Commenta

Lettera di Adriana Farinacci Mola in difesa del padre Roberto

farinacci-ospite

Un mio articolo pubblicato dal quotidiano ‘La Provincia’ il 20 maggio 1972, in cui avevo cercato di ricostruire la fine di Roberto Farinacci, fu commentato dalla figlia del gerarca, Adriana Farinacci Mola, con una lettera nella quale la signora aveva precisato il proprio convincimento riguardo alla confisca dei beni del padre.

Io, conoscendo assai bene il dott. Luigi Grande, che come magistrato del nostro Tribunale era stato incaricato di presiedere la Commissione esaminatrice dei beni del gerarca, ebbi chiare notizie sull’argomento; notizie che cercai di conciliare con quelle della figlia.

La signora Farinacci si era soffermata sulla liceità della provenienza del patrimonio del padre, affermando che non era di trecento milioni, ma circa la metà.

Secondo la stima dell’ufficio tecnico erariale, il valore del complesso della ‘Cremona nuova’ comprendeva sia l’immobile che l’azienda editoriale. La Società era stata creata per la stampa del giornale che, nel lontano 1914, si denominava ‘La squilla’, nel 1921 ‘La voce del fascismo’, in seguito ‘Cremona Nuova’ e, infine, ‘Regime fascista’.

Nello scritto la signora Adriana diceva con puntiglio: “Dal 1914 al 1945, era stato direttore della Società mio padre. Il resto del patrimonio era costituito, oltre che dal patrimonio, dagli appartamenti nella città di Napoli, pervenuti a mio padre dalla famiglia materna con altri pochi immobili di poco valore e altri, via via acquistati con la sua professione forense e da pochi altri valori liquidi”.

Quindi la signora così proseguiva: “Nel memoriale che mio padre inviò – in data 28 agosto 1943 – alla Commissione per gli illeciti arricchimenti, egli, nel mettere a nudo la sua posizione pubblica e privata, dichiarò che fin dal 1921, quando dirigeva ‘La voce del fascismo’ e quando, con un gruppo di amici decise di costituire una Società anonima per dar vita ad un grande quotidiano, pose come condizione che la maggioranza delle azioni fosse in suo possesso. Questo, per mantenere nelle battaglie che il giornale avrebbe sostenuto sotto la sua direzione e la sua personale responsabilità, la sua più assoluta libertà. Quando le azioni divennero nominative, la quasi totalità fu intestata a suo nome, donate dai sottoscrittori o acquistate poi da lui e dagli amministratori di allora”.

A questo punto la signora Adriana Farinacci affermava: “E’ quindi vero sia che i fondi iniziali provennero dal gruppo di amici sostenitori, sia che la quasi totalità delle azioni fossero nelle mani di mio padre. D’altra parte, la fortuna del giornale fu interamente dovuta alla sua attività. Le cospicue entrate, che ne derivarono e l’ottima amministrazione di allora, consentirono l’ampliamento degli impianti e la costruzione di una adeguata sede”.

La lettera veniva conclusa con perentorie parole: “Il giornale e la società editoriale (che ne consentiva la pubblicazione e la più assoluta indipendenza) non furono mai considerati da mio padre come un investimento a scopo di lucro, ma come uno strumento della sua attività politica; tanto che egli non volle prendere in considerazione l’offerta di acquisto del complesso editoriale di Cremona che gli fu avanzata nel 1944, mentre già erano in corso le trattative per la vendita del ‘Popolo d’Italia’, e continuò a pubblicare il suo giornale fino all’ultimo giorno”.

“Aggiungo, per concludere – scriveva infine Adriana Farinacci Mola – che la confisca dei nove decimi del suo patrimonio fu disposta dal Tribunale di Cremona nell’anno 1956, non in considerazione della liceità  (o meno) della provenienza dei beni, ma in applicazione delle leggi straordinarie per la repressione delle leggi del fascismo, come sanzione punitiva contro uno dei maggiori esponenti del partito fascista in aggiunta alla condanna a morte, eseguita in Vimercate da un cosiddetto Tribunale del popolo”.

A tale proposito desidero ricordare quel che avvenne negli ultimi giorni di vita del gerarca, a partire dal  25 aprile 1945. Farinacci lascia Cremona. Egli è diretto verso la Valtellina, assieme ad una colonna di fascisti.

Fino a Bergamo non trovano ostacolo, ma i posti di blocco dei partigiani si fanno più fitti e pericolosi. Farinacci, che ha con sé (oltre all’autista che gli fa da guardia del corpo) la marchesa Carla Medici del Vascello, segretaria dei fasci femminili e fedelissima del  ras (anche se è da escludere un rapporto tipo Mussolini- Petacci) decide di staccarsi dalla colonna. A Beverate, il partigiano Angelo Gerosa lascia partire una raffica di mitra contro la macchina, che non si arresta alla intimazione dell’alt. La macchina sbanda, e finisce in una cunetta laterale, contro un albero: l’autista muore sul colpo, a marchesa Medici è ferita gravemente alla gola e per una decina di giorni rimarrà paralizzata, prima di morire all’ospedale di Merate.

Farinacci, rimasto illeso, è raggiunto e fatto prigioniero e, all’alba del giorno 28 (è una giornata piovosa) viene condotto al Municipio di Vimercate, dove il processo popolare avverrà nella sala del Consiglio di palazzo Trotti. La giuria è composta da familiari dei partigiani uccisi. Farinacci, pallidissimo, si difende punto per punto. Alla richiesta della pena di morte, in un primo tempo, la giuria sembra esitare … La madre di un caduto si alza e, in dialetto, dice:<<Vorrei che gli facessero quello che hanno fatto a mio figlio …!; il resto della giuria di associa, condannandolo alla fucilazione alla schiena. Farinacci, che ha mantenuto un contegno distaccato e dignitoso, notata – tra la folla – la presenza di un prete, gli fà cenno di avvicinarglisi: << … Ho bisogno di voi…>>. Il prete chiede (e ottiene) che li lascino soli; Farinacci scrive un ultimo saluto per la figlia e consegna il danaro che ha in tasca, perché venga distribuito ai poveri della città.

Il “vecchio massone” Farinacci è confortato da due sacerdoti; l’esecuzione è molto drammatica: come combattente e decorato, rifiuta di essere bendato e vuole essere fucilato sul petto; ma i partigiani, che evidentemente lo considerano un traditore, intendono sparargli alla schiena.

Prima della scarica, Farinacci si volge, e i partigiani sparano in aria. Fatto voltare a schiaffi, il condannato si ribella e viene colpito in pieno petto. Testimone della scena assicurano che ha gridato: “Viva l’Italia”.

Gianfranco Taglietti

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

© Riproduzione riservata
Commenti