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Ponchielli, la stagione
d'opera si chiude con
'Un ballo in maschera'

La Stagione d’opera del Teatro Ponchielli si chiude con ‘Un ballo in maschera’ di Giuseppe Verdi, che andrà in scena venerdi 4 dicembre alle 20.30 (treplica domenica 6 ore 15.30). La regia è affidata a Nicola Berloffa mentre la direzione d’orchestra è di Pietro Mianiti. Partecipano il Coro Operalombardia diretto dal maestro Antonio Greco, il Coro delle voci bianche del civico istituto musicale “F. Vittadini” di Pavia diretto da Giuseppe Guglielminotti Valetta, la banda del teatro Fraschini di Pavia diretta da Jacopo Brusa e l’Orchestra ‘I pomeriggi musicali di Milano’.

L’OPERA – Nell’ambito della storia culturale della Svezia, la figura di re Gustavo III è particolarmente significativa: grazie al sostegno e al mecenatismo di questo raffinato sovrano illuminato, non solo fu possibile dare vita ad un teatro nazionale svedese, ma venne anche fondata l’Accademia di Svezia, quella che ancora oggi assegna il premio Nobel per la letteratura. Lo sviluppo del cosiddetto “teatro gustaviano” subì, tuttavia, una brusca interruzione con l’assassinio del monarca nel 1792, ad opera di una congiura ordita da nobili svedesi durante un ballo in maschera.

Questa vicenda storica ispirò Eugène Scribe che scrisse un libretto d’opera sull’argomento (Gustave III, ou Le bal masqué), musicato da Daniel Auber e rappresentato all’Opéra di Parigi nel 1833. Dal medesimo soggetto fu tratto anche il libretto della prima versione de Un ballo in maschera (1859) di Giuseppe Verdi, poi costretto dalla censura borbonica e da quella papale a modificare nomi ed ambientazione storico-geografica dell’opera. All’epoca, infatti, era ritenuto assai oltraggioso mettere in scena un regicidio e Verdi fu così costretto a trasformare Gustavo III di Svezia in Riccardo Governatore di Boston: il dramma storico originale venne così a perdersi, risultandone tuttavia esaltato, anche grazie ad una travolgente inventiva melodica, l’approfondimento sulle vicende e sulle passioni dei vari personaggi, in quello che Gabriele D’Annunzio definì “il più melodrammatico dei melodrammi”.

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