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Dieci anni fa moriva il grande
ebanista Canuti: fu lui
a salvare l'armadio del Platina

Dieci anni fa moriva Vincenzo Canuti, l’ultimo grande ebanista cremonese con laboratorio in via Zaccaria del Maino. Aveva 48 anni ed era figlio di Armando Canuti, già direttore del presidio multizonale di igiene e profilassi, tecnico preparatissimo dalla schiena sempre dritta. L’ebanisteria, il restauro del legno antico, il ripristino tenendo sempre presente la storia e i materiali. Allievo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, Vincenzo Canuti ha il merito di aver riscoperto e restaurato quel monumento straordinario che è l’Armadio intarsiato di Giovanni Maria Platina. Era stato Roberto Longhi, suo docente a Firenze, a parlargli dell’Armadio e nell’83 quando tornò a Cremona iniziò ad innamorarsi del capolavoro di intarsio che cadeva a pezzi. Lo ha curato amorevolmente e oggi quella splendida opera nata per conservare i corali trecenteschi del duomo, è esposta come uno dei pezzi pregiati del museo civico.

Il restauro di Canuti durò quattro anni e – dai depositi comunali – lo riportò letteralmente a nuova vita. Lasciando come sua firma, un vezzo d’artista se vogliamo, sulla prima tarsia. Quella infatti non è del Platina – andata perduta – ma sua. Un lavoro straordinario, tanto è vero che monsignor Bonazzi aveva in animo di fargli restaurare un altro armadio, quello della sagrestia dei Canonici e un leggio esagonale che finiranno nel museo diocesano. Vincenzo Canuti avrebbe dovuto anche mettere mano al coro del Platina della Cattedrale ma la sua scomparsa ha posto fine a questi progetti.

Tra le opere restaurate da Canuti a Cremona il Carroccio del Duomo depositato dal 1955 al Museo Ala Ponzone, il portale e il coro di San Sigismondo. Quest’ultima è una delle opere più importanti del Cinquecento cremonese opera del Capra ed era in condizioni spaventose. Vincenzo Canuti lo restaurò con assoluta dedizione e amore per quattro anni. Il suo lavoro ridiede a Cremona questo capolavoro assoluto in 46 stalli facendo assurgere Canuti al livello dei grandi della tradizione ebanistica cremonese, quella dei Bertesi, dei Capra o dei Moschini. Innumerevoli le opere d’arte da cui curate: lavorò parecchio a Roma dove al Quirinale curava gli arredi ammalorati, dai mobili alle poltrone, dagli scuri della sala del trono,  alla porta Barberini della Cappella di Guido Reni. Sempre a Roma restaurò i telai lignei di due tele in San Luigi dei Francesi. A Mantova ha restaurato una coppia di Armadi della basilica di Sant’Andrea. Ha lavorato anche a Creta e in Medio Oriente.

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