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A Cremona l'energia verde divora i campi Biogas, in due anni da 51 a 135 impianti 'Quali criteri per le autorizzazioni?'

biogas

Il proliferare degli impianti biogas in provincia di Cremona – prima in Italia per il numero di quelli autorizzati – arriva sul tavolo della Giunta provinciale. Secondo la rielaborazione di ‘Salviamo il paesaggio’ cremonese, su dati forniti dalla Provincia di Cremona e dal GSE, a settembre 2012 gli impianti autorizzati, tra biogas e biomasse, in provincia ammontavano a ben 135 unità. Per la maggior parte impianti a biogas (130 unità) alimentati a reflui e trinciato, ad eccezione di un’autorizzazione per scarti di macellazione ed una per gas da discarica. In più 4 impianti a biomasse legnose, due a scippato, uno a scarti di segheria ed uno a rifiuti legnosi e un impianto autorizzato all’utilizzo di grasso animale. Nel complesso a settembre – secondo ‘Salviamo il paesaggio – erano 97 gli impianti già in esercizio, 27 in costruzione e per altri 7 l’iter autorizzativo era in corso. I numeri per gli impianti fotovoltaici a terra, invece: 62 autorizzazioni rilasciate tra il 2010 ed il 2011 con 47 impianti già in esercizio.
Ora, la questione dell’energia verde e dell’utilizzo di suolo agricolo ritorna un tema politico. Il Consiglio Provinciale, infatti, facendo propria una sollecitazione pervenuta da parte di alcune associazioni locali ed in particolare da parte della Condotta Slow Food di Cremona, si è già impegnato ad adottare provvedimenti che fermino lo spreco di territorio fertile. A chiedere numeri e aggiornamenti sono i consiglieri provinciali del Pd Andrea Virgilio ed Eugenio Vailati che hanno depositato un’interrogazione a risposta scritta. “La Provincia di Cremona – dicono i democratici – detiene il record nazionale di impianti di biogas autorizzati, complessivamente 125, con oltre 130 MW di potenza. Ciò significa che il 25% della superficie agricola provinciale sarebbe destinato a produrre mais da utilizzare nell’impianto di biogas: per alimentare un “digestore” da 1 MW occorre ogni giorno l’equivalente di 1 ettaro di terreno coltivato a mais, sottraendo così terreno fertile alla produzione di alimenti umani ed animali. Si è passati da 51 impianti autorizzati nel 2010 a 125 impianti autorizzati”.
Queste le richieste di Virgilio e Vailati: aggiornamento del Piano Energetico Ambientale Provinciale presente sul sito istituzionale della Provincia di Cremona e datato 10.10.2011 e della numerosità, presenza e distribuzione territoriale di impianti biogas sul nostro territorio provinciale. “Chiediamo – concludono i consiglieri del Pd – se vi è stata una pianificazione degli impianti, con quali criteri/linee guida ha proceduto con le autorizzazioni il Servizio incaricato presso il Settore Agricoltura e Ambiente, quale è stato l’introito nel biennio 2010/2012 per le casse provinciali, quali elementi di conoscenza dell’iter autorizzativo la Provincia deve acquisire e quali sono i compiti e le funzioni dei suoi Uffici incaricati”.

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  • Toropazzo

    Non ho parole….. Ci mancava slow food a rompere le balle a chi ha ancora un po’ di voglia di lavorare! Ma dove si dovevano fare gli impianti di biogas? Nelle valli alpine? Sulle colline del Chianti? Dietro la costiera amalfitana? La ns provincia e’ piatta come un tavolo da biliardo e tutta la terra agricola e’ arabile…..ma evidentemente quelli di slow food non se ne sono accorti! Per non parlare poi della filiera creatasi con gli impianti di biogas che va dalla progettazione, realizzazione e gestione degli stessi. Un impianto di medie dimensioni spende solo in manutenzione dal 5 al 10 % del fatturato! La manutenzione la fanno operai altamente specializzati e qualificati che altrimenti sarebbero a carico della cassa integrazione….. lo volete capire o no cari i miei slowfoodiani? Se volete che qualcuno continui a comperare il vs cibo-lento ma dai prezzi improponibili, smettetela di rompere le balle a chi lavora. Altrimenti ci rimangono solo McDonald e gli hard-discount!

