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Crisi delle vocazioni, solo cinque in seminario Oratori e parrocchie alla svolta

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Nella Giornata delle vocazioni, che si celebrava domenica 21 aprile, la Chiesa cremonese conta sulle dita delle mani il numero dei propri seminaristi e interroga l’intera società sul futuro delle istituzioni cattoliche e sulla loro presenza sul territorio. Dieci i futuri preti, provenienti dalla Diocesi, che si stanno formando presso il Seminario diretto da don Enrico Trevisi; altri 3 provengono dalla diocesi di Fidenza; due infine sono gli studenti provenienti dal Togo, appartenenti ad un ordine  religioso. Con il Paese africano c’è una collaborazione di vecchia data che qualche anno fa si era interrotta ed è ora ripresa. Ma sono i numeri diocesani a mostrare un’evoluzione del tema vocazioni ancora più rapida di quanto si pensasse. Cinque dei dieci seminaristi saranno ordinati sacerdoti agli inizi di giugno e in seminario non resterà che un solo studente per anno. Cinque complessivamente, tutti giovani: quattro di 25 anni e uno di 28. Un tempo c’era anche chi sceglieva la via sacerdotale in età più avanzata, negli ultimi anni di meno. Come in diminuzione sono anche i sacerdoti ‘fidei donum’ che prestano servizio  in altri paesi nell’ottica della Chiesa universale.

Sono numeri che fanno indubbiamente riflettere’, ci spiega don Enrico Trevisi, rettore del Seminario Diocesano. ‘Il fenomeno si inquadra in uno scenario socio religioso molto complesso, con un’accentuata denatalità. Praticamente i nati sono la metà di quelli di quarant’anni fa e una buona parte di loro proviene da famiglie straniere. Il secondo fenomeno di ordine generale è una visione della vita molto secolarizzata, nella quale Dio viene messo da parte, come una scelta troppo impegnativa. In questo modo, però, ci si scopre molto più fragili, con meno speranza nel futuro e sempre più dubbiosi di se stessi, delle proprie capacità. Oggi la crisi non è solo economica o lavorativa, appartiene all’uomo in quanto tale, quando preferisce scelte non impegnative e che non presuppongono l’impegno della fedeltà’. In parallelo alla diminuzione degli aspiranti sacerdoti, c’è la crescita dei single, di nuclei famigliari formati da una sola persona. ‘Dando un’occhiata all’Annuario statistico del Comune  – afferma il rettore del Seminario – si vede  che nella popolazione tra i 40 e i 44 anni ben il 28% è un single, tra i 45 e i 49 la percentuale è del 21%, tra i 50 e i 55 il 16%. Nell’epoca della maggiore libertà sessuale, constatiamo che le persone sono confuse e spesso restano sole. E il motivo per cui tanti matrimoni falliscono è quella stessa difficoltà all’impegno e alla fedeltà di cui s’è detto anche per la vocazione religiosa’.

Certamente, ‘le vocazioni sono tutte importanti’, come afferma don Trevisi, matrimonio compreso, ma di questo passo si pone una questione molto pratica. Resteranno parroci e vicari ad aprire i nostri oratori? Il percorso di cambiamento all’interno della diocesi, governato dal vescovo Lafranconi, è in atto da tempo, con la creazione delle unità pastorali, che da un paio d’anni hanno fatto la comparsa anche nel capoluogo (S. Ilario – S. Agata).  La scorsa settimana, il 17 e 18 aprile, proprio di questo hanno discusso una trentina di sacerdoti della diocesi e i laici impegnati in oratorio, nella due giorni di formazione  sulla ‘Pastorale integrata’ organizzata a Folgaria, alla presenza dello stesso vescovo (tutti gli interventi audio sul portale della diocesi www.diocesidicremona.it).

‘Su questi temi stiamo riflettendo da tempo e diciamo subito che una soluzione univoca non c’è’, afferma don  Paolo Arienti, responsabile diocesano della Focr (federazione oratori). Il cambiamento è insito della Storia e la contrazione  delle vocazioni sacerdotali è un’emergenza ma anche una risorsa se offre lo spunto per pensare a modelli di servizio diversi da quelli consolidati. Ad esempio mettendo i territori in rete (le unità pastorali, appunto, ndr) o individuando figure diverse che interagiscono, ragionando sull’impegno laicale’. Spunta il termine  di ‘figure professionali’, questione delicata, ossia i laici impegnati nelle comunità parrocchiali e nell’azione pastorale, giovanile e non. Di accorpamenti di altre parrocchie cittadine per ora non se parla, ma la ridefinizione della presenza di sacerdoti nella diocesi imporrà sicuramente delle scelte, di qui ai prossimi mesi.

g.b.

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Commenti
  • erat

    Andate a lavorare

    • juanito

      Una volta fare il prete era garanzia di sostentamento specie per le famiglie meno abbienti, difatti era raro trovare tra gli aspiranti preti figli della borghesia ben pasciuta.
      Si vede che oggi, nonostante la crisi che attanaglia l’economia e le famiglie, fare il prete non conviene più di tanto ( se non a qualche ragazzo di colore che rimane abbagliato dal luccichio delle chiese come da una favola per povera gente).
      Credo che per avere giovani pronti a ” servire ” la comunità di fede, bisogna insistere sul VOLONTARIATO, cioè sulla disponibilità a dare il propio tempo, se non la vita, per portare agli altri un messaggio di fede e di speranza in una vita migliore, di qua e di la.
      La prebenda ci sarà sempre, ma non dev’essere lo scopo primario, cercato, anche se non acclarato.