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Referendum, i dilemmi Pd Anche i non renziani dicono sì e per Bodini no incerto

foto Sessa

Referendum costituzionale al centro della riflessione dell’assemblea provinciale del Pd ieri sera (fino a mezzanotte) in sala Zanoni, ma soprattutto tanti dubbi sul futuro del partito e una serie di riflessioni autocritiche su quello che è avvenuto dal 2013 ad oggi. Il dibattito, primo di una serie di iniziative sulle riforme da qui al 4 dicembre, è stato aperto dal presidente d’assemblea Franco Verdi, che ha chiarito da subito come non fosse in discussione il sì o il no alla legge, avendo il partito già deliberato la posizione ufficiale per il Sì. Piuttosto, l’intenzione era quella di “porre in essere tutte le modalità attuative più efficaci perché l’argomentazione riformatrice venga riconosciuta, conosciuta e sostenuta nel territorio e nelle comunità locali”. Inevitabile però che più che un’assemblea operativa, si sia trattato di un confronto – scontro sui temi, entrando a volte nel merito della riforma costituzionale e dell’Italicum, più spesso riflettendo con preoccupazione sul futuro del Pd.

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PAOLO BODINI: ‘IL MIO NON E’ ANCORA UN NO’  – Alla relazione iniziale del segretario provinciale Matteo Piloni, che ha ricordato come il territorio cremonese tre anni fa abbia votato per il 47% per Cuperlo alle primarie, fornendo il quadro di un territorio ‘complicato’, ha fatto eco l’ex sindaco e parlamentare Paolo Bodini, prima voce contraria alla riforma. Un intervento lungo, dettagliato, entrato nel merito dei singoli aspetti che la riforma andrà ad intaccare, prefigurando tutta una serie di rischi di cui non sarebbero forniti correttivi: dalla scelta di chi, tra consiglieri regionali e sindaci dovrà andare a sedere in Senato, alle attribuzioni di quest’ultimo, considerate non abbastanza chiare e in potenziale conflitto con quelle della Camera; dal nuovo articolo 70, “lunghissimo, impossibile da capire, pieno di rimandi ad altri articoli”, alla questione delle materie concorrenti tra Stato e Regioni che non verrebbe semplificata come invece sostengono i fautori del sì. Bodini non si esprime nettamente per il ‘no’, ma rimanda la decisione finale agli esiti del dialogo sulla legge elettorale, in particolare sulla questione dei capilista plurimi, ossia schierati in collegi diversi, tra i quali potranno scegliere, e sui correttivi che garantiscano una maggiore rappresentatività. Su tutto una questione di fondo: “C’è una vulgata che vuole il nostro sistema bicamerale inefficiente. Non è vero, si confronti il numero delle leggi approvate in Italia con quelle degli altri Paesi. Non vedo ragioni di una riforma tanto importante, in presenza di un parlamento anomalo come quello attuale. Vedo una fretta, una forzatura non necessaria, meglio attendere di avere una maggioranza parlamentare in grado di approvarla senza ricorrere al referendum. E poi si crea un precedente pericoloso: ogni governo potrebbe un domani sentirsi legittimato a cambiare la Costituzione”.

PIZZETTI: “RIFORMA FORSE NON URGENTE, MA NECESSARIA” –  – A queste obiezioni ha ribattuto punto per punto, sul finale, il sottosegretario Luciano Pizzetti: “Questa non è una legge del Governo, ma del Parlamento. Adesso c’è chi fa i comitati per il no, come Schifani, ma in Parlamento questa riforma l’ha votata tre volte”. Pizzetti non nega i problemi di una riforma che inevitabilmente non accontenta tutti, ma la inquadra in un contesto italiano ed europeo talmente frammentato che rende arduo cercare più ampie condivisioni. Fa un excursus dei mali del centrosinistra, dal fallimento dell’Unione (“Paolo, tu eri in Parlamento quando Violante istituì la commissione per le riforme costituzionali, sai che non se ne fece nulla perchè si andò ad elezioni anticipate”), al ‘tradimento’ dei parlamentari di Sel in occasione dell’elezione del presidente della repubblica. “Tutte le lacerazioni del Pd vengono da lì”. Pizzetti confuta le accuse di riforma confusionaria (“l’art. 70 per forza non può essere di poche righe”), sottolinea l’urgenza che il Pd entri in sintonia con l’umore prevalente del Paese, che chiede snellimento (“per ricomporre lo scollamento tra istituzioni e popolo anche in termini di funzionamento delle istituzioni”); “una riforma che non sarà urgente, ma che è necessaria, e per questo diventa urgente”. E i rischi per la democrazia non ci sono, “semmai la democrazia è frutto di un buon funzionamento delle istituzioni”. Difende il premio di maggioranza previsto nell’Italicum, perchè a fronte del rischio dell’instabilità, “io accetto di sacrificare un po’ la rappresentatività”. E suggerisce, tra i possibili correttivi, il ballottaggio non più a due, ma aperto alle liste che abbiano superato una certa percentuale. “Legge senza premio di maggioranza significa condannare il Paese ad alleanze che non corrispondono al volere degli elettori e rende impossibile alternanza”.

