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Monete antiche: non truffa,
ma appropriazione indebita
Condannata commercialista

Vendita di monete antiche: con l'accusa di appropriazione indebita aggravata, la corte d'appello ha condannato la commercialista cremonese Pierangela Stifanelli e l’orafo Ivan Bodini a nove mesi ciascuno e ad una provvisionale di 50.000 euro di risarcimento.

Non è truffa aggravata, ma appropriazione indebita aggravata. Così la corte d’appello di Brescia ha riqualificato il reato e condannato ad una pena di nove mesi ciascuno i due imputati: la commercialista cremonese Pierangela Stifanelli e l’orafo Ivan Bodini, che dovranno anche risarcire le due parti civili con una provvisionale di 50.000 euro di danni. Per i due imputati, il procuratore generale aveva chiesto la condanna a nove mesi di reclusione per l’originaria accusa di truffa, per la quale sia la commercialista che l’orafo erano stati assolti in primo grado dal tribunale di Cremona nel dicembre del 2014.

La motivazione della sentenza sarà depositata entro 45 giorni. Nel procedimento, la Stifanelli era assistita dall’avvocato Vito Castelli, mentre Bodini dagli avvocati Anna Maria Petralito e Paola Gerola. Le difese hanno fatto sapere che una volta letti i motivi valuteranno il ricorso in Cassazione.

Parti civili erano due fratelli di Busseto che nel 2009 si erano rivolti alla commercialista, all’epoca con studio in via Giordano, per una vendita di monete antiche.

Secondo la procura, quelle monete valevano 120.000 euro, denaro che però le due vittime non hanno mai visto, se non 9.500 euro consegnati in contanti in una busta in un bar di Cremona. L’accusa, per i due imputati, era quella di aver “vantato conoscenze tecniche nella valutazione delle monete e di aver proceduto alla loro rivendita”, raggirando i due fratelli, “facendosi consegnare la collezione, non restituendo loro né le monete, né il relativo prezzo, procurandosi un ingiusto profitto”.

Nel 2009 la Stifanelli era la commercialista di Paolo, proprietario, con la sorella Piera, delle antiche sterline. Alla professionista, i due avevano chiesto aiuto per vendere la loro collezione. A quel punto la commercialista aveva contattato un suo amico, Davide, promotore finanziario, che a sua volta aveva telefonato all’orafo Ivan Bodini, di Piadena. Il 9 luglio c’era stato un incontro a casa dei due fratelli che avevano consegnato le monete a Bodini per una valutazione.

“Alla vendita”, aveva riferito Piera durante il processo di primo grado, “questi signori ci hanno detto che si sarebbero tenuti il 5% del guadagno”. Successivamente era stato fissato un incontro in un bar di Cremona, e in quell’occasione la commercialista aveva consegnato al proprietario delle monete una busta con 9.500 euro in contanti. Secondo Paolo, si trattava di denaro consegnato “per la prima tranche della vendita delle monete. L’accordo era quello di venderle in più lotti o di trovare un acquirente e venderle tutte in un’unica soluzione”. I due fratelli, però, non erano più riusciti a mettersi in contatto con l’imputata.

Al processo aveva testimoniato anche un promotore finanziario di Martignana Po. Era stato lui a fare il nome dell’orefice alla Stifanelli. “Ho poi saputo che le monete erano state vendute a 70.000 euro. 10.000 euro a testa li abbiamo tenuti per noi, mentre la Stifanelli avrebbe dovuto consegnare i restanti 40.000 ai due fratelli”.

Nel 2009 l’attività della commercialista aveva avuto vari problemi economici. Lo aveva raccontato in aula l’ex impiega dello studio alla quale un giorno la Stifanelli aveva consegnato più di 5.000 euro per pagare le bollette dell’ufficio e di casa, soldi che secondo l’ex impiegata non risultavano dai conti dello studio. La donna aveva detto di aver capito subito che quel denaro apparteneva ai due fratelli.

Sara Pizzorni

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