    • Il Giò

      Si infatti…condivido in pieno. Da un lato ci si lamenta dell’inquinamento, polveri PM10, ecc ecc. Dall’altro lato ci si lamenta degli impianti che producono energia pulita…ma cosa si deve fare?

      • Simon

        Sicuro su quello che producono???? Io la mano sul fuoco non ce la metto, se tu te la senti……..

      • Zamzam

        ma anche gli impianti di biogas inquinano…

        • Il Giò

          Ma che vai cianciando…

          • Zamzam

            beh, basterebbe fare una semplice ricerca su google per informarsi (senza polemiche e pregiudiziali), ma anche il fatto che siano impianti soggetti ad autorizzazione ambientale dovrebbe bastare. Nell’autorizzazione sono prescritte le condizioni per le quali questi impianti possono funzionare senza “inquinare” (ai sensi di legge).
            Che poi nessuno abbia mai guardato a cosa emettono, nell’aria o altrove (dov’è ARPA? dove la Provincia che pur rilascia le autorizzazioni?), non agevola a sgomberare il campo da dubbi. Basti pensare che l’ASL nostrana pone in capo ai proponenti, in via facoltativa, la redazione di una valutazione di impatto sanitario A POSTERIORI, perchè a priori (cioè prima del rilascio del’autorizzazione provinciale) non sono in grado di valutare le ricadute sanitarie di questi impianti.
            Al di là di polemiche e pregiudizi, un approfondimento delle ricadute ambientali di questi impianti è doveroso.

    • libero

      1. dal punto di vista energetico questi impianti presentano una bassa efficienza energetica, ovvero consumiamo un notevole quantità energia, rapportata a quella prodotta, per produrre il materiale di alimentazione degli impianti;
      2. questi impianti sono molto redditizi, i tempi di ammortamento dell’impianto sono in media dell’ordine dei quattro anni;
      3. ma come fa, direte voi, un impianto con scarsa efficienza energetica a essere redditizio? L’apparente paradosso deriva dagli squilibrati e allettanti contributi che vengono erogati dallo Stato per la produzione di energia elettrica da questi impianti;
      4. naturalmente questi ricchi contributi vengono pagati dalla collettività con i rincari delle bollette elettriche;
      5. la tecnologia di cui trattasi è consolidata e non consente nel medio periodo grossi incrementi di efficienza;
      6. gli incentivi andrebbero forniti alle tecnologie che hanno modo, grazie agli incentivi, di arrivare ad una massa critica che gli consenta di essere indipendenti dai finaziamenti; cosa che non potrà mai avvenire con la produzione di energia elettrica da biogas;
      7. da tutto ciò ne deriva che i soldi che noi tutti tiriamo fuori per incentivare la produzione di biogas si riducono ad un intregrazione del reddito delle aziende che hanno optato per gli impianti di biogas.

      • Il Giò

        Perchè non fai un bel tetto fotovoltaico?

  • Michele Scolari

    Se funzionano con gli scarti, rispettano le norme igieniche (anche inerenti la qualità dell’aria) e la loro realizzazione è preceduta da capillari e trasparenti azioni informative verso i cittadini (non mi pare sia stato così a Gussola) come era stato deciso e prescritto, nulla da dire. Ma nel momento in cui agli scarti vengono aggiunti prodotti agricoli allora la questione si complica. Il suolo della “Padania” è già abbastanza messo a dura prova da un’agricoltura che, specialmente nella nostra zona, è monocolturale (non mi si dica che il mais non fa la parte del leone). Ora, se già il suolo è impoverito (vi sono degli studi, anche se inascoltati) far funzionare quegli impianti con prodotti (e non con scarti) significa doverne produrre in quantitià maggiore, sottoponendo il suolo ad un maggiore sfruttamento (soprattutto di mais, perché è il prodotto che va per la magggiore negli impianti a biogas).
    Tradotto: non si vuole portare via lavoro a nessuno. Non è che le c.d. “grandi opere” non s’hanno da fare. S’hanno da fare eccome, ma rispettando tutti i crismi della sicurezza, della salute e della produttività, attraverso capillari e severi strumenti di controllo.

