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Via padre Cristoforo della nobilissima famiglia Picenardi

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La parte iniziale di Via Mantova venne chiamata, per un limitato periodo (1928-1951), ‘via padre Cristoforo Picenardi, cappuccini’. Questa particolare denominazione fu determinata dagli esiti del quarto centenario della fondazione dell’Ordine dei Cappuccini, che si svolse a Cremona il 7 ottobre 1928, nel salone del palazzo Cittanova. A tale cerimonia presero parte moltissimi cittadini, che vennero ad applaudire l’elevato discorso di padre Maurizio M. di Villa al Serio. Questi intrattenendo i presenti sulla figura di padre Cristoforo, identificò il personaggio manzoniano con il nobile Ludovico Picenardi di Cremona, e concluse l’intervento con la proposta d’intitolare una strada al “protagonista morale” de ‘I promessi Sposi’.

L’unanime applauso del pubblico entusiasta, ed una successiva petizione, indussero il podestà del tempo, avv. Giovanni Bellini, alla determinazione (era il 4 dicembre 1928) di intitolare al padre Cristoforo quel tratto di strada che, da porta Venezia, arriva alla località ancor oggi detta ‘dei Cappuccini’, perché ivi si trovava (al tempo dei fatti manzoniani e in particolare del famoso duello) l’unico convento con Chiesa dei Cappuccini.

‘Via padre Cristoforo Picenardi, cappuccino’, rimase tale fino al 13 marzo 1951, quando il Consiglio comunale, in base a varie considerazioni, deliberò che via Mantova iniziasse da piazza della Libertà, incorporando la porzione della via dedicata al Frate manzoniano.

Così la strada è tornata ad essere ‘via Mantova’, indicativa della direzione verso la città virgiliana.

Accanto agli effetti del discorso di padre Maurizio M. di Villa al Serio sulla toponomastica cremonese, va aggiunto che l’attenzione degli studiosi del tempo, non  essendovi dubbi sull’esistenza del cremonese padre Cristoforo Picenardi, si riversò sulla genesi delle vicende del Frate prima della conversione, cercando di trovare l’origine dei “prestiti letterari” degli episodi narrati nell’opera manzoniana. Ci fu chi pensò alla storica figura di Samuele, chi alla ‘Religeuse’ di Diderot, chi a ‘Il Monastero’ di Walter Scott, dove si presenta una storia esemplare con vere analogie con il nostro Padre.   E ci fu chi si riferì a Ludovico Muratori.

Questi, infatti, nel suo “Antichità estensi”, tratta della figura del duca Alfonso III, un tiranno crudele e superbo, che per dileggio fu chiamato “Padre Eterno in terra”. Dopo diciotto anni di dominio assoluto e di malvagità d’ogni genere, accadde anche a lui di “realizzare la fantasia di farsi frate”. Dopo due anni, lasciò il potere al primogenito Francesco e indossò il saio, prendendo il nome di Giambattista da Modena. Il Manzoni (lo si riferisce con sicurezza) era assiduo lettore del Muratori e ritengo che l’ipotesi letteraria di un Alfonso III speculare a ‘padre Cristoforo’ possa essere accolta.

Per limitarci a vicende accadute a Cremona, ricorderò la figura del nobile cremonese Raffaele Stanga, che decise di entrare nell’Ordine dei Cappuccini dopo che il cugino Giulio Stanga era stato proditoriamente ucciso. Padre Stanga morì nel 1630 a Pavia, mentre curava i Confratelli colpiti dalla peste.

Tornando sulle tracce di padre Cristoforo, aggiungo che padre Massimo Bertani da Valenza, nei suoi ‘Annali’, a proposito dei Cappuccini morti nella pestilenza del 1630, precisa che il personaggio manzoniano apparteneva alla “nobilissima famiglia Picenardi”. Anche il sacerdote Luigi Lucchini lo afferma nella sua operetta in modo categorico: ‘Fra’ Cristoforo, al secolo chiamato Ludovico, fu personaggio vero, storico, appartenente al ramo cadetto della illustre famiglia Picenardi di Cremona’.

A questo proposito, dirò di aver trovato – leggendo le interessanti notizie relative alla vicenda – che il Lucchini avrebbe addirittura scoperto ‘la fede di nascita di un Ludovico Picenardi, nato in Cremona il 5.XII.1568, da Giuseppe e dalla nobildonna Susanna Cellana, nella Parrocchia della Cattedrale. Di un Giuseppe Picenardi, soprannominato ‘il Roseno’, si trova memoria negli Atti della visita episcopale in San Lorenzo Picenardi, il 17 marzo 1570’.

Il Lucchini aggiunse ancora che a Lodovico (rimasto orfano mentre ancora si trovava a Bologna per gli studi) ‘il padre, per far dimenticare il suo passato mercantile, aveva ispirato la smania di grandeggiare e di rivaleggiare con i più potenti del suo rango’. Per questo, ‘in uno scenario di violenze e di malefatte’, Lodovico si sarebbe trovato a contrastare con il potentissimo marchese Ariberti, il cui palazzo in città di trovava nella zona della chiesa dei Filippini (poi convertita nel teatro che in seguito prenderà il nome di ‘Filodrammatici’) e il cui feudo, a Monticelli d’Oglio, si stendeva di fianco alla villa di san Lorenzo. Aggiungerò che il marchese Ariberti (nobile cremonese nato da Giovanni Battista e da Camilla Borgo, il 23 gennaio 1587) è personaggio reale, come risulta da documenti notarili. Purtroppo non è sempre facile seguire le vicende che troviamo narrate, perché talvolta i nomi delle persone risultano sotto la forma di pseudonimo.

Gianfranco Taglietti

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