INTERVENTI: IL SI’ PREVALE 6-3 – Nel mezzo dei due interventi si sono confrontate le riflessioni di Maura Ruggeri, Mario Daina, Giuseppe Tadioli, Andrea Virgilio  e sul finale Cesare Mainardi, tutti per il sì. Hanno ribadito un no convinto Marco Pezzoni e Gigi Rotelli. Ruggeri: “Non sono renziana, ma non ho apprezzato che questo tema sia diventato oggetto di uno scontro politico che va al di là del merito della riforma. Non è vero che la riforma porta con sè il rischio di autoritarismi perchè le garanzie non vengono toccate. Se passa il no non si avrebbe una catastrofe, ma sarebbe una nostra sconfitta. Occorre accettare il rischio del cambiamento, riflettete sul contesto europeo e sulla domanda che viene dalla situazione economica sociale: non blocchiamo i percorsi di riforma”. Daina: “Renzi è il nostro segretario pur con tutti i limiti e ritengo giusto attenersi alle direttive del partito. Siamo a un passaggio cruciale del Paese e del partito, quel voto traccerà  linea molto netta sul futuro del Pd. Un governo forte? Non mi spaventa, ben venga. Il problema semmai è la rappresentanza e per questo sulla legge elettorale ho forti dubbi. Ma non è questa l’oggetto di referendum”.  Tadioli: “Oggi l’elettore medio è frastornato. Abbiamo liquidato il 2013 un po’ troppo facilmente, il Paese è nettamente diviso in tre ed è il risultato di 50 anni in cui non siamo riusciti a costruire l’alternanza (…) C’è un tempo per ogni cosa, ho ancora in mente quando si parlava di testo di riforma delle autonomie locali e si volevano fare, vent’anni fa, le città metropolitane. Ebbene, sono arrivate soltanto adesso che siamo fuori tempo massimo. Certo, c’è una tendenza generale all’accentramento, e c’è in tutta Europa.  Il Senato attuale non è mai stato quello immaginato dai padri costituenti, è quello plasmato dalla Dc negli anni immediatamente successivi. Il no apre lo scenario di regalare a Grillo la partita”.

Marco Pezzoni, il principale organizzatore del comitato per il No, si dice praticamente certo che la corrazzata mediatica organizzata per il si alla fine abbia la meglio, rimarca lo scollamento tra chi esercita il potere e i corpi sociali. Deficit di democrazia nei territori: questo, secondo l’ex parlamentare, è il vero pericolo che corriamo e che consegnerà la vittoria a Grillo. Pezzoni cita esempi di alternanza che funzionano in Europa, i modelli “pluralistico continentali’ che tengono insieme diversi corpi sociali e sanno creare alleanze anche tra opposti. Se vince il sì, “subito dopo Alfano e Verdini saranno legittimati ad andare avanti. Importante è la governabilità, ma altrettanto lo è la rappresentatività. E avendo frequentato i palazzi romani, dico che il vero punto di conservazione in Italia non è la Costituzione ma sono i ministeri e la tecnocrazia”. Annunciata una prossima manifestazione a Milano per il rinnovamento del partito.

L’assessore Andrea Virgilio nota la “grande frammentazione sul tema” e si dice colpito”da posizioni attuali di chi in passato ha sostenuto la necessità di rinnovamento promuovendo ad esempio le liberalizzazioni. E’ fastidioso che adesso si schierino su posizioni conservatrici”. Elenca poi i mali di un assetto istituzionale storicamente succube dei partiti. E’ ora di affrontare, insomma, la sfida del cambiamento.

Intanto si avvicina la data del confronto pubblico tra comitati per il SI e per il NO, previsto a Cremona per il 24 ottobre.

g.b.

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