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Diventano fruibili al pubblico i documenti d'archivio dei nobili Jacini

Cinquecento faldoni che raccontano la storia di una famiglia, quella dei conti Jacini di Casalbuttano e consentono inoltre di penetrare nei meandri delle vicende politiche dei primi decenni dell’Unità d’Italia. L’archivio della nobile famiglia cremonese è da oggi in custodia presso l’Archivio di stato, su iniziativa del conte Stefano Jacini, discendente dell’omonimo ministro dei Lavori Pubblici del Regno d’Italia tra il 1864 e il 1866, il cui nome è in particolare legato alla prima inchiesta sulla situazione della proprietà fondiaria e le condizioni del lavoro agricolo in Lombardia.

Oggi è iniziato il trasferimento dei faldoni da Casalbuttano, dove si trovavano in una sala del palazzo di famiglia, nei depositi dell’archivio di via Antica Porta Tintoria. Per l’occasione sono stati spostati documenti di un’altra storica famiglia cremonese, quella dei Sommi Picenardi. E’ stato lo stesso conte Stefano Jacini, tramite la direttrice del Museo del Violino Virginia Villa, a mettersi in contatto con l’archivio cremonese e consentire così una fruizione pubblica di fonti rimaste finora in gran parte inesplorate e ricche si spunti interessanti per gli storici.

Perfettamente riordinata e dotata di inventari, la nuova acquisizione consta di mappe, disegni e progetti relativi al palazzo e alla filanda, i più antichi risalenti alla fine del Settecento e al capostipite Giovanni Battista (1791-1863). A lui si devono la prima fase di impulso della filanda e la costruzione della proprietà terriera, non solo dal punto di vista della quantità di pertiche possedute ma soprattutto per una visione nuova (rispetto alla gestione delle proprietà delle famiglie nobili o delle opere pie) della produzione agricola, della gestione dei terreni.

Ma soprattutto, come spiega Angela Bellardi, “la parte sicuramente più importante e significativa della documentazione è quella che riguarda Stefano (1826-1891). La fanciullezza vissuta a Casalbuttano, quindi gli studi con i fratelli nel prestigioso collegio di Hofwyl presso Berna; studi universitari a Pavia e Vienna, lunghi viaggi in Europa e in Oriente per raffinare le conoscenze.  Ciò che dà un valore aggiunto all’archivio è soprattutto la documentazione politica di Stefano: interventi, discorsi e le relazioni parlamentari. Quindi la fitta corrispondenza con i maggiori esponenti della politica italiana e intellettuale del tempo: Cristina Belgiojoso Trivulzio, Carlo Cattaneo, Cesare Correnti, Cavour, Ricasoli”.

Fin dalle carte giovanili (lettere scambiate con il padre ma anche con amici) si delinea la figura dello studioso di agricoltura e di statista.
Nel 1851 ad esempio presenta alla Società di incoraggiamento di scienze, lettere e arti di Milano una relazione che costituisce il primo nucleo di quella che sarà la più importante pubblicazione La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia.

“L’archivio Jacini – spiega ancora Bellardi soffermandosi sulle differenze con altra documentazione di famiglie nobili cremonesi –  si discosta dai precedenti essenzialmente per due motivi: non ha documentazione che affonda nei secoli antichi ma trae le proprie origini da metà Settecento, e soprattutto documenta l’ascesa di quella che sarà una grande famiglia imprenditoriale (sia industriale che terriera) con personaggi di caratura nazionale (come lo fu Stefano Jacini nell’Ottocento)”. Giovanni Battista ebbe tre figli: Pietro, Paolo (ingegnere) e Stefano (il futuro studioso e ministro). Un padre che è attento non solo alla gestione economica della filanda e delle aziende ma anche e soprattutto dell’educazione dei figli che vennero inviati a studiare nei migliori collegi milanesi e stranieri.
Curioso è il fatto che negli stessi anni a Casalbuttano si sta affermando anche la famiglia Turina, spesso in contrapposizione con gli Jacini in ricchezza.

L’archivio già nel 1965 venne dichiarato di notevole interesse storico e pertanto con l’obbligo dei proprietari di mantenerlo in buone condizioni, permetterne la consultazione.

“E’ la documentazione relativa alle aziende agricole – spiega ancora Bellardi – in particolare quella relativa al fondo di San Gervasio, che ci conferma l’apertura della gestione, quell’apertura alle innovazioni tecnologiche ma soprattutto di studiate rotazioni agrarie, strutture all’avanguardia per la stabulazione fissa dei bovini, che permetterà all’agricoltura cremonese di fare passi da giganti e a far nascere la classe imprenditrice agricola nettamente discostata dalla nobiltà ormai in decadenza. Da non dimenticare la gestione della filanda, una delle più importanti d’Italia, ma dalle carte compare anche una gestione rigorosa della mano d’opera: una politica padronale ferma, dura. Documentazione quindi che si presta a molteplici ricerche di storia politica, dell’agricoltura, dell’industria ma anche dei rapporti familiari di una delle prime grandi dinastie imprenditoriali italiane”.

In preparazione per giugno, una mostra con l’esposizione di alcuni dei documenti più curiosi e storicamente interessanti dell’archivio.

gb

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