  • claudio

    Egr. Toro pazzo e Il Gio , ho il vago sospetto che o non conoscete il vero problema o siate al soldo degli speculatori che fanno soldi incassando contributi pubblici . E se non conoscete o sapete che cosa è e fa slow food meglio tacere anziché dire pirlate !

    • Michele Scolari

      Io so che Carlin Petrini, oltre ad una persona profondamente ed indubbiamente preparata, è anche una persona che sembra avere un grosso bisogno di visibilità. E questo purtroppo è ciò che (in molti personaggi, non solamente lui) mi insospettisce. E parecchio. Compresa la sua scuola, dove si pagano rette profumatissime.
      Comunque, il prefisso “bio” non è automaticamente sinonimo di “qualità” e “genuinità”. Questo vale per il biogas e anche per Slow Food. Esempio: quest’estate girando nella campagna orientale della provincia in bicicletta come siamo usi fare con la mia fidanzata, abbiamo visto parecchie verdure (soprattutto pomodori) maturare e prendere colore “improvvisamente” (a meno che non sia scientificamente testato che il pomodoro diviene rosso in 4 giorni e non mi pare). Come avranno fatto a maturare quelle verdure manco lo voglio sapere, ma i proprietari di quei terreni (senza fare nomi) vanno a venderle ai mercatini “bio”. Sarà filiera corta, sarà “no global”, sarà quel diavolo che volete, ma non venitemi a dire che è sana.

    • Il Giò

      IO non sono al soldo di nessuno. So benissimo come funzionano le energie alternative e sono consapevole del “fatta la legge trovato l’inganno”. E’ una questione di mercato. Il prezzo del mais crolla? Gli agricoltori cosa fanno, patiscono la fame per te? No. Mettono i pannelli solari. Solo liberi di farlo, dato che la terra è loro. Non ti sta bene? Comprati la terra ($$$$$$$) e coltivala e inizia a scontrarti con la realtà che in Europa contiamo meno di zero. Abbiamo dei vincoli sulla produzione e dobbiamo importare dall’estero molte cose (vedi il latte).

      Vi da fastidio che gli agricoltori mettano il fotovoltaico rendendo brutto il paesaggio? O chiedete di porre un limite ma SAPPIATE che se ci sarà un limite (per esempio impianti da 20 Kw) la differenza la dovrà mettere qualcuno ovvero i privati. Andate quindi in comune a rompere i maroni e che la piantino con i rifiuti alle richieste di autorizzazioni per installare fotovoltaici sui tetti delle case dentro i comuni. Non ce ne frega niente della bellezza dei tetti “visti dall’alto”. A noi importa l’energia pulita ed economica per la casa…

  • Stante le insensatezze riportate da qualche lettore , per cercare di far capire il problema , si riporta l’art. di Carlin Petrini pubblicato su repubblica il 28/7/11 e riportato da questo giornale il 31/7 :

    “Agricoltura industriale. Riflettiamo sull’ossimoro. In suo nome, l’uomo ha pensato di poter produrre il cibo senza contadini, finendo con l’estrometterli dalle campagne. Oggi siamo addirittura arrivati all’idea che possano esserci campi coltivati senza produrre alimenti: agricoltura senza cibo. Agricoltura che, se si basa soltanto sul profitto e sulle speculazioni, riesce a rendere cattivo tutto ciò che può essere buono: il cibo, i terreni fertili (che sono sempre meno), ma anche l’energia pulita e rinnovabile. Come il fotovoltaico, come il biogas.

    S’è già parlato di come l’energia fotovoltaica possa diventare una macchina mangia-terreni e mangia-cibo. Se i pannelli fotovoltaici sono posati direttamente a terra e per grandi estensioni essi tolgono spazi alla produzione alimentaree desertificano i suoli fino a renderli inservibili. Allora bisogna dirlo chiaro: sì al fotovoltaico, ma sui tetti, nelle cave dismesse, lungo le strade. No a quello sul terreno libero.

