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Carrozze d'epoca alle porte
di Cremona: Igino Soldi,
collezionista e campione LE FOTO

di VITTORIO DOTTI

Per introdurre l’argomento ricorriamo alle parole con cui il Principe Filippo, Duca di Edimburgo, prolude lo studio di Carlo Gnecchi Ruscone: Carrozze, tradizione ed eleganza delle redini lunghe; ove si descrive l’affascinante mondo, semisconosciuto ai più, dei cavalli, dei loro cavalieri e delle piccole case mobili che per secoli avevano svolto le veci delle nostre volgari e puzzolenti automobili. Scrive il nobile signore d’Irlanda: «per migliaia di anni, finché essi non furono rimpiazzati dal vapore e dai motori a combustione interna, i cavalli costituirono per l’umanità il più sicuro e confortevole mezzo di trasporto. Quei tempi sono irrevocabilmente trascorsi, tuttavia l’attaccamento verso questi fedeli e volenterosi animali resta indelebile, e la loro collaborazione in molti sport equestri è oggi più apprezzata che mai. Molte persone continuarono a cavalcare per piacere, ma data soltanto dal 1969 quando la International Equestrian Federation stabilì il regolamento internazionale in merito alle corse agonistiche in carrozza. Questo apportò un genuino impulso di linfa populare alla lista degli sport equestri, e incignò un nuovo capitolo nella millenaria storia del rapporto fra l’uomo e i cavalli.»

Di questo affettuoso e radicale interscambio dell’energia dell’uomo con quella primordiale degli animali abbiamo un esempio eminente proprio alle soglie della nostra città, presso l’Agriturismo “Cascina Nuova”, dove il signor Igino Soldi, insieme alla consorte, donna Gisella, al giovine Marco e alla di lui avvenente sorella, mademoiselle Beatrice, custodiscono il tesoro di più d’una dozzina di carrozze d’epoca, perfettamente restaurate; tesoro non congelato come gli zecchini inutili in un salvadanaio, bensì esplicato attraverso cavalcature quotidiane sui cavalli che dimorano nella dependance di Pieve d’Olmi, e, ancor di più, attraverso le frequenti sfilate e competizioni sportive di carrozze, che si svolgono sovente nel veronese e nel bresciano. Durante queste competizioni, il signor Igino Soldi si è affermato come “campione di attacchi” (disciplina di attacco dei cavalli alle carrozze – ndr), conquistando nel 2018 il primo premio nella categoria pariglia, e meritandosi il trofeo nazionale Francesco Machiavelli, organizzato dal gruppo italiano “attacchi”.Ma la passione per i cavalli e per le carrozze si esplica, nella famiglia Soldi, non soltanto durante le gare, bensì anche e soprattutto nel diporto in golena, dove la relazione fra uomo e cavallo trova la scenografia naturale per la sua primordiale rappresentazione.

Il signor Igino possiede e mostra agl’ospiti del suo eccellente agriturismo, con giustificato orgoglio signorile, pezzi degni d’un museo viennese o moscovita, tra i quali tre ne scegliamo, invitando però i lettori eventualmente interessati a far visita al loro simpatico, cordiale, conversevole padrone.
Il Phaeton (vedi foto sotto) è una carrozza eccezionale, ricercata dai veri amatori della guida alle redini lunghe, che apparve in Inghilterra nel XIX secolo come nuova carrozza per passeggiate in campagna; divenendo poi in voga, in ragione della sua stabilità e comfort, come carrozza per appuntamenti galanti e riequilibrio della mutua indipendenza dei coniugi, o per meno audaci inviti a un ballo o a una cena.


Nella figura successiva è effigiato, invece, un calesse: veicolo a due ruote per il trasporto di persone, generalmente trainato da un solo animale da tiro. Il termine calesse trae origine da kolesa, che in diverse lingue slave significa “ruote”, o un concetto analogo. D’uso comune fino alla metà del XX secolo, il calesse era il veicolo maggiormente utilizzato per gli spostamenti veloci con limitate quantità di bagagli. In alcuni casi dotato di copertura retraibile detta “mantice”, il calesse era il mezzo preferito da chi voleva percorrere i lunghi tratti che collegavano i fondi agricoli ad altri fondi viciniori o alle città.

