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CULTURA - Al 'Triangolo'
l'antidoto estetico al germe
visuale del fascismo

di VITTORIO DOTTI

Se Vasco Pratolini o Emilio Gadda o Saba Quasimodo Sereni o Vittorini fossero vissuti a Cremona, non si sarebbero potuti sottrarre alla suggestione di un vicolo denominato “della Stella” e lì avrebbero ambientato, chi ermetiche novelle, chi un romanzo saturo di umanità, chi stringate e cocenti poesie. Nella via non è vissuto alcuno di questi cantori, ma non è un caso se le atmosfere delle loro opere – per chi è incline al fascino dell’allucinazioni letterarie – si possono visualizzare dietro le vetrine della Galleria d’arte Il Triangolo (ubicata in vicolo della Stella e sede della mostra Oltre “Corrente”), e neppure sarebbe inverosimile se qualcuno riferisse di aver incontrato, nell’accogliente salotto culturale nel cuore di Cremona, i personaggi di un film di Luigi Comencini, oppure di aver ascoltato, senza quasi capire, i puri ermetismi di Bo, Luzi, Bigongiari. Se però io arrivassi a dire d’aver visto il giovanissimo Giulio Carlo Argan intento a disquisir d’arte con Alberto Lattuada, con Anceschi, De Grada, Birolli e con Giansiro Ferrata, o addirittura se affermassi che nei sotterranei del Triangolo si son dati convegno Eugenio Curiel e il carismatico filosofo Antonio Banfi per fondare il Fronte della Gioventù e, insieme a Edoardo Persico, per innervare la miserabile Italia del ’44 con l’ardore della cultura antifascista… penso che a questo punto ai lettori risulterebbe evidente che sono ricorso a un periplo immaginifico per rappresentare, in forma quasi teatrale, il milieu in cui sorse e si sviluppò “Corrente”: «movimento milanese di critici e pittori – cito da Enciclopedia Treccani – che, rifiutando il formalismo e la retorica del “Novecento”, con una precisa presa di posizione politica e morale si volse, nella ricerca di un nuovo linguaggio, ai modi espressionistici». Radicalmente dissimili dai proni pittori di regime, che onorarono, talora anche con arte, un governo guerrafondaio, furono quelli di “Corrente” fervidi avversari del fascismo, artisti moralmente e civilmente impegnati, tesi a rappresentare tutti gli aspetti della vita, intendendo l’arte «come impegno umano nella storia e possibilità d’intervento sul reale» (editoriale programmatico “Continuità”, pubblicato il 15 dicembre 1939 sulla rivista del movimento, soppressa dalla polizia nel giugno del ’40, mentre era in auge il Premio Cremona, grancassa del novecentismo fascista). In “Corrente” fluì l’onda creativa di artisti come Birolli, Migneco, Valenti, sensibili ai riverberi lirici del colore, e di pittori interpreti d’un dinamismo plastico e drammatico, che Ernesto Treccani (fondatore della rivista che porta lo stesso nome del movimento e padre della gloriosa Enciclopedia) definisce “espressionismo romantico”, riferendosi soprattutto a Emilio Vedova e a Renato Guttuso. Nelle sale del Triangolo, di cui da oltre trent’anni è fulcro la sensibile e cólta Mariarosa Ferrari Romanini, sono esposte alcune opere molto significative, composte dagli artisti di “Corrente” dopo la guerra, quando il movimento formalmente non esisteva più, ma la sua anima non s’era affatto arenata.

Alcune istantanee sull’esposizione: un rutilante cavallo di Aligi Sassu, che aggetta focoso da un paesaggio di cobalto, viola e d’azzurro (L’Agguato, 1955); un ventoso e serpeggiante ulivo in bianco e nero di Renato Guttuso (Ulivo, metà anni 70) e, dello stesso autore, un dinamico incastro di abitazioni rosso mattone, boscaglia verde cupo e ondulazioni cilestrine (Paesaggio a Velate, 1963); due tavole astratte e vagamente pollockiane di Emilio Vedova (Senza Titolo, 1970 e 1982); un terroso, atro, clorofilliano, intensissimo Studio per Paesaggio di Domenico Cantatore (fine anni 40), poi, ancora di lui, un concitato Studio per Nudi di ispirazione muralistica, dipinto nel 1961; una angosciata, sensuale, altera e un po’ sprezzante madonna laica di Bruno Cassinari (Figura, 1982); uno spatolato dettaglio smeraldino di spighe, opera di Ennio Morlotti (Granoturco, 1961); due nature morte, una di Giuseppe Ajmone (Frutta, 1967), l’altra, drammaticissima, a firma Cassinari (Natura Morta, 1960); un policromo e vibrante paesaggio antropizzato di Renato Birolli (Il Gasometro, 1938 – unica opera, fra le esposte, precedente la guerra); due tele accese di cromatismi e impulsi ritmici dipinte da Ernesto Treccani (Studio per Volti, 1993 e Siepe, 1980), nonché un fulgido Sole che irradia petali di luce (1970); poi, dulcis in fundo, due eccitanti nudi: un corpo muliebre di Ajmone che si allunga e si sfrangia nel decollo di un’estasi placata dal rigore freddo dei toni (Nudo, 1976) e, di Morlotti, un irresistibile groviglio di ginocchia cosce membra giallo-arancio su bel fondo ocra e verde speziato, da cui quasi travalica la tela il vortice scarlatto dei seni e dei fianchi infuriati nell’orgasmo (Nudo, 1978).

Rapidi flash su una mostra senz’altro da visitare, leggendo il bel testo in cui Rodolfo Bona, curatore del catalogo per Edizioni Unomedia, esprimere con passione la sua sensibilità antifascista insieme alla sua vasta cultura artistica, e con la mente rivolta alle parole che il grande (e misconosciuto) filosofo Enzo Paci, allievo di Antonio Banfi, scrisse sulla pittura; parole che sintetizzano – credo – la principale forza propulsiva di “Corrente”: «Dipingere è vedere i fenomeni. La visione pittorica, perfino la visione di ciò che non è normalmente visibile, è preziosa per la conoscenza. (…) La pittura attua fisicamente la forma; nella pittura c’è la prova della possibilità di una sintesi tra il sensibile e l’ideale».

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