    Adesso poi è il momento delle centrali a biogas che sfruttano le biomasse, valea dire liquami zootecnici, sfalci e altri vegetali. Questi materiali si mettono in un digestore, qui si genera gas che serve a produrre energia elettrica e ciò che avanza – il “digestato” adeguatamente trattato poi può essere utilizzato come ammendante per i terreni. Questi impianti sarebbero ideali per smaltire liquami (problema annoso di chi fa allevamento) e altri rifiuti biologici, integrando il reddito con una produzione di energia che può essere utilizzata in azienda o venduta. Se sono piccoli o ben calibrati rispetto al sistema chiuso dell’azienda agricola funzionano e sono una benedizione – esattamente come può fare il fotovoltaico sul tetto di un capannone o di una stalla. Ma se c’è di mezzo il business, se si fanno sotto gli investitori che fiutano affari e a cui non importa che l’agricoltura produca cibo e che lo faccia bene, allora il biogas può diventare una maledizione. Sta già succedendo in molte zone della Pianura Padana, soprattutto laddove ci sono forti concentrazioni di allevamenti intensivi. È una cosa che stanno denunciando alcune associazioni ambientaliste a livello localee per esempio da Slow Food Cremona mi segnalano che nella loro provincia ormai la situazione è sfuggita al controllo.

    Tant’è vero che hanno chiesto alla Provincia una moratoria sull’installazione e autorizzazione di nuove centrali a biogas.

    Che succede? Molti agricoltori, stremati dalla crisi generalizzata del settore, si trasformano in produttori di energia, smettendo di fare cibo. In pratica, si limitano a coltivare mais in maniera intensiva per farlo “digerire” dagli impianti a biogas. C’è anche chi lo fa solo in parte, ma sta di fatto che tutto quel mais non sarà mangiato dagli animali e quindi indirettamente neanche dagli umani.

    Gli investitori li aiutano, a volte li sfruttano. Esistono soccide in cui gli agricoltori sono pagati da chi ha costruito l’impianto per coltivare mais: sono diventati degli operai del settore energia, altro che contadini. Tutto è cominciato nel 2008 con la finanziaria che prevedeva un nuovo certificato verde “agricolo” per la produzione di energia elettrica con impianti di biogas alimentati da biomasse. Impianti “piccoli”, di potenza elettrica non superiore a 1 Megawatt. Ma 1 Mw è tanto: ciò ha incentivato il business, perché a chi produce viene riconosciuta una tariffa di 28 cent/kWh, circa tre volte quanto si paga per l’energia prodotta “normalmente”.

    Ecco allora che il sistema degli incentivi, cui si uniscono quelli europei per la produzione di mais, ha fatto sì che convenga costruire impianti grandie costosi (anche4 milioni di Euro), che possono essere ammortizzati in pochi anni.

    Soltanto nel cremonese nel 2007 c’erano 5 impianti autorizzati, oggi sono 130.E lì oggi si stima che il 25% delle terre coltivate sia a mais per biogas. In tutta la Lombardia si prevede che entro il 2013 dovrebbero esserci 500 impianti. Ci sarebbe da riflettere su quante volte un cittadino che versa anche le tasse arrivi a pagare quest’energia “pulita”, ma l’emergenza è di altro tipo: così si minacciano l’ambiente e l’agricoltura stessa. Primo e lapalissiano: si smette di produrre cibo per produrre energia. Secondo: la monocoltura intensiva del mais è deleteria per i terreni perché deve fare largo uso di concimi chimici e consuma tantissima acqua, prelevata da falde acquifere sempre più povere e inquinate. Senza rotazioni sui terreni si compromette la loro fertilità e si favorisce la diffusione di parassiti come la diabrotica, da eliminare con un’ulteriore aggiunta di antiparassitari. (segue dalla copertina) Se il mais non è per uso alimentare, poi, sarà più facile mettere due dosi di tutto invece di una, senza farsi tanti scrupoli. Terzo: chi produce energia coltivando mais può permettersi di pagare affitti dei terreni molto più alti, anche fino a 1500 euro per ettaro, il che crea una concorrenza sleale nei confronti di chi invece ne ha bisogno per l’allevamento. È lo stesso fenomeno che si è creato con i parchi fotovoltaici, dunque sta piovendo sul bagnato. A chi alleva servono terreni soprattutto per rientrare nella “direttiva nitrati”, che dovrebbe regolare lo smaltimento dei liquami in maniera sostenibile. Chiedete ai contadini e agli allevatori: i terreni non sono mai stati così costosi come oggi, e per un’azienda che già subisce i danni di un mercato drogato da speculazioni e imposizioni di prezzi bassi da parte del sistema distributivo può voler dire soltanto una cosa, la chiusura.