C’è poi un esempio di  Dos a Dos dog car: introdotto nei primi anni del XIX secolo quale veicolo per partecipare alle battute di caccia a cavallo, lo sport più in voga in quel secolo, veniva utilizzato dai signori per trasportare i “fox hound”, cani per la caccia alla volpe, per non affaticarli prima dell’inizio della battuta; da qui la sua denominazione.

Sin qui la cronaca descrittiva. Non ci sentiremmo però soddisfatti della nostra incursione nel suggestivo mondo dell’arte equestre, se non ponessimo i riferimenti presi dall’attualità sullo sfondo storico-filosofico-mitologico, nel quale la figura del cocchiere – aulicamente chiamato auriga – ha esercitato sempre un potente fulcro di fascinazione. Iniziamo citando un brano tratto da Le Metamorfosi di Ovidio, nel quale Fetonte, il figlio del dio Helios (il Sole), fra mirabolanti acrobazie negl’arcipelaghi vertiginosi dell’aria, conclude la corsa sul carro alato del padre precipitando, dopo devastazioni e incendi di proporzioni cosmiche, nei gorghi dell’Eridano. Cediamo la parola all’aedo fulgente di Sulmona, il grandioso poeta Publio Ovidio Nasone:

«L’Aurora, scacciate le tenebre, risplende (…) Balza Fetonte col suo giovane corpo sul cocchio volante, tutto impettito, felice di stringer le briglie. Frattanto Piroente ed Eòo ed Etone, gli alati cavalli del Sole, e, quarto, Flegonte, riempiono l’aria di fiammeggianti nitriti e scalpitano percuotendo con gli zoccoli i cancelli. Non appena Teti li apre, dischiudendo loro gli spazi del cielo immenso, [i cavalli] si slanciano fuori e agitando le zampe per l’aria squarciano la cortina di nebbie, e sollevandosi sulle ali sorpassano gli euri che nascono anch’essi dalla stessa parte (…) Quando poi l’infelice Fetonte si volse a guardare dall’alto del cielo la terra che si stendeva in basso, lontana, lontanissima, impallidì, e un improvviso sgomento gli fece tremare le ginocchia…»

Questa breve suggestione mitologica non è stata proposta per incutere ai lettori il terror panico verso l’arte del cocchiere, bensì soltanto per assecondare un’ideale bilancia d’equilibrio fra sfere fiabesca e razionale. Ebbene, se l’incandescente poeta Ovidio fu affascinato dal lato spericolante della figura dell’auriga, è all’austero ma non ingessato filosofo Platone che si deve il primo tentativo di utilizzare – surrettiziamente, io credo – il contrasto fra anima intellettiva ed effervescenza sensitiva, per stigmatizzare la seconda e per santificare la prima. Nel celeberrimo racconto della biga alata, narrato nel dialogo “Fedro”, l’ateniese vorrebbe esaltare la purezza diafana e spirituale del cavallo niveo avverso la materica e sensuale bramosia terrigna del destriero nero, confidando che sia l’auriga a bilanciarne il dissidio. Io credo invece che Michel Foucault avesse ragione quando giudicava “platonacee” – o, ancor peggio, “plotiniane” – quasi tutte le filosofie occidentali, ree d’avere evocato i fulgori illusori dell’anima, intrisa di reminescenze ideali, in contrasto ai più sani e più giusti impulsi ancestrali del corpo, simboleggiato dall’atro destriero, fors’anche rozzo e stridente, talvolta, ma tuttavia unico vettore verosimile – anzi vero – dei nostri umani e dolcissimi istinti esistenziali.
Come i cavalli e tutti gli animali non corrotti dall’uomo ci insegnano!

FOTOGALLERY

Igino e Gisella Soldi in sfilata

Un fantastico Milord

Duc de Dam

Un preziosissimo Pantheon

In gara

In golena

 

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