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Morta dopo il parto, i periti
del giudice ribaltano la tesi
dell’accusa. Medici assolti

'Un caso eccezionale", lo hanno definito i legali della difesa. Sul maxi risarcimento alla famiglia della vittima, il primario Riccardi ha commentato: “Faccio appello al buon senso di chi ha ricevuto risarcimenti non dovuti, mi appello alla loro coscienza”.
Nella foto, da sinistra l'avvocato Munafò, il primario Riccardi, il collega Sacconi e gli avvocati Cantalupo e Fachechi

Non fu l’evoluzione di una sepsi batterica sfociata in shock settico irreversibile la causa della morte di Daniela, 41 anni, deceduta all’ospedale di Cremona il 6 gennaio del 2014, una settimana dopo aver partorito il suo terzo figlio, nato morto.
Il decesso della paziente, al contrario, è da addebitarsi ad un ipertiroidismo derivato da un adenoma alle parotidi.
Nessuna responsabilità è stata riscontrata da parte dei tre medici del reparto di Ginecologia finiti a processo con l’accusa di omicidio colposo: il cremonese Alberto Rigolli, Aldo Riccardi, della provincia di Pavia, e Tazio Sacconi, piacentino residente a Cremona, oggi assolti dal giudice Francesco Sora ‘perché il fatto non sussiste’.

La paziente, già madre di due bambini, aveva sempre partorito all’ospedale di Gavardo, ma in questo caso, essendo già stata informata che il feto era morto e non essendo quell’ospedale attrezzato per casi come questo, era stata accompagnata dal marito a Cremona. Una settimana dopo la donna era morta in ospedale.

Per la procura, gli imputati non avrebbero riconosciuto i sintomi della paziente, “omettendo di richiedere una consulenza infettivologica urgente” e lasciando la donna “in una condizione di oggettivo difetto di assistenza, consistito in assenza di coordinazione della condotta medica, esitata nel mancato riconoscimento e valutazione dei chiari segni clinici che avrebbero consentito l’anticipazione diagnostica, già almeno 48 ore prima del decesso, della condizione di sepsi in atto”.
Per gli imputati, il pm onorario Silvia Manfredi aveva chiesto la condanna: 8 mesi ciascuno per Sacconi e Rigolli, 6 mesi per Riccardi. Ma il giudice ha deciso diversamente.

A fare la differenza è stata la perizia disposta dal magistrato dalla quale è emerso che il decesso di Daniela è da addebitarsi alla rottura di un nodulo paratiroideo con conseguente emorragia. La tiroide ha prodotto più ormoni paratiroidei che hanno causato squilibri elettrolitici, in particolar modo un accumulo di calcio. Un nodulo di 6 centimetri che tra l’altro la paziente non sapeva di avere. “Un caso eccezionale”, ha spiegato nelle sue conclusioni l’avvocato Diego Munafò, difensore del primario Riccardi. “Sintomi subdoli”, li ha definiti il legale, che ha specificato che Daniela “non aveva né la febbre, né alcun segno di infezione. Il nodulo era del tutto asintomatico, e la sua rottura ha provocato una fortissima infiammazione multi organo”.

“Neppure le diverse figure specialistiche che erano state chiamate dagli imputati”, ha ricordato a sua volta l’avvocato Isabella Cantalupo per la difesa Sacconi, riferendosi a psicologi, neurologi, medici internisti, infettivologi, “erano arrivate a capire la causa della morte della signora. Tanto meno potevano farlo i ginecologi, che comunque hanno sempre seguito la paziente con scrupolo e precisione. Sono sempre stati sul pezzo: da parte loro l’assistenza alla donna non è mai mancata, e in particolar modo il mio cliente ha effettuato il maggior numero di richieste specialistiche di intervento”.

Nel processo non c’era la parte civile, già uscita dal procedimento giudiziario nel settembre del 2016 in quanto la Compagnia assicurativa dell’ospedale aveva risarcito con la cifra di 750.000 euro il marito della vittima, Rusi Slavov, liutaio di origini bulgare ma da anni residente a Cremona, e i due figli della coppia.

“Faccio appello al buon senso di chi ha ricevuto risarcimenti non dovuti, mi appello alla loro coscienza”, ha detto, subito dopo la sentenza, il primario Riccardi, che si è detto soddisfatto per se stesso e per i suoi “migliori allievi”, diventati a loro volta primari (Sacconi ad Asola e Rigolli all’Oglio Po). “Queste accuse che ci sono cadute addosso”, si è sfogato Riccardi, “ci hanno giocato contro sia a livello personale che professionale. Ci ha salvato la consulenza dei periti del giudice che hanno fatto un lavoro egregio. Per questa signora ci siamo davvero prodigati”.

La motivazione della sentenza sarà depositata entro 90 giorni. Presenti in aula ad ascoltare la sentenza di assoluzione c’erano Riccardi e Sacconi. Rigolli, come ha ricordato al giudice il suo legale, l’avvocato Elena Fachechi, “è impegnato in Africa per dare il suo apporto professionale”.

Sara Pizzorni

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