    Ma andiamo avanti. Quarto: gli impianti stessi, quelli da1 Mw, sono grandi strutture e per costruirle si consuma terreno agricolo sacrificandolo per sempre. Quinto: ci sono già le prime voci sulla nascita di un mercato nero di rifiuti biologici, come gli scarti dei macelli, venduti illegalmente per fare biogas. Non andrebbero mai utilizzati come biomasse, perché ciò che avanza dalla “digestione” poi viene sparso per i campi come ammendantee in questi casi oltre a inquinare potrebbe anche diffondere malattie.

    Il problema è la scala. Diciamo chiaramente che in sé il biogas da biomasse non avrebbe nessun difetto. Ma se è realizzato a fini speculativi ed è sovradimensionato, se fa produrre mais al solo scopo di metterlo nell’impianto, se fa alzare i prezzi del terreno, lo consuma e lo inquina, allora bisogna dire no, forte e chiaro. Da questo punto di vista sarà bene che le amministrazioni (comunali per impianti piccoli, provinciali per quelli più grandi) comincino a valutare i fini reali degli impianti prima di concedere autorizzazioni, e sicuramente questi problemi andranno affrontati e debellati con la nuova PAC, la politica agricola comune, che si è iniziata a discutere a Bruxelles.

    Da un punto di vista umano capisco gli agricoltori che hanno intravisto con il biogas un modo per risalire la china di un’agricoltura industriale sempre più in crisi.

    Ma sono sicuro che ci sono altri modi di fare agricoltura, più puliti, diversificati, che puntano alla vera qualità. Questa agricoltura può essere molto remunerativa e dare futuro ai giovani, mentre è soprattutto quella di stampo industriale che sta collassando.

    Inoltre, primao poi gli incentivi finiranno. Il biogas con grandi impianti è una pezza sporca che alcuni stanno mettendo alla nostra agricoltura malata, ottenendo l’effetto di darle così il colpo di grazia. Sarà molto difficile tornare indietro: i terreni fertili non si recuperano, le falde s’inquinano, la salubrità sparisce, chi fa buona agricoltura è costretto a smettere a causa di una concorrenza spietata e insostenibile. Agricoltura industriale, che ossimoro.”

    • pico

      La storia della maggiore concimazione chimica, per mia esperienza diretta, è una BUGIA spudorata. So per certo che nell’anno passato un’azienda agricola con una centrale a biogas non ne ha acquistato nemmeno un grammo.Arrivato al punto due ho smesso di leggere: chi scrive queste cose non merita attenzione. L’ignoranza è davvero una brutta bestia.

  • Toropazzo

    Dal vangelo secondo Carlin Petrini…… ma per favore! Io veramente non capisco dove questa gente voglia arrivare. Prima vogliono energia rinnovabile poi si accorgono che costa e che per farla bisogna incentivarne la produzione. 30 anni fa in Europa per mantenere i prezzi alla produzione hanno inventato le quote come quelle del latte o delle barbabietole. Nel 2015 quelle del latte le toglieranno lasciando una serie di aziende indebitate e costrette a produrre latte sottocosto perche il prezzo del latte alla stalla oggi e’ più basso di quello degli anni 80. Nel frattempo hanno inventato un sacco di cagate per cercare il reddito perso come ad esempio i distributori di latte crudo…. niente di più assurdo e antieconomico per i produttori di latte! Oppure i mini caseifici per fare dei formaggi a dir poco immangiabili da vendere ai mercatini della Coldiretti! E intanto i debiti delle aziende aumentavano. Questo significa che non e’ l’ agricoltura intensiva ad avere creato problemi, ma come al solito sono stati coloro che han fatto la politica agricola senza capire nulla di agricoltura…… Organizzazioni professionali agricole in primis! Lasciate in pace gli agricoltori….. l’ alternativa per voi e’ tornare a zappare la terra, e credetemi, non e’ affatto un lavoro tanto edificante!

