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Mons. Perego sui profughi: "Cremona contribuisce a costruire democrazia"

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L’ennesimo arrivo di profughi in città ha scatenato non poche polemiche tra i cittadini. Eppure la storia di accoglienza che Cremona vanta, da oltre 40 anni, è un patrimonio importante. Lo afferma monsignor Giancarlo Perego, sacerdote cremonese (di Vailate) direttore generale della Fondazione Migrantes, in un intervento pubblicato sul sito della Diocesi. “Cremona, in Italia, anche attraverso la storia di quasi quarant’anni di accoglienza di profughi e rifugiati (gli istriani, i cambogiani, i ruandesi, i bosniaci, i kosovari fino ad arrivare agli afgani, ai siriani e africani di oggi), e la straordinaria azione della ‘Casa dell’Accoglienza’ che non può rimanere l’unico segno, sta contribuendo a costruire un Paese democratico, un Europa come ‘casa comune’, dove i poveri e i deboli  trovano tutela e protezione – ha evidenziato il sacerdote -. La democrazia è anche questo”.

Proprio monsignor Perego domenica 6 luglio sarà a Lampedusa, insieme al cardinal Vegliò, per commemorare il primo anniversario della storica visita di Papa Francesco.

“Il nostro Paese sta vivendo una situazione particolare nel mondo delle migrazioni forzate, drammaticamente segnato anche dai 30 morti asfissiati nella stiva di un barcone accompagnato dalla marina militare nel porto di Pozzallo – scrive il sacerdote -. Dall’inizio dell’anno, infatti,  60.000 persone sono sbarcate sulle coste della Sicilia, grazie alla straordinaria operazione di pace, quale è Mare nostrum, che ha accompagnato nel Mediterraneo fino ai porti, rifugiati di diversi paesi del mondo.

I porti e le città della Sicilia hanno insegnato all’Italia l’accoglienza di chi arriva forzatamente in Italia e in Europa. 50.000 persone e famiglie che hanno fatto emergere, nonostante numeri contenuti e gestibili per un Paese con 8.000 comuni e 60 milioni di abitanti, la carenza di un reale sistema nazionale di prima, seconda accoglienza per persone, famiglie, minori non accompagnati, ma anche la mancanza di linee guida comuni per il cammino di inserimento dei rifugiati, con le relative risorse finanziarie. Tale sistema dovrebbe prevedere il coinvolgimento di tutti i comuni italiani, attraverso anche il grande mondo italiano del Terzo settore, un tavolo nazionale e tavoli regionali di concertazione (a cui partecipano organizzazioni di volontariato ed enti ecclesiali…), 50.000 posti per una pronta accoglienza (10-15 giorni) di richiedenti asilo, non solo al Sud, ma in tutte e 20 le regioni italiane e una seconda accoglienza in un rinnovato Sprar che possa gestire dai 20.000 ai 50.000 posti, superando nel bando la volontarietà della scelta degli enti locali, attribuendo, invece, i posti in tutte le regioni, secondo la popolazione, Pil, reddito Isee. Il Sistema porterebbe al superamento dell’improvvisazione e della discrezionalità delle pratiche dei richiedenti asilo che invece esiste ora, che frammenta  il percorso di chi arriva in sistemi paralleli (qualcuno finisce in Cara e Cas e accoglienze sbarchi, qualcuno nello Sprar, qualcun altro da nessuna parte) e non dà nessuna certezza rispetto a quando la richiesta sarà considerata  in commissione territoriale (talora improvvisate), se si verrà o meno inseriti in uno Sprar,  se si avrà o meno la residenza se si avranno o meno problemi per il rinnovo della tessera sanitaria e del permesso di soggiorno, se si andrà in un progetto FER o altro dopo il riconoscimento della commissione o in una casa occupata o in mezzo alla strada (lavoro nero, sfruttamento lavorativo congiunzione tratta-asilo ecc…).

Quando finalmente l’Italia avrà un sistema d’asilo – cosa che non abbiamo costruito dal 1954 quando abbiamo firmato la convenzione di Ginevra, nè quando, con l’entrata in vigore di Dublino nel 2002, siamo stati obbligati dall’Europa a creare lo Sprar, sempre in sottonumero e troppo breve rispetto alle reali esigenze – avremo le carte in regola per cominciare a  chiedere all’Europa un superamento di Dublino che stabilisca quote per ogni Paese in base a criteri oggettivi.

La drammatica situazione  che i richiedenti asilo e rifugiati vivono in Italia  chiedono una maggior condivisione in Europa delle operazioni di salvataggio in mare attivate con Mare nostrum, ma non bastano. È necessario che anche l’Italia finalmente aderisca a programmi di resettlement e a politiche europee per aprire canali umanitari, per non lasciare le persone e famiglie che devono fuggire dal loro Paese in mano ai trafficanti.

Le nostre comunità ecclesiali, accogliendo nelle diverse città alcune migliaia di migranti forzati, stanno aiutando a maturare la consapevolezza che la povertà, le guerre, la fame e la sete, i disastri ambientali nel mondo non possono essere dimenticati e aiutare il passaggio da un situazione di tutela discrezionale a un sistema unico programmato ed uniforme di asilo, che aiuti a superare paure e incertezze, ridando un rinnovato slancio al lavoro di protezione internazionale. La crescita e lo sviluppo  delle nostre città, del nostro Paese e dell’Europa derivano anche dalla crescita e dallo sviluppo di sistemi e programmi di accoglienza, tutela accompagnamento dei migranti forzati”.

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