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Omicidio di Fabio Moreni,
i motivi della Cassazione:
'Fu un crimine di guerra'

Il triplice omicidio del cremonese Fabio Moreni e dei bresciani Guido Puletti e Sergio Lana fu un “crimine di guerra”. Lo scrivono nella motivazione i giudici della Corte di Cassazione che lo scorso 11 maggio hanno confermato la sentenza a vent’anni di reclusione emessa il 29 settembre dell’anno scorso dalla corte d’assise d’appello di Brescia per Hanefija Prijic, 52 anni, detto ‘Paraga’, l’ex comandante bosniaco accusato della strage di Gornji Vakuf, commessa nel 1993 e nella quale morirono i tre volontari italiani che stavano portando aiuti in Bosnia.

“Il collegio”, scrivono i giudici della Corte Suprema, “ritiene che il comportamento di Prijic debba ricondursi alla nozione di crimine di guerra, essendosi concretizzato in un omicidio plurimo eseguito nei confronti di civili appartenenti a una missione umanitaria che veniva svolta sul territorio della ex Jugoslavia, configurandosi la condotta per connotazioni di gravità tali da determinare una lesione dei diritti fondamentali della persona, la cui tutela è affidata a norme inderogabili che si collocano al vertice sia dell’ordinamento costituzionale italiano che dell’ordinamento internazionale, siccome offendono i diritti dei cittadini poiché conculcano le libertà fondamentali che lo Stato è chiamato a tutelare”. “Né potrebbe essere diversamente”, si legge nella motivazione, “in ragione del fatto che, nel caso in esame, la condotta di Prijic costituisce una palese violazione dei principi contenuti nella Convenzione di Ginevra approvata il 12 agosto 1949, determinando il decesso dei tre volontari italiani che viaggiavano a bordo dei mezzi, recanti le insegne identificative dell’organizzazione umanitaria italiana, catturati e depredati in una azione di guerra. Il comportamento del ricorrente, che ha dato luogo a un fatto tutt’altro che estemporaneo e attribuibile a iniziativa personale di un singolo, essendo stato provocato da un ordine criminoso che è passato attraverso l’apparato militare dello Stato straniero rientrante in una strategia militare definita ‘guerra dei convogli’, possiede caratteristiche di gravità tali da costituire un’offesa ai diritti dei cittadini da cui discende il riconoscimento della esistenza della giurisdizione italiana”.

Le tre vittime e altri due compagni, volontari della Caritas e del ‘Coordinamento bresciano per l’iniziativa nella ex Jugoslavia’, si erano recati con mezzi carichi di aiuti nella zona di Gornji Vakuf per fornire sostegno umanitario alle popolazioni coinvolte, ma erano stati depredati del carico e, tre di essi anche della vita, mentre gli altri due volontari Cristian Penocchio e Agostino Zanotti erano riusciti a sfuggire “alla vera e propria esecuzione compiuta, in una zona disabitata e boschiva, mediante l’esplosione di numerosi colpi di mitragliatore ed altre armi automatiche utilizzate dai militari sotto il comando dell’imputato”.

Attualmente l’ex capo delle milizie paramilitari bosniache si trova a Sarajevo, ed è libero. Appena finita di scontare la pena (in patria, per gli stessi reati, era stato condannato ad una pena di 13 anni già scontati) è stato espulso dal territorio italiano. Ora si cercano gli esecutori materiali della strage. Per conoscere la loro identità, la procura di Milano ha di recente aperto un’inchiesta, per ora contro ignoti. Uno degli assassini materiali potrebbe essere Sabahudin Prijic, detto Dino, cugino di Paraga, che lo stesso Paraga, durante il processo italiano, aveva indicato come uno dei due militari che aveva compiuto la strage. Dal 2001 è ricercato dall’Interpol, ma è svanito nel nulla. A riconoscere ‘Dino’ in fotografia erano stati i due sopravvissuti Zanotti e Penocchio. Dino sarebbe stato presente all’eccidio armato di kalashnikov. E anche lui avrebbe sparato. Ma non sarebbe stato il solo.

Sara Pizzorni

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