    • Michele

      Il problema è che quelli di Slow Food a zappare la terra mica ci vanno. Mica sono fessi. Predicano tanto il cambiamento, il ritorno alla campagna. alla terra, alla filiera corta, alla fattoria nel verde con gli uccellini che cantano e ricoperta di pannelli fotovoltaici (forse hanno letto troppo Virgilio o Teocrito) ma mica ci vanno per primi…

    • claudio

      Lavorare la terra è il più nobile dei lavori e Lei dovrebbe avere più umiltà e studiare un po’ di più invece di sparare sentenze senza senso ! Riflettere prima di parlare è antica saggezza contadina , sconosciuta ai suoi neuroni .

      • Toropazzo

        Guarda che quando dico tornare a zappare la terra, non e’ in senso metaforico, ma intendo proprio zappare a mano i campi. Se non vuoi l’ agricoltura intensiva, di conseguenza dovresti fare a meno anche di trattori e macchine agricole! Diglielo al tuo nuovo evangelista Carlin Petrini!

        • Egr Sig Toropazzo è così convinto che non si possa fare agricoltura pulita senza beneficiare della tecnologia oggi disponibile ? Ed è così sicuro che noi di Slow Food non sappiamo che cosa significa lavorare la terra ? E’ mai venuto ai nostri incontri , ai nostri eventi ? Tra i ns associati ci sono tanti agricoltori , lo sa ? La pregherei inoltre di utilizzare modi di dibattito più civili , noi rispettiamo le sue idee , faccia altrettanto per cortesia ed eviti di parlare di chi non conosce .

          • Toropazzo

            Voi invece potete discettare di tutto e di più….. Non solo evangelista, ma anche nuova incarnazione del verbo il vs Petrini! Ma lo vuoi capire o no che se si facesse agricoltura a modo vostro tornerebbero fame e carestia su larghissima scala? Sveglia…. Poco ma buono e’ solo una trovata commerciale, buona per allocchi dal portafoglio gonfio di soldi che non sanno come spenderli!

      • Michele

        Guardi sig. Claudio che nessuno mi pare abbia mostrato una nota di disprezzo per l’attività del coltivatore. Anzi Le dirò di più, personalmente le dirò che la mia stima va più al coltivatore diretto che all’agricoltore e concordo pienamente con Italo Calvino quando scriveva che le preoccupazioni del coltivatore e il suo rapporto concreto con la terra e con i suoi ritmi naturali sono estranee alla mente modellata sui procedimenti dell’industria, ovvero portata a decidere sulle impostazioni generali e su prototipi.
        Qui stavo sottolineando che da più parti, soprattutto da Slow Food e simili, si predica il cambiamento, il ritorno alla verde campagna (a volte evocando immagini bucoliche assai poco realistiche) ma spesso Petrini e soci predicano bene ma razzolano male: loro pontificano tanto ma mica ci vanno a lavorare la terra, a seguire i ritmi della natura, a cambiare davvero vita. Petrini è ben attaccato al “sistema”, con le sue conferenze, la sua immagine e, soprattutto, la sua Scuola dove si pagano rette da collegio svizzero.
        Con questo voglio dire che dalla mia scrivania dietro il vetro dell’ufficio anch’io potrei pontificare quanto voglio. Ma è colmare la distanza tra il dire e il fare che mi fa ritenere delle persone degne di essere ascoltate. Predicano il ritorno alla terra? Alla filiera corta? Al “bio” (che non è automaticamente sinonimo di qualità)? Al verde della campagna con gli uccellini che cantano? Benissimo: ci diano loro l’esempio per primi! Il succo era ed è questo, non sminuire la coltivazione del terreno.

  • Mi permetto di dire la mia perchè sono un agricoltore anch’io, e so quant’è difficile andare avanti di questi tempi, ma se vi ostinate a coltivare mais fate solo il gioco delle multinazionali che vi vendono le sementi, i concimi chimici ed i diserbanti. Può essere una soluzione momentanea, ma date potere a chi vi vuole stracciare. Le possibilità in questo momento sono altre, ho diversi amici che fanno agricoltura biologica e vendono direttamente ai consumatori, e che stanno andando bene.

