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A Cremona si alza l'allarme
Mafia: da provincia marginale
a destinazione 'privilegiata'

Una provincia ritenuta marginale, quella di Cremona, per quanto riguarda il sistema di presenza mafiosa in Lombardia. Questo, però, accadeva negli anni ’80. Oggi l’indice numerico dello studio Cross, l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata, è passato da 4 a 3 (su una scala da 1 a 5, valori più bassi equivalgono ad una maggiore presenza, nda): in concreto significa quindi una presenza maggiore delle mafie sul nostro territorio. Per intenderci, Cremona ha raggiunto il livello di Brescia, Bergamo e Mantova, che addirittura viene data in ascesa.

A lungo le aree meridionali della regione, e Mantova in particolare, sono state considerate “fuori gioco”, ma ora hanno assunto un nuovo ruolo divenendo destinazione privilegiata dalle ‘ndrine che risalgono la Lombardia venendo dall’Emilia nord-orientale. A certificare questo spostamento anche il dato di Lodi, che ha ancora un valore 4, quindi inferiore a quello cremonese, ma che il rapporto indica come in ascesa.

A livello concreto, le mafie investono sul nostro territorio provinciale per l’1%, mentre è il 2% del totale regionale il valore riferito agli immobili in gestione all’Anbsc (l’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità Organizzata, ndr). A farla da padrona in entrambi i casi è la provincia di Milano, che non a caso ha l’indice più alto di presenza mafiosa (1, come Monza e Brianza), seguito a livello 2 da Pavia, Varese, Como e Lecco. Milano raccoglie quasi il 70% degli investimenti delle mafie ed ha il 45% dei beni confiscati alle cosche.

Nel rapporto, però, si sottolinea come sia importante, oltre a disegnare una mappa dell’espansione dei beni in Lombardia, “capire il delitto per studiare come operano le mafie sul territorio: per quali crimini vengono loro applicate le misure di prevenzione o il procedimento penale e costruire così anche un mezzo di informazione e formazione che crei una cultura dell’antimafia su un territorio che spesso sottovaluta o addirittura ‘dimentica’ l’esistenza della criminalità organizzata”. In questo senso Cremona, su 43 procedimenti, ne ha avviati 16 di natura penale e adottato misure di prevenzione in 27 casi, cioè circa il 62,8% del totale. Una percentuale equivalente a quella di Mantova, ma ancora lontana Bergamo e Brescia che vantano lo stesso indice di presenza a livello generale.

Secondo il Cross, infine, in Lombardia si esercita “non una violenza fisica contro le persone ma piuttosto una violenza fisica contro le cose, che anziché mostrare il sangue si preferisca farlo immaginare e temere, per ottenere lo stesso risultato, ovvero l’intimidazione, l’assoggettamento e l’omertà sempre più spesso l’intimidazione, la violenza a medio-bassa intensità, si dirige verso gli amministratori locali, verso i rappresentanti del popolo lombardo”.

In prospettiva, conclude il rapporto, “si pone senz’altro il tema della imprevista capacità dei clan di resistere alle ondate repressive e di ricostituirsi in forme nuove intorno allo stesso ceppo dinastico, talvolta attraverso le seconde generazioni, talaltra attraverso incroci matrimoniali, talaltra ancora attingendo alle più giovani generazioni in madre patria”. Ma anche “l’’ampiezza dei mondi di riferimento delle organizzazioni mafiose; ovvero della cosiddetta “zona grigia” entro cui esse sviluppano i propri rapporti con soggetti non mafiosi”.

Lo studio Cross è stato presentato ieri pomeriggio, mercoledì 18 luglio, a Milano a Palazzo Pirelli, durante il ricordo delle vittime dell’attentato di via D’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. Presenti, oltre al presidente regionale Attilio Fontana, la Presidente della Commissione Speciale Antimafia del Consiglio regionale Monica Forte, il vicepresidente del Consiglio Regionale Carlo Borghesi, il direttore di Cross Nando Dalla Chiesa, il il Procuratore Aggiunto a capo della Direzione Distrettuale Antimafia Alessandra Dolci e i ricercatori di Cross Filomena De Matteis e Samuele Motta.

Mauro Taino

 

 

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