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Rete fognaria senza pezzi, tubo marcio crollato dopo l'urto con una telecamera

tamoil

Altri testimoni sono stati sentiti oggi dal gup Guido Salvini nel processo Tamoil ‘madre’ celebrato con rito abbreviato sull’ inquinamento della falda che per l’accusa sarebbe stato causato dalla raffineria cremonese (il procedimento è a carico di cinque manager Tamoil). Ancora una volta si è parlato della rete fognaria gruviera, una rete fognaria in pezzi, anzi, senza pezzi, perchè mancava il semicerchio sottostante, ossia la parte della tubazione più critica per la percolazione dei prodotti inquinanti nel terreno. Già nel 2002, durante alcuni lavori sui pozzi, era fuoriuscita acqua nera. Una perdita provocata proprio dai buchi nei pozzi collegati alla rete fognaria. Addirittura durante una videoispezione un tratto di tubatura era crollato perchè era cosi marcio che era bastato l’urto della telecamera per farlo cedere e creare un buco.

Sono dichiarazioni rese in aula da Stefano Carlo Giorgio Dini, socio amministratore unico della società di Bollate Idroambiente, incaricata di svolgere lavori di risanamento dell’impianto con la successiva sottoscrizione di un “accordo per informazioni confidenziali” che, ha rimarcato il teste,  “non è una prassi solita richiestaci dalle aziende”. Già alla guardia di finanza di Cremona, Dini aveva spiegato che i rapporti commerciali riguardavano i lavori eseguiti sui pozzi di acque di falde e consistevano nella pulizia e nel ripristino dei pozzi, mentre le videoispezioni sulle fogne delle acque bianche sono iniziate nel 2004. In particolare, il 17 novembre di quell’anno la raffineria Tamoil spa aveva affidato alla Idroambiente il risanamento di un tratto di fognatura delle acque bianche per circa  150 metri. Cio’ perche’ i lavori di ispezione del pozzo numero 7 avevano evidenziato alcune criticità strutturali delle condutture, criticità che avevano condotto Tamoil a chiedere un’immediata ispezione e risanamento di quei 150 metri. L’ispezione avvenne il 14 ottobre del 2004 con successivo risanamento. Nella quasi immediatezza, Tamoil aveva chiesto a Idroambiente di eseguire delle verifiche su altri tratti di rete bianca ed oleosa. Il 29 ottobre la società di Bollate aveva fatto un’offerta sul tratto di 725 metri di rete oleosa e 2.490 di rete bianca. I lavori erano stati subappaltati alla ditta Idroambiente Divisione Fognature snc di Cairo Montenotte, in provincia di Savona, il cui titolare e’ Paolo Olmi, con il quale Dini aveva rapporti di amicizia e professionali risalenti agli anni ’90, in quanto i due erano dipendenti della medesima società che operava nello stesso settore delle ispezioni. Completato il lavoro, però, Idroambiente non era stata incaricata di compiere il risanamento. Il lavoro era stato diviso in più step. Il primo era stato  affidato alla ditta Soncini di Reggio Emilia. Dini ha detto di non essere a conoscenza del motivo per il quale l’incarico era stato affidato alla concorrente. Davanti alla guardia di finanza aveva dedotto che fosse “per una questione di prezzo e di peso sul mercato che aveva la concorrente”.

Dini aveva anche aggiunto che durante i lavori di ispezione alla rete fognaria del 2005 e del 2007 erano state riscontrate “diverse criticità strutturali anche delle camerette”, ovvero gli spazi che collegano una tratta fognaria con l’altra. “Tuttavia non potevamo intervenire con il risanamento in quanto l’ordine di esecuzione dei lavori riguardava solo quello alle condutture”. Durante i lavori di risanamento delle condutture, tuttavia, alcune camerette erano state eliminate. A fine del 2010 Idroambiente, per risanare quelle rimaste, aveva proposto a Tamoil un sistema innovativo con un rivestimento interno di prodotti chimici. Ai vertici della raffineria era stato presentato il modello ma non si è mai arrivati ad una proposta concreta. A detta di Tamoil, infatti, mancavano soldi.

Che le condotte fossero malridotte lo sapeva Marco Bastoni, da marzo 2006 a febbraio 2007 ingegnere alla Soncini spa, poi fallita. E’ uno dei testimoni sentiti oggi in udienza. Già davanti alla guardia di finanza aveva detto: “io non sono in grado di riferire se le persone dipendenti da Tamoil con le quali avevo i contatti presso la raffineria erano a conoscenza dello stato fisico delle condotte. Presumo di sì, vista l’urgenza con la quale abbiamo realizzato l’appalto”.

Chi in quegli anni lavorava alla Tamoil era Albino Cosma, operaio alla Logistica -Movimento, incarico mantenuto fino al pensionamento avvenuto il primo gennaio 2011. L’ex dipendente si occupava di movimentare il prodotto finito presso i serbatoi di stoccaggio, e per questo effettuava anche i drenaggi di tutti i serbatoi, sia di quelli del grezzo che del prodotto finito. Come già spiegato ai carabinieri del Nas, “sui serbatoi del grezzo veniva effettuato il cosiddetto scarico di fondo, ovvero immettendo lo scarico nel pozzetto che portava alla fogna nera o oleosa che conduceva alla vasca di trattamenti dell’impianto, viceversa lo scarico di fondo dei restanti serbatoi, ove in alcuni di essi era stoccato il prodotto finito, andava a finire nelle rete bianca che lo portava nella propria vasca di trattamento di sistema”. E’ andata avanti così fino al 2008/2009, poi si era deciso di bypassare la rete fognaria. Cosma ha infatti spiegato che successivamente “lo scarico di fondo di tutti i serbatoi, sia grezzo che finito, veniva aspirato da macchine cosiddette biospurghi che prelevavano lo scarico e lo inviavano con delle condutture fuori terra all’impianto di trattamento, evitando la rete fognaria bianca e nera”. Con il nuovo sistema di bonifica alcuni dipendenti avevano notato un sensibile aumento del prodotto inquinante nelle vasche. Per l’accusa, la prova che la causa dell’inquinamento era la rete fognaria.

Nella prossima udienza, già fissata al 28 febbraio, verranno sentiti i funzionari Arpa Francesco Bordi e Giampaolo Beati.

Sara Pizzorni
redazione@cremonaoggi.it

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