    • Michele Scolari

      Come ho già scritto sotto: il prefisso “bio” non è automaticamente sinonimo di “qualità” e “genuinità”. Questo vale per il biogas e anche per Slow Food. Se un cibo viene etichettato come “bio” dovrebbe esserlo ma non è detto che lo sia. Cioè, anche lì, come del resto in molti settori del nostro Bel Paese, sono già partite le furberie (già, i furbi, questa razza di viscidi a volte mascherati da filosofi).
      Esempio: quest’estate girando nella campagna orientale della provincia in bicicletta come siamo usi fare con la mia fidanzata, abbiamo visto parecchie verdure (soprattutto pomodori) maturare e prendere colore “improvvisamente” (a meno che non sia scientificamente testato che il pomodoro diviene rosso in 4 giorni e non mi pare). Come avranno fatto a maturare quelle verdure manco lo voglio sapere, ma i proprietari di quei terreni (senza fare nomi) vanno a venderle ai mercatini “bio”. Sarà filiera corta, sarà “no global”, sarà “alternativo”, sarà “slow” o “high”, non so, sarà quel diavolo che volete: ma non venitemi a dire che è roba sana. Ciò che occorre fare è mantenere lucidità, senza “intripparsi” per nulla.

      • Sono pienamente d’accordo : con il prefisso “bio” si spacciano spesso prodotti non tali ed a prezzi maggiorati , il problema è sempre quello , di veicolare le informazioni affinchè ciascun consumatore possa fare delle scelte alimentari consapevoli .
        Al contrario di quanto scritto da qualcuno , Slow Food non vuole imporre nulla a nessuno ma semplicemente confrontarsi e portare esperienze di tanti contadini del mondo , in particolare negli Stati Uniti , che hanno scelto di fare agricoltura in modo naturale , guarda un pò , migliorando il proprio reddito . E finiamola con la storia del costo…..McDonald costa pochissimo..quanto costa poi curarsi ?

  • Giacomo

    Che caos!? Stiamo andando verso la confusione più totale, povero territorio e povero ambiente, poveri noi come siamo ridotti…..

  • Toropazzo

    Nulla in contrario con chi fa una scelta di vita e si mette a coltivare prodotti bio e li va a vendere direttamente! Un’ altra cosa pero’ tutti quelli che sul bio ci fanno una carriera come il nuovo evangelista oppure usano il prefisso bio per aumentare il valore aggiunto! Ricordatevi cmq che se mai dovesse succedere che tutta l’ agricoltura si convertisse al bio, i prezzi dei prodotti alimentari schizzerebbero alle stelle! Che poi e’ ancora tutto da dimostrare che i prodotti bio siano effettivamente migliori degli altri!

  • paolo

    Viva il biogas che consente di fare soldi a palate; grazie allo Stato che taglia le pensioni e mette l’Imu agli italiani e consente di fare investimenti così vantaggiosi alla faccia della restante parte degli italiani; che bel paese il nostro, viva l’Italia e i nostri politici e amministratori, anzi statisti

    • balordo

      Brrrrravooooooooo! Clap clap clap! Brrrravooooooo! N’alter Budriga: ura trop ura miga. Senso della misura proprio no eh? Non trovare una via di mezzo, no! Via tutto, buttiamo giù tutto! Alè, evviva la lucidità e l’obiettività…

  • Toropazzo

    Cominciamo a sfatare un po’ dei miti del nuovo evangelista Petrini…..
    http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/02/12/dieci-risposte-a-carlo-petrini-sugli-ogm/
    Una lettura interessante……

    • Michele Scolari

      Spero che adesso gli aficionados di Petrini non arrivino a dire che “Scientific American” è una rivista scientifica capitalista controllata dalle multinazionali…

  • Spiace constatare l’arroganza , l’astiosità ed il dogmatismo di alcuni interventi, fondati soprattutto su argomenti capziosi per sostenere – alla fine l’asino è cascato – l’introduzione degli OGM .
    Evidentemente il dialogo costruttivo non è di tutti così come l’educazione , che dovrebbe essere il più importante patrimonio culturale di una persona . Ma tant’è ….così va il mondo .

