Cronaca
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Braccialetti elettronici: 'Un altro stop ai diritti costituzionali'

Gli avvocati della Camera Penale durante l'iniziativa dell'anno scorso

Il 30 novembre l’Unione delle Camere Penali Italiane organizza la V^ giornata nazionale dei braccialetti. L’evento principale si svolgerà presso l’Istituto Penitenziario di Sollicciano, mentre in diverse sedi locali si terranno incontri ed iniziative di vario genere. Il braccialetto elettronico è una procedura di controllo che consente, almeno parzialmente, di coniugare due esigenze fondamentali del nostro ordinamento e cioè le esigenze cautelari ed il principio costituzionalmente garantito di libertà personali. L’installazione del braccialetto elettronico consente da un lato di monitorare costantemente i movimenti dell’indagato agli arresti domiciliari in modo che possano essere immediatamente rilevate eventuali infrazioni.
Dall’altro lato consente all’indagato, al cittadino, di vedere compressa in maniera meno invasiva e meno devastante sul piano psico-fisico la propria libertà, diritto che l’art. 13 della Costituzione dichiara essere inviolabile.

“L’auspicata riforma”, scrive Alessio Romanelli, presidente della Camera Penale di Cremona e Crema, “non ha tuttavia provocato l’auspicato effetto deflattivo delle strutture penitenziarie. Infatti, evento non raro nel nostro Paese, la riforma è stata bloccata da difficoltà tecniche, burocratiche e, da ultimo, anche politiche. Dapprima si è dovuto aspettare il 2005 perché fossero operativi i primi 2.000 braccialetti. Da allora il loro utilizzo non ha mai superato il 10% degli stessi. Difficoltà tecniche di applicazione, scarsa sensibilità dei Magistrati e poca attenzione degli avvocati, freddezza dei politici (che vedono sempre con una certa diffidenza l’applicazione di misure cautelari non carcerarie), hanno reso di fatto non operativa la riforma.
I recenti problemi di sovraffollamento carcerario hanno però dato una sterzata alla procedura di assegnazione, e così nel dicembre 2017 il Ministero dell’Interno ha siglato un accordo commerciale con la compagnia telefonica Fastweb avente ad oggetto l’affidamento, per un arco temporale di 36 mesi, per la fornitura e la gestione dei braccialetti elettronici.
Tale contratto pareva risolvere in un colpo solo tutte le problematiche precedenti.
In effetti, oltre all’aumento dei dispositivi disponibili da 2.000 ad oltre 10.000 ogni mese, l’accordo prevedeva che la compagnia telefonica si occupasse dell’intero servizio di monitoraggio dell’indagato, in modo da segnalare in tempo reale alle Forze dell’Ordine la situazione di allarme. In questo modo venivano risolte (almeno sulla carta) tutte le difficoltà operative e criticità precedentemente emerse”.

“Ed è con comprensibile orgoglio”, scrive ancora il presidente Romanelli, “che le parti contrattuali potevano pubblicamente dichiarare come a partire dal mese di ottobre il nuovo sistema di controllo a distanza avrebbe permesso il rilascio di circa mille detenuti al mese, con un totale di 22.000 nei due anni successivi. L’esecuzione del contratto pareva offrire un’immediata risoluzione ai problemi di sovraffollamento carcerario (ai tempi pari a circa 60.000 detenuti, quasi 10.000 oltre le massime capienze delle strutture penitenziarie) e di riduzione del numero di indagati presenti in carcere (all’epoca ed anche ora pari a circa 20.000 persone). E invece qualcosa, come sempre, ha inceppato il meccanismo. Già nel corso della Quarta Giornata dei Braccialetti del 30.11.2018, l’Unione Camere Penali aveva segnalato la ritardata partenza del nuovo contratto.
Ma quello che a distanza di un paio di mesi poteva sembrare un semplice ritardo, nel tempo si è rivelato qualcosa di più.
Come dichiarato alla stampa dai responsabili di Fastweb, la mancata attivazione del servizio era (ed è) dovuta alla mancata nomina da parte del Ministero dell’Interno, della commissione di collaudo di tutto il sistema riguardante l’emissione del servizio, quindi l’infrastruttura, la sede di controllo e i device. Nonostante rassicurazioni provenienti dal precedente e dall’attuale Governo, la commissione non è stata ancora nominata. Se tale ostacolo poteva avere un addentellato politico nelle linee politiche del precedente inquilino del Viminale, tale giustificazione pare essere meno chiara evidente nell’assetto Governativo attuale.

E intanto gli anni passano e migliaia di indagati (e quindi persone che per legge non hanno commesso i reati contestati) aspettano dietro le sbarre di conoscere il loro destino. E mentre nel resto del continente i programmi di sorveglianza elettronica domiciliare sono in costante aumento, l’Italia come sempre resta al palo, pagando in termini economici (l’utilizzo del braccialetto elettronico in luogo della custodia cautelare porta notevolissimi risparmi di spesa), sociali (la detenzione cautelare aumenta enormemente i rischi di recidiva) e personali (una detenzione carceraria, magari seguita da una sentenza di assoluzione, provoca ferite che non si rimarginano), il prezzo di una politica giudiziaria lontana dai principi contenuti nella nostra bella e obliata Carta Costituzionale”.

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