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Giro di droga nel carcere
di Lodi: nei guai anche madre
e figlio di Pizzighettone

Riforniva il figlio di droga, tramite un’infermiera e un agente di Polizia Penitenziaria attivi nel carcere di Lodi, dove il giovane era detenuto. Sono così finiti nei guai madre (agli arresti domiciliari) e figlio, residenti a Pizzighettone, nell’ambito dell’operazione Akron, condotta dalla Polizia di Stato di Lodi, in collaborazione con le questure di Cremona e Milano, nonché delle unità cinofile, che ha portato a 19 ordinanze di custodia cautelare nelle tre province (di cui 14 in carcere e le altre ai domiciliari). I reati contestati sono quelli di corruzione per atti contrari ai doveri d´ufficio, traffico di sostanze stupefacenti e lesioni personali gravissime.

L’indagine dei poliziotti della Squadra mobile di Lodi era nata nello scorso 24 ottobre 2017 dal rinvenimento, nel corso di un controllo di routine nelle celle dei detenuti, e in particolare del giovane pizzighettonese, di una modica quantità di sostanza stupefacente e dei biglietti cartacei su cui erano riportate delle strane istruzioni, rivolte alla madre, in cui le spiegava come consegnare la droga all’infermiera. Un ritrovamento che ha insospettito gli agenti e di cui è stata fatta segnalazione alla Procura di Lodi. E’ emerso così un giro di rifornimento di droga che arrivava presso la casa circondariale, con due intermediari interni al carcere: un agente di polizia penitenziaria di 55 anni e un’infermiera di 53.

In sostanza i detenuti ordinavano la droga a soggetti esterni al carcere, che poi utilizzavano dei corrieri incensurati per consegnare la merce ai due funzionari del carcere. Complessivamente sono cinque i detenuti coinvolti (tutti in carcere per reati legati allo spaccio di stupefacenti, tranne uno che era detenuto per omicidio), più due operatori del carcere e 12 esterni, tra spacciatori e corrieri. Le “ordinazioni” della droga venivano fatte attraverso l’utilizzo di un certo numero di telefoni cellulari occultati all’interno della struttura da alcuni detenuti, con sim card prepagate intestate a prestanome. Si presume che poi la droga “ordinata” venisse poi spacciata all’interno del penitenziario.

Tra gli episodi contestati anche quello di lesioni gravissime in quanto due dei detenuti coinvolti si è resa responsabile del pestaggio di un altro detenuto: un episodio molto violento, tanto che l’uomo ha subito lesioni gravissime, compresa la perdita dellamilza. A inchiodare i due sono state le intercettazioni telefoniche: telefonate nel corso delle quali si erano vantati del gesto compiuto, pare per vendicare un quarto detenuto che poi era uscito di prigione. Ed è stato proprio grazie a queste intercettazioni che gli investigatori sono riusciti a risalire alla filiera dello spaccio in carcere e a capire chi fossero tutti i coinvolti. Sempre grazie alle telefonate, gli agenti sono riusciti anche ad intercettare dei giri di droga all’esterno del carcere e a requisire ben sette chili di stupefacente. Deus ex machina di tutto erano, naturalmente, i due pubblici funzionari, l’infermiera e l’agente di polizia penitenziaria, che si facevano pagare somme fino a 800 euro alla volta per effettuare le consegne.

Laura Bosio

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