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Diffamazione Protti in aula,
i testimoni: 'Non ha
mai ucciso nessuno'

Da sinistra: la moglie di Protti, Masako Tanaka, il figlio Takayuki Aldo Protti, l'avvocato Alberto Bazzano e la scrittrice Lidia Soriani

Difendere la dignità di un uomo che a Cremona ha dato tanto ma il cui nome è stato spesso dileggiato e insultato, soprattutto quando qualcuno ha proposto, ad anni di distanza, di intitolargli una via della città: questo lo scopo della famiglia di Aldo Protti – rappresentata dall’avvocato Alberto Bazzano dello studio Papotti-Mastro di Torino -, che questa mattina è tornata in tribunale a Cremona come parte civile in un processo di diffamazione, dopo le dichiarazioni apparse su un blog nel maggio 2012,  dove il baritono veniva definito con i poco lusinghieri termini di “canaglia di guerra”, “vigliacco”, “delinquente”, “combattente fascista”, e con allusioni a dei presunti “suoi rastrellamenti”, con riferimento alle vicende del Colle del Lys, dove persero la vita diversi partigiani cremonesi.

Era assente, purtroppo, Luciano Merluzzi, in servizio all’epoca nello stesso distaccamento della Gnr in cui militava Aldo Protti ad Avigliana, in quanto deceduto nel frattempo. Si è invece seduta questa mattina al banco dei testimoni la scrittrice Lidia Cucchi Soriani, autrice della biografia del celebre baritono. “Mentre lo intervistavo per scrivere il libro, abbiamo parlato diverse volte delle vicende legate ai rastrellamenti al Colle del Lys” ha raccontato la teste. “Un giorno glielo chiesi senza peli sulla lingua, e lui mi rispose, in dialetto cremonese, che non aveva mai ammazzato nessuno”.

Non è tutto: “Della cosa parlai anche con Luciano Panena (commendatore ordine al merito della Repubblica italiana), nel’agosto 1995, durante un’intervista. Anch’esso mi disse che nel giorno degli eventi del Colle del Lys, Protti era a Firenze, e che la sua versione fu verificata anche dai carabinieri alla fine della guerra. Tanto che fu poi scagionato dalle accuse. E Panena era diretto interessato alla vicenda, in quanto uno dei partigiani morti ammazzati era un suo parente”.

La scrittrice ha tracciato un profilo lusinghiero del baritono cremonese, “un artista che fu acclamato in tutto il mondo e snobbato nella sua città”. Questo, nonostante le molte cose che aveva fatto. “Ricordo che lasciava Vienna in auto per venire a Cremona a fare concerti per beneficienza. Aiutò molto anche il Ponchielli, portando artisti di calibro internazionale, senza mai chiedere nulla in cambio”.

Di Merluzzi è stata invece prodotta la dichiarazione da lui rilasciata qualche tempo prima del decesso, in cui ricordava che Protti “si lamentava sempre delle brigate nere, che attraverso il potere di Farinacci facevano molto disonore a Cremona”. Al commilitone, Protti aveva raccontato anche un annedoto piuttosto riservato su Farinacci: “che non era un mutilato vero: gli era scoppiata una bomba a mano in Africa durante una battuta di pesca con esplosivo”.

Di Protti, ricorda che “era molto benvoluto dalla popolazione di Avigliana (dove si trovava la brigata), e spesso cantava nei bar”. Ma soprattutto, egli “non era amico dei tedeschi”, con i quali vi erano contatti continui. “spesso dovevamo difendere i nostri soldati dalle scazzottate con i tedeschi. Protti era uno di questi: non era facile dimenticare nove mesi di prigionia, dall’8 settembre ’43 al marzo 44”.

Merluzzi ha poi specificato il ruolo della Gnr, che “non era incaricata di fare alcun rastrellamento”. Anzi, era capitato addirittura che aiutassero la popolazione oppressa: “Una volta, essendo saltati dei binari a Sant’Antonio, sulla linea Torino-Susa, i tedeschi chiesedo l’ausilio di un nostro reparto, che era comandato proprio dal sergente Protti” si legge nella deposizione. “Durante i controlli incontrammo un gruppo di donne in bicicletta con portabagagli pieno di polli, galline, uova e tocchi di maiale. Erano terrorizzate e una si sentì male. Fummo io e Protti a calmarle e consolarle. E lui disse che cercavamo bombe, non alimenti. Questo fatto non fece piacere al sergente della Polizei tedesca, ma Protti gli rispose che noi eravamo militari, non poliziotti, e che le borsa nera era riservata alle Brigate nere”. Per questa vicenda venne fatto rapporto al capitano di presidio, Antonio Messina, il quale però, ha riportato Abruzzi, “non prese provvedimenti e approvò l’operato di Protti”.

Un altro episodio citato dal testimone, risale al 24 aprile 1945, quando “il capitano Messina, Protti e altri otto camerati minacciarono con le armi il direttore dello stabilimento tedesco, perché aveva chiamato da Ulzo un reparto di artificieri tedeschi per minare lo stabilimento. In quell’occasione, gli operai e impiegati italiani, terrorizzati, avvertirono il parroco, che arrivò per ringraziare il parroco e Protti”. E i rastrellamenti? Merluzzi nega che il gruppo vi abbia mai partecipato: “A nessuno in generale, ne tantomeno a quello del 2 luglio 1944”.

Il processo è stato ora rinviato, per la discussione, al 21 giugno prossimo.

Laura Bosio

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