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Stalking in Provincia, dipendente condannato a sette mesi

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Colpevole del primo caso di stalking lavorativo. Il giudice Cristina Pavarani ha condannato a sette mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena Leandro Cavaglieri, 64 anni, dipendente dell’amministrazione provinciale, accusato di stalking nei confronti di Davide, un collega. Per l’imputato, che doveva anche rispondere di molestie verso altri due dipendenti della Provincia, il pm Barbara Tagliafierro aveva chiesto una pena di un anno e tre mesi di reclusione, mentre la parte civile, rappresentata dal dipendente stalkizzato attraverso l’avvocato Marco Azzali, aveva chiesto una provvisionale di mille euro. In questo caso il giudice non ha assegnato alcuna provvisionale. Il risarcimento dei danni si deciderà in separato giudizio civile. “Le sentenze o si eseguono o si appellano”, ha commentato Cavaglieri dopo la lettura della sentenza. L’imputato era difeso dall’avvocato Fabio Galli.

Cavaglieri era accusato di aver preso di mira tre colleghi, uno dei quali aveva sporto denuncia (era parte civile nel processo), destinatari di offese e minacce di morte contenute in biglietti o in lettere anonime. L’imputato era stato incastrato anche dalla perizia grafica disposta nell’indagine interna compiuta a suo tempo dall’amministrazione provinciale e a processo dal perito del pm. In una lettera datata 15 marzo 2010 consegnata alla squadra mobile, il dirigente del Settore Risorse umane, prevenzione e sicurezza della Provincia, aveva riferito che “da diverso tempo circolavano nel settore magazzino bigliettini e lettere anonime, tutti manoscritti, contenenti frasi ingiuriose e minacciose nei confronti di alcuni dipendenti” e in particolare verso Davide. E che “l’ignoto molestatore, inoltre, era con molta probabilità anche l’autore del danneggiamento di alcune serrature e del deposito sul pavimento dei corridoi di liquidi maleodoranti e scivolosi, tali da costituire un pericolo per chi vi lavorava”. Nella lettera si segnalava che “i sospetti si erano subito indirizzati nei confronti di Cavaglieri”. Dal suo fascicolo personale erano state prese alcune lettere manoscritte poi esaminate da un perito grafico che le aveva comparate con i bigliettini minacciosi. In un biglietto, il dipendente preso di mira era definito “handicappato”, in un altro “si facevano allusioni a perversioni sessuali”, un altro ancora “mostrava una piccola fotografia di una pistola con la scritta: è carica e pronta per te”. C’erano poi le lettere con cui il persecutore invitava il collega “ad impiccarsi” o lo accusava di essere “un consumatore di sostanze stupefacenti”. La vittima sospettava di Cavaglieri “con il quale i rapporti erano sempre stati pessimi”. La polizia aveva poi raccolto le dichiarazioni degli altri due dipendenti, “vittime, seppure in misura minore, del persecutore”. Il primo aveva detto di aver ricevuto “bigliettini di ogni genere” ed aveva confermato “l’imbrattamento e il danneggiamento di corridoi e suppellettili”, l’altro aveva riferito “di aver trovato nell’agosto del 2009, al rientro dalle ferie, una busta con una lettera anonima in cui si inneggiava alle Br e si affermava che era stato condannato a morte”.

Da parte sua Cavaglieri, difeso dall’avvocato Fabio Galli, si è sempre difeso affermando di essere lui la vittima di vessazioni all’interno degli uffici della Provincia. Nella sua arringa, il difensore ha sottolineato i “tanti dubbi” emersi nel corso del dibattimento e l’impossibilità di dimostrare che Cavaglieri fosse l’autore degli scritti. “Ci sono biglietti scritti in stampatello, altri in corsivo. Ci sono parecchi dubbi sul fatto che la grafologia sia una scienza e va all’interpretazione di ogni singolo perito”. “Nessuno, poi”, ha continuato il legale, “ha mai visto l’imputato scriverli, nè depositarli sotto le porte. Eppure la Provincia è un ambiente frequentato e controllato, tanto che era presente anche un custode. Sono tutti comportamenti presunti. Senza farsi vedere, avrebbe lasciato quasi 80 biglietti, come un moderno Diabolik con nascondigli all’interno degli uffici. Si fa molta fatica a credere ad una situazione di questo genere, senza contare il fatto che non è neppure stato dimostrato il motivo”. “C’era acredine”, ha concluso Galli, “da parte della Provincia e dei colleghi nei confronti di Cavaglieri. La stessa Provincia si è limitata a raccogliere una situazione già certificata senza mai pensare che potesse essere stato qualcun altro”.

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