    Sintetizzerò – prima di abbandonare una discussione che risulta sterile ed improduttiva – i motivi per cui , allo stato attuale , siamo contrari all’introduzione degli OGM in agricoltura , consigliando al lettore di andare a consultare quanto scritto da uno scienziato francese su altrettanto valido giornale scientifico in tema di salute ed OGM : http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2706426/
    1)è una tecnologia vecchia che non ha mantenuto le promesse ( cito NYT del 4/5/11 : ” l’industria biotech ci sta portando verso un’agricoltura ancora più pesticidi-dipendente dopo che ci aveva sempre promesso di portarci in una direzione oposta come in effetti necessario ”
    2) gli OGM non rafforzano la ns agricoltura nè il reddito dell’agricoltore ; è legge di mercato che in agricoltura una contrazione dei costi di produzione corrisponde ad una diminuzione del prezzo di vendita dei prodotti offerti ed in ogni caso occorre considerare il costo degli altri fattori di produzione che potrebbero aumentare…
    3) i ” brevetti ” e lo sviluppo di sementi apomittiche causerebbero la perdita di imprenditorialità dell’agricoltore che diventerebbe di fatto un prestatore di manodopera per conto di chi detiene il brevetto
    4)si verificherebbe l’abbandono dei territori marginali che non hanno la potenzialità produttiva necessaria per produrre piante ogm
    5)aumenterebbe la dipendenza del ns paese nei confronti delle aziende estere .
    Le problematiche relative all’introduzione degli OGM sono dunque di portata tale da non giustificare decisioni affrettate . Le innovazioni tecnologiche attuate negli ultimi decenni in agricoltura ed improntate alla esasperazione del profitto e della quantità di prodotto non pare abbia dato grandi vantaggi al reddito agricolo , tutt’altro , ed hanno contribuito al degrado della fertilità dei suoli , tra l’altro .
    Questo non significa che la ricerca , se effettuata con le dovute cautele , non debba andare avanti .
    occorre però considerare che lo sviluppo tecnologico non è neutro e deve sottostare a giudizi economici , politici ed etici .
    in particolare è neecessario aver presente queste domande :
    1) per quale motivo il ns paese dovrebbe aprire al transgenico se il consumatore non lo vuole ?
    2)esiste sul mercato un’azienda che vuole cominciare a produre/comercializzare un bene che il 75% degli acquirenti ha detto di non voler comprare ?
    3) perchè la ns agricoltura dovrebbe abbandonare una strategia sicura , basata sulla qualità, sulla tracciabilità e sulla sicurezza alimentare per far posto ad una produzione omologante , sempre meno richiesta dal mercato ?
    4) potrà competere il ns paese sul mercato globale dei bassi costi di produzione e dei bassi prezzi di vendita o forse potrà meglio competere sulla base di produzioni di eccellenza ad alto valore aggiunto ?
    5) è eticamente giusto ricecare un aumento del reddito attraverso un abbassameno del prezzo degli alimenti , mantenendo invariati i salari/stipendi ?
    6) è eticamente giusto creare un mercato di serie A ( bio, dop ecc ) ed uno di serie B ( ogm) col pericolo di creare una specie di proletariato alimentare ?

    Chiudo con una ultima riflessione/domanda : se gli OGM sono così sicuri e convenienti , perchè Monsanto ha speso 25 milioni di dollari per una campagna tesa ad eliminare dalla legislazione della California la norma che impone di indicare in etichetta sui prodotti al dettaglio la presenza di ingredienti GM ?

    Infine una citazione di un pastore delle alpi : ” non bisogna arrendersi mai e continuare a sperare : non tanto per salvare il mondo , che è un’operazione troppo difficile ma , semplicemente , per non stare dalla parte di quelli che il mondo lo distruggono ” e , aggiungo , per non stare dalla parte di coloro che non sanno quello che fanno.

    • Toropazzo

      E questo lo chiami sintetizzare? Alla fame fame ci porterete con la vs politica agricola…. volete un mondo dove solo chi ha soldi può mangiare.