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Caso Sapienza, parte civile:
'Doppia responsabilità
dell'anestesista'

In aula il medico legale e il consulente di parte civile: "Lesione provocata dall’introduzione del tubo nella trachea" e "allontanamento dalla sala operatoria da parte dell'imputato". Per l'accusa, doppia responsabilità dell'anestesista di Manerbio.
Nella foto, a sinistra il professor Guido Fanelli in aula mentre mostra un tubo identico a quello usato durante l'operazione; a destra Riccardo Sapienza

Una lesione alla trachea dovuta ad una manovra errata di intubazione sarebbe, per i consulenti di accusa e parte civile, la causa che provocò l’arresto cardiaco e quindi la morte di Riccardo Sapienza, il 20enne cremonese morto il 23 luglio del 2013 in ospedale a Cremona poco prima di essere sottoposto ad un intervento di pneumotorace spontaneo. Una lesione che avrebbe causato un “abnorme” passaggio di aria nel mediastino, e cioè lo spazio all’interno della gabbia toracica, provocando una compressione del cuore fino all’arresto cardiaco.

E’ “l’ipotesi più logica”, secondo la professoressa Silvia Perotti, consulente del pm e medico legale che effettuò l’autopsia sul corpo di Riccardo. L’esperta, affiancata dal professor Giulio Frova, anestesista ed esperto in Chirurgia toracica, è stata sentita oggi davanti al giudice Christian Colombo nel processo a carico dell’anestesista dell’ospedale di Manerbio Valerio Schinetti, 55 anni, accusato di omicidio colposo. All’epoca il medico era in servizio a Cremona in forza di una convenzione tra i due ospedali.

Fu la professoressa Perotti, in sala autopsia, a tagliare il tubo ancora infilato nel corpo di Riccardo, fu lei ad aprire la trachea e a trovare, oltre ad una “zona di ampia infiltrazione emorragica”, quella lesione a livello della carena, e cioè il punto in cui si biforca la trachea. “Una lesione”, ha specificato la consulente, “che interessava, seppur di poco, anche il bronco principale destro”. “Si trattava di un foro molto piccolo e con bordi lievemente sfrangiati”, ha spiegato l’esperta, che aveva iniziato l’autopsia notando “un crepitio anomalo” durante la palpazione di collo, torace e sacco pericardio, uno degli strati che riveste il cuore. Un crepitio “dovuto alla presenza di aria”.

Dopo l’arresto cardiaco, Riccardo fu rianimato inutilmente per tre lunghe e concitate ore. “Le tecniche di rianimazione potrebbero aver provocato quella lesione?”, è stata la domanda del pm onorario Silvia Manfredi. “Non ho mai trovato una lesione così a carico della trachea”, ha risposto la professoressa, “a differenza di lesioni allo sterno o alle costole”.

Del fatto che la lesione possa essere stata provocata dall’introduzione del tubo nella trachea è convinto anche il professor Guido Fanelli, ordinario di Anestesiologia e Rianimazione della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università di Parma e consulente della parte civile. Il professore, secondo cui il tubo sarebbe comunque stato troppo piccolo rispetto alla stazza di Riccardo, alto un metro e novanta, ha parlato di una “microscopica” lesione carenale che avrebbe fatto passare l’aria senza più farla riuscire. L’anestesista, però, secondo il consulente di parte civile, se ne sarebbe dovuto accorgere. E soprattutto, sempre per l’esperto, avrebbe dovuto essere presente. La procura contesta all’imputato il fatto di essere uscito dalla sala operatoria dopo aver intubato il paziente. Schinetti si sarebbe allontanato per andare a prendere il diario anestesiologico, appena fuori la sala operatoria, nella cosiddetta Pacu, l’area dove si svegliano i pazienti dopo l’intervento. “7 passi dalla sala operatoria”, aveva calcolato l’anestesista.

In aula, il professor Fanelli ha fatto l’esempio del pilota d’aereo: “Il pilota ha due grandi criticità: il decollo e l’atterraggio, ma in mezzo c’è una lunga fase di crociera. Se il pilota ha il motore rotto e non è in cabina di pilotaggio, è un problema”. “Se io trovassi un anestesista fuori dalla sala operatoria”, ha detto ancora Fanelli, “gli farei un procedimento disciplinare”. Parole, le sue, che in aula hanno fatto partire un applauso da parte dei familiari di Riccardo, parti civili nel processo attraverso gli avvocati Gabriele Fornasari e Jolanda Tasca.

Ma il professor Fanelli, durante il suo esame, è andato oltre, sostenendo che “un intervento chirurgico avrebbe anche potuto tirar su il muso dell’aereo”, così come pure “il drenaggio transgiugulare, applicato tre ore dopo l’arresto cardiaco, si sarebbe potuto mettere subito dopo i primi due drenaggi toracici”.

Secondo la difesa dell’imputato, invece, la morte di Riccardo potrebbe essere stata causata da una bolla polmonare dovuta ad una malformazione congenita. I consulenti della difesa, rappresentata dall’avvocato Stefano Forzani, saranno sentiti nella prossima udienza fissata al 19 dicembre.

Sara Pizzorni

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