuti di poter raggiungere le due stanze di socialità della sezione. Per gli altri, invece, sono state mantenute le classiche ore d’aria”. Sparite anche le storiche attività di falegnameria, restauro, apicoltura, mentre ne sono state avviate due nuove: il controllo dei cosmetici (controllo dell’integrità dei flaconi prima di essere immessi in commercio) e l’imballaggio delle docce.

Una curiosità: 15 detenuti hanno chiesto di avere un ministro di culto buddista.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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