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'Eclissi', i dipinti non
figurativi di Carotti
al 'Km0' di viale Po

di Vittorio Dotti

Già stavamo distesi / nel profondo della macchia, allorché / tu finalmente ti accostavi carponi. / Ma non potevamo unirci a te / attraverso il buio: / regnava luce coatta. (…) Donanti e donate / mani / costellate di microliti. // Il dialogo che s’intesse / da punta a punta, / brucia accerchiato da rovente / aria sprizzante. / Un segno la pettina, / risposta ad un’arte rupestre / fantasticante. (…) Carica di riflessi luccichii, / presso agli insetti celesti, / nella montagna. // La morte, / che ancora mi dovevi, / io la porto a termine. (…) Il timone del crepuscolo / reagisce ai comandi, la tua vena, / destata con uno strappo, / si sgroviglia

Azzimato e come astratto in una ariosa nobiltà poetica, incontriamo Paul Celan nelle pagine di un libro lasciato non si sa da chi s’una poltrona della Caffetteria Km 0, ed è il poeta ebreo-romeno, con versi tratti dalla sua “Luce coatta”, a introdurci nel milieu meta-figurativo di “Eclissi”, l’esposizione pittorica del noto scultore cremonese Graziano Carotti: un gioviale lupo di mare con incantevoli occhi da bambino e una passione inveterata per la polvere, gli odori, la luce, il fuoco, l’acqua e la terra che concreano, nel bagliore degli istanti, il volto invisibile della materia. Invisibile, intendo, nella sua essenza primeva, e soltanto abbozzato nelle trame caotiche della snervante abitudinarietà. Per penetrare al di là della quale, io credo, Graziano ha intrapreso, con questi quadri, il cammino della ricerca ‘non-figurativa’, cancellando le forme ed esaltando il potere evocativo della luce, del colore e degli spazi di nero silenzio. In un mondo in cui – recita ispirato Celan, rimembrando i suoi “Filamenti di Sole” –

«la vita è assediata dai colori e oppressa dai numeri», al cospetto di una realtà dove «l’orologio ruba il tempo alle comete, / le spade incalzano, il nome / indora gli inganni, / l’euforia, con il suo elmo, / numera i punti nella pietra», per dar fiato agli umori dell’anima bisogna cercare il «visibile tra base cerebrale e base cardiaca»; un visibile «non oscurato, terrestre», che si sgroviglia quando «il Sagittario della mezzanotte, al mattino, / caccia il canto dodecastico attraverso / il midollo di tradimento e di putrefazione».

Mezzanotte, appunto, è lo snodo temporale e esistenziale in cui prende fiato il dramma catartico di “Eclissi”: «il momento inevitabile di una crisi – con le parole dell’autore – fatto di buio, sconcerto, distruzione, perdita e dolore; ma anche di fiducia nel trascorrere delle tenebre e nell’avvento di nuova luce».
Mossi dalla suggestione esegetica di Graziano Carotti, ci accingiamo a percorrere i paesaggi di ombra e di fulgore dei suoi quadri, quando da un tavolo della avvenente Caffetteria si leva – bionda, dolcissima e tristemente ridente – una armoniosa signora, che con eloquio dolente, avvivato da guizzanti riflessi di metallo, recita il canto della voluttà e della naturalezza, intriso, però – al pari delle opere esistenzialistiche di Carotti –, del senso ineludibile della precarietà dell’amore e dell’impermanenza del sogno:

«Pura naturalezza. Stallo. / Agio nel proprio sé. / Scala, la più ordinaria, / ora (notturna) – e basta. / Striscia sul muro, incerta, / una parvenza. Si palesa / e mi cede il passo, qualcuno – / verso la pura trascendenza / della notte, la pura largura / del cielo. (…) Ti sogno io, o tu sogni me – / Terra di canuti eruditi / rovello. Lasciami andare a fiuto: / noi, ma un unico fiato! / Non affiatato, appaiato, / (quell’asfissia a due) – / di cella d’isolamento / solingo fiato (…) Qualcosa va calibrato: / o tu abdichi al fiato, / a tutto l’esistente / – tremo mentre lo chiedo – / oppure più non respiro».

Ed è con le parole di Marina Cvetaeva (tratte da “Poema dell’Aria”), fuse in un crogiolo simbolico con quelle di Paul Celan – mentre i due poeti con decoroso affetto e stima amorevole si abbracciano – che noi proseguiamo il viaggio visivo nell’evocazione non figurativa di Graziano Carotti. FINO AL 13 MAGGIO

 

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