Commenta

Oppi Industria Alimentare,
trenta dipendenti a rischio:
protesta davanti ai cancelli

PIADENA – Una trentina di lavoratori della Oppi Industria alimentare di Piadena rischiano di rimanere a casa. A lanciare la protesta, le sigle sindacali Cgil e Uil, che nella mattinata di venerdì si sono riunite davanti ai cancelli dell’azienda, bloccando l’accesso dei camion e chiedendo di essere ascoltati. I vertici dell’azienda hanno accettato di ricevere i sindacalisti, pur sentendosi traditi, per certi versi, dagli stessi dipendenti.

“La nostra è sempre stata un’azienda a gestione famigliare – ha spiegato Beatrice Oppi – che dagli anni ’50 dà lavoro a Piadena, che nel 2009 è divenuta Srl e che tuttora ha il 90% di dipendenti residenti in paese. Siamo sempre stati disponibili a un confronto, ma questa serrata, che ha bloccato consegne in ospedali, case di riposo e scuole – una delle quali ci ha informati di essere in grave difficoltà proprio oggi con 400 pasti che non saranno serviti – è un colpo basso”.

La proprietà, come spiega Marco Tencati della Uil, “aveva tentato di vendere l’attività, senza però riuscirci. Dunque hanno deciso di chiudere. Tra l’altro i lavoratori si trovano in una situazione molto pesante, perché non rischiano solo di perdere il lavoro ma anche una serie di ferie e permessi accumulati, per un totale di 10mila euro per ogni dipendente, che adesso rischiano di non essere più pagati”. In arretrato, per ora, anche l’ultima tredicesima.

A colloquio con i vertici dell’azienda sono andati rappresentanti dei vari settori dell’azienda piadenese di via Adige: dall’ufficio commerciale, ai magazzinieri, agli autisti. Inizialmente era stato tentato un accordo con la cooperativa Clo di Milano almeno per la logistica, ma non è andato a buon fine, mentre la Dac di Flero si era detta disponibile a rilevare il magazzino reperibile. E’ fallito dunque il tentativo di esternalizzare, unica buona via d’uscita secondo la proprietà, e la situazione, spiega sempre Beatice Oppi, è precipitata in poche settimane: avendo poca marginalità, sono bastate commesse non pagate (alcune anche dallo scorso agosto, alcune da 100mila euro) per entrare in una crisi irreversibile.

Oggi l’unica strada è quella della liquidazione con licenziamento collettivo, dato che anche sul concordato preventivo tutto tace: 36 i posti a rischio ma cinque sarebbero ricollocati subito con affitto di ramo d’azienda ad un’altra società. Secondo la proprietà, che si è detta stupita della serrata, presidiata dai Carabinieri di Casalmaggiore, Piadena e Solarolo Rainerio, questa decisione dei lavoratori creerà solo danni.

Questo invece il parere di Roberto Carenzi di Cgil: “L’azienda ci ha spiegato nel dettaglio tutte le operazioni che sta tentando di eseguire per salvare il salvabile, anche se la parola fine su questa azienda è già stata messa. Ora si sta cercando un tentativo di concordato per portare a casa risorse da distribuire per compensare i crediti con i lavoratori, che sono di buona entità. Vediamo nel prosieguo come andranno le varie operazioni: dopo la firma del concordato, bisognerà procedere a verificare se si può entrare in fallimento, qualora le condizioni per l’azienda non fossero soddisfacenti. Col fallimento i dipendenti sarebbero tutelati con tre mensilità Inps e con Tfr ma anche questo non sarebbe comunque esaustivo per loro: da anni praticamente tutti non fanno ferie e quelle non saranno purtroppo più pagate. Ora stiamo pensando di togliere il blocco dell’uscita dei camion per trasportare la merce dal magazzino, specie quella deperibile, quindi si pensa di lavorare per oggi (venerdì, ndr) e fino a lunedì, dopo di che però l’attività chiuderà inesorabilmente”.

Laura Bosio-Giovanni Gardani

© Riproduzione riservata
Commenti