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Truffa delle monete antiche, la commercialista si difende

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Si è difesa in aula davanti al giudice Christian Colombo, la commercialista cremonese Pierangela Stifanelli, assistita dall’avvocato Vito Castelli, finita a processo perché avrebbe  raggirato Paolo e Piera, due fratelli di Busseto che si erano rivolti a lei per una vendita di monete antiche. Sotto accusa c’è anche Ivan Bodini, orefice, difeso dagli avvocati Annamaria Petralito e Paola Gerola. Sia la Stifanelli che Bodini avrebbero vantato conoscenze tecniche nella valutazione delle monete e avrebbero proceduto alla loro rivendita”, raggirando i due fratelli, “facendosi consegnare la collezione, non restituendo loro né le monete, né il relativo prezzo”. Secondo la procura, quelle monete valevano 120.000 euro, denaro che però le due vittime non hanno mai visto, se non 9.500 euro consegnati in contanti in una busta in un bar di Cremona. I fatti contestati risalgono al 2009, quando l’imputata aveva lo studio in via Giordano.

All’epoca la Stifanelli era la commercialista di Paolo, proprietario, con la sorella, delle antiche sterline (a processo i due fratelli si sono costituiti parte civile). “Paolo mi ha chiesto di inventariare le monete”, ha spiegato l’imputata, “e di trovargli qualcuno che potesse procacciargli un finanziamento, visto che voleva comprarsi una macchina”. La commercialista si era quindi rivolta a Davide, promotore finanziario: “era un ex direttore di banca”, ha raccontato la Stifanelli, “gli ho chiesto se poteva intervenire per un finanziamento”. A sua volta Davide aveva contattato Ivan Bodini, che a Piadena aveva un’oreficeria. “I due fratelli, comunque”, ha specificato l’imputata, “avevano già avuto modo in passato di vendere delle monete e altri articoli, non avevano la necessità che fossi io a presentare qualcuno a loro. La cosa, infatti, mi è sembrata strana”.

Il 9 luglio la Stifanelli, Davide e Ivan Bodini si erano incontrati in casa dei due fratelli. “Tenevo le monete in una scatola di scarpe”, aveva detto Piera nel corso dell’ultima udienza, aggiungendo che Bodini le era stato presentato come un esperto in numismatica. “E’ stato lui a dirci che doveva prendere le monete per una valutazione, e io gliele ho date in buona fede”.
“In quell’occasione nessuno è stato presentato come esperto di numismatica”, ha invece sostenuto oggi la commercialista, che ha detto di aver conosciuto l’orefice solo quel giorno a casa di Piera. La Stifanelli, diversamente da quanto raccontato da Piera, ha anche aggiunto che “nessuno aveva detto ai due fratelli che le monete sarebbero state vendute in tempi brevi”. L’imputata ha fornito la sua versione dei fatti di quanto accaduto durante quell’incontro: “in una scatola di scarpe c’erano alcune bustine trasparenti con dentro le monete che erano già state inventariate. Ho domandato di poter redigere l’inventario e ho chiesto a Davide e a Bodini di sottoscriverlo. Poi Bodini è uscito con la scatola e con l’inventario. All’incontro aveva controllato le quotazioni del peso sul cellulare, ma in quel momento non era riuscito a periziare quale poteva essere il valore, e quindi aveva bisogno di portare con sé le monete”.

Nel corso della sua precedente testimonianza, Piera aveva raccontato che alla vendita delle monete, “questi signori sarebbero tenuti il 5% del guadagno. Dopo 15 giorni ho provato a contattare la Stifanelli, ma non mi rispondeva. Era luglio, periodo di ferie, e quindi non ho insistito, anche se era lei il nostro unico punto di riferimento. Poi l’ha contattata mio fratello e si sono messi d’accordo di vedersi in un bar di Cremona. In quell’occasione la commercialista gli ha dato una busta con 9.500 euro in contanti. Abbiamo dedotto si fosse già trattenuta il 5%. Poi ha cominciato a non risponderci più”. Quei 9.500 euro, la Stifanelli ha detto di averli avuti da Bodini che le aveva chiesto di consegnarli ai due fratelli. “Ero a Piadena, e mi è stata chiesta la cortesia di consegnare il denaro a Paolo”, ha raccontato la commercialista, che ha dedotto si trattasse di una prima tranche.

Nella sua precedente testimonianza sull’incontro del 9 luglio, Paolo aveva riferito che l’accordo era quello di “vendere le monete in più lotti o di trovare un acquirente e venderle tutte in un’unica soluzione”.

Nell’udienza del 30 giugno scorso aveva testimoniato anche Davide, promotore finanziario di Martignana Po, che aveva detto di aver saputo che “le monete erano state vendute a 70.000 euro. 10.000 euro a testa li abbiamo tenuti per noi, mentre la Stifanelli avrebbe dovuto consegnare i restanti 40.000 ai due fratelli”.

“Tra il giugno e il luglio del 2009”, ha chiesto il pm alla Stifanelli, “chi faceva versamenti e prelevamenti in banca per conto dello studio?”. “Li faceva la mia impiegata, ma li facevo anche io”, ha risposto la commercialista, alla quale la parte civile ha poi chiesto se tra il 2009 e il 2010 lo studio avesse avuto problemi economici. “Poi si sono sistemati”, ha sostenuto l’imputata. “Ho chiesto una rateizzazione ad Equitalia”.

In aula è stato sentito anche un appuntato dei carabinieri di Piadena chiamato a testimoniare sulla figura di Ivan Bodini. “A Piadena aveva faceva il gioiellere”, ha raccontato il carabiniere. “Spesso ci è capitato di chiedergli consulenze quando c’erano gioielli da valutare. Denunce contro di lui non mi risultano. Ora ha cambiato attività, ho sentito dire che fa l’operaio a Cremona”.

La prossima udienza, fissata al 13 aprile, quando lo stesso Bodini rilascerà dichiarazioni spontanee. Non si esclude che verrà emessa anche la sentenza.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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