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Croce Rossa, peculato: per Mirko Rizzi chiesti 2 anni e 7 mesi

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Mirko Rizzi ed Eleonora Ducoli Parisi

“Nei confronti di Mirko Rizzi non sono emerse prove dirette, ma elementi indiziari che inducono a propendere per la colpevolezza dell’imputato”. Sono le parole pronunciate nella requisitoria del pm Carlotta Bernardini, che oggi, davanti al collegio presieduto dal giudice Maria Stella Leone, con a latere i colleghi Francesco Sora e Tiziana Lucini Paioni, ha chiesto la condanna a due anni e sette mesi di reclusione per l’ex commissario del comitato locale della Croce Rossa, accusato di peculato. La vicenda risale alla fine del 2011 e riguarda l’ammanco di 16.095 euro scomparsi dalla cassaforte a muro custodita nel locale segreteria. Si trattava del ricavato della cena di gala organizzata dalla sezione femminile della Croce Rossa nell’ottobre del 2011.
“Se un soggetto ha la disponibilità di somme di denaro che non gli appartengono”, ha continuato il pm, “e se queste somme spariscono, quantomeno per allontanare il dubbio denuncia la scomparsa, e invece Rizzi non ha mai denunciato né la scomparsa delle chiavi, né del denaro, senza aver mai dato una spiegazione alternativa possibile”.

Oggi Mirko Rizzi, che nel maggio del 2011 aveva confidato di aver smarrito la chiave della cassaforte e di averla poi ritrovata solo nell’ottobre successivo, ha rilasciato dichiarazioni spontanee.
“Non mi sono mai impossessato dei soldi”, ha detto l’imputato, che a processo ha rinunciato a sottoporsi all’esame. “Mi sento a disagio, mai avrei pensato di arrivare a questo punto. Non riconosco questo reato che mi è stato imputato, magari non sono stato all’altezza di gestire la situazione, ma ci ho provato”. Rizzi, entrato in Croce Rossa nel 2006, ancora oggi è un volontario. “Ho riconosciuto nella Croce Rossa una grossa famiglia”, ha aggiunto, “alla quale ho dato molta dedizione. L’ambiente mi è entrato nel sangue, ho fatto tante ore di servizio e di volontariato”.

A sporgere denuncia, all’inizio contro ignoti, era stato il commissario provinciale Eleonora Ducoli Parisi, ora presidente del comitato provinciale. “Ogni anno il comitato centrale”, aveva spiegato in aula la teste, fa un report sulle attività e sulla raccolta fondi”. Era stata proprio la Ducoli Parisi, in quell’occasione, ad accorgersi dell’ammanco.

Per la difesa, rappresentata dagli avvocati Marco Bencivenga e Cristina Pugnoli, “non si può parlare di ammanchi, ma semmai di irregolarità”. “La stessa Ducoli Parisi”, ha ricordato l’avvocato Bencivenga, “ha riferito che non corrispondevano alcuni dati, e Francesca Gobbi, revisore dei conti, ha parlato di irregolarità”. “L’associazione”, ha continuato il legale della difesa, “presenta una contabilità complessa, tanto che delle attività contabili e amministrative si occupava Barbara Bottazzi, assunta e regolarmente retribuita, mentre Rizzi non aveva competenze contabili”. “Nessuno si è intascato dei soldi”, ha detto l’avvocato Bencivenga, “e anche il presunto smarrimento delle chiavi non può avere valore indiziario, visto che l’ammanco riguardava la cena benefica che era stata organizzata successivamente alla sparizione delle chiavi”. Il legale ha anche sottolineato che “tanti altri soggetti potevano essere entrati in contatto con le chiavi della cassaforte” e ha ricordato che a processo “Croce Rossa non ha avanzato pretese risarcitorie, non essendosi costituita parte civile”.

Dopo la chiusura delle parti, il collegio ha rinviato l’udienza al 9 giugno per le repliche e la sentenza.

In mattinata, prima delle conclusioni, sono stati sentiti gli ultimi tre testimoni. Il primo, Alessandro Germanà Ballarino, autista soccorritore, dipendente della Croce Rossa dal 2001 al 2011, ha detto di non sapere come funzionasse la parte amministrativa, ma di aver visto Rizzi più di una volta aprire la cassaforte in sua presenza. “Sapevo che si mettevano dei liquidi”, ha ricordato. “Io le chiavi della cassaforte le ho viste in mano a Rizzi”.

L’altro teste, Massimiliano Caruso, tutt’ora in Croce Rossa, ha riferito: “capitava che andassi in ufficio da Mirko e che aprisse la cassaforte quando doveva darci i buoni pasto, ma è anche capitato che i buoni pasto ce li consegnasse Barbara Bottazzi, dipendente amministrativa. Se non c’era nessuno dei due, gli importi venivano messi in una busta chiusa e sigillata che poi si consegnava o a Mirko o a Barbara”.

L’ultimo teste, Matteo Ferretti, autista soccorritore dal 2005 al 2011, ha invece riferito di non aver mai visto aprire la cassaforte. “I buoni pasto me li trovano sul tavolo”. “Sì”, ha ricordato Ferretti, “ho saputo della chiavi. Era stato Mirko a dirci che non si trovavano più”.

Oggi in udienza avrebbe dovuto testimoniare anche il titolare della trattoria “Al Cavallino bianco” di Polesine Parmense, chiamato a confermare l’attività svolta in favore di Croce Rossa e per cui era stata emessa una fattura di 10.780 euro per il catering. Il testimone, però, non si è presentato, e il collegio ha deciso di rinunciare, dichiarando chiuso